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Novembre è il mese di crisantemi e camposanti, ultimi simboli di un culto celebrativo che sta scomparendo.
Nel volgere dei secoli, infatti, la dimensione del rito funebre ha subito profonde trasformazioni: l’allentamento dei valori socialmente condivisi che un tempo facevano della morte un avvenimento di partecipazione collettiva, ha spostato l’attraversamento del lutto ad una dimensione più individuale, in molti casi faticosa e solitaria.
Elaborare un lutto è un processo che necessita di tempo, per questo da sempre l’umanità ha cercato cerimonie e condotte idonee a fronteggiare questo difficile passo: il lamento ritualizzato delle prefiche, studiato da Ernesto De Martino in Morte e pianto rituale (1959), esprime un esempio di legame tra il proprio dolore personale e quello della persona in lutto. Oggi il coinvolgimento dell’intera comunità resta solo un vago ricordo delle donne lucane anziane.
Nel ventesimo secolo, in Occidente, si è più vicini al fenomeno del “mercato della morte” che trova nelle Funeral Homes americane l’espressione più alta della rimozione del morire: l’imbalsamazione, il trucco, la biancheria, le bare, gli impianti di refrigerazione, le lapidi con i monitor per sentire la voce del defunto… tutti mezzi predisposti intorno al corpo del morto per offrire una perenne illusione di vita.
Eppure il lutto, inteso come sentimento di dolore che proviamo per la perdita di una persona cara, è un evento che ci appartiene e ci richiede un lungo lavoro per ritrovare un orizzonte di senso nonostante il definitivo congedo da qualcuno che nella nostra vita ha molto contato. E il cimitero è un luogo che aiuta l’elaborazione del lutto di chi non è più.
Francesco Campione, nel suo “Il deserto e la speranza” (1990) identifica nella “via della tomba” un mezzo grazie al quale il lutto si supera facendo sì che lo scomparso viva dentro di noi. Ecco quindi che il cimitero diventa un luogo dell’anima, una proiezione all’esterno di qualcosa che si organizza nel nostro interno.
Anche Sigmund Freud in Lutto e Melanconia (1915) definisce con l’espressione “lavoro del lutto” il processo energetico necessario per avviare quell’elaborazione psichica che consentirà di interiorizzare l’immagine del defunto e di riorganizzare l’intero mondo interno senza la presenza fisica della persona cara.
Un distacco importante non può essere assorbito in un periodo breve: l’ordine sconvolto dall’evento ha bisogno di essere ricomposto attraverso una serie di gesti, atti, reazioni che annunciano un’occasione di trasformazione per chi rimane e si interroga sul senso di sopravvivere avendo perso, nella persona amata, anche un pezzo di se stesso.
Nel processo di elaborazione è presente un’oscillazione fra esigenze opposte: da una parte la lenta acquisizione della consapevolezza che la perdita è avvenuta, dall’altra l’inutile tentativo di riappropriarsi dell’essere con cui abbiamo avuto un rapporto privilegiato, come se tutto potesse tornare come prima. l’esito positivo del lutto si ha quando la persona riesce a sostenere quello che John Bowlby chiama “tormento emotivo”. E’ proprio attraversando la disperazione che gli opposti tornano ad incontrarsi fino a far ammettere che la perdita è davvero definitiva e che pertanto la propria vita deve subire una nuova ristrutturazione: se da un lato ci sarà l’acquisizione di nuove capacità per ristabilire la propria identità, dall’altro la memoria del passato si erge come base di quella identità che si credeva sparita insieme all’affetto significativo.
Sicuramente, il tempo del lavoro del lutto è strettamente individuale e dipendente da molteplici fattori: il grado di parentela, l’età, il coinvolgimento affettivo, la malattia e la sua durata, la modalità e il luogo del decesso, l’opportunità di aver potuto esprimere una forma di commiato col morente, la possibilità di avere un contatto con la salma, le proprie credenze culturali e religiose.
Per consentire che la mancanza possa acquistare valore di presenza invisibile ma forte nella nostra memoria, portando quindi a riduzione la profondità della ferita, è importante cercare di colmare il vuoto creduto insanabile: riaprire la porta agli affetti circostanti, svolgere i propri compiti ed impegni, ridisegnare progetti. Per fare questo si può attingere ad un proprio spazio personale, ma contemporaneamente guardando agli altri che ci stanno vicini.
Nella forma privata diventa essenziale accogliere se stessi nella manifestazione del dolore, qualsiasi forma esso scelga. Non pensare che il tenere le emozioni sotto controllo sia sinonimo di forza: il pianto, la mancanza di concentrazione, il sentirsi persi, l’apatia possono essere l’evidente reazione di un furto affettivo così rilevante. l’importante è non lasciarsi travolgere da questa dimensione di sofferenza, ma affrontarla con la giusta cautela di chi si sente duramente colpito: darsi una regolarità nell’assunzione dei pasti; non cercare rifugio in ansiolitici o alcolici; fare brevi passeggiate quotidiane; usare un diario o un foglio di carta per scrivere i sentimenti che affiorano nel corso della giornata; attivare ricordi del passato e celebrando ricorrenze significative, sapendo che questo meccanismo smuove rimpianto e nostalgia, ma al tempo stesso ripropone la qualità del tragitto percorso insieme, delle scelte condivise, del rinnovamento di emozioni che nemmeno la morte potrà annullare dall’esperienza vissuta col proprio caro.
Nella forma pubblica parenti, amici, conoscenti, colleghi diventeranno legami affettivi di appoggio con cui condividere il dispiacere provato e sostegno attivo per sconfiggere i sentimenti di abbandono e solitudine che affliggono e rendono più dura la perdita subita. In molte città si stanno diffondendo i gruppi di mutuo-aiuto, luoghi in cui la gestione solidale del vortice emozionale determinato dal distacco aiuta a prendere coscienza delle proprie forze per far fronte al dispiacere.
Il passo finale di superamento della separazione sarà contrassegnato da nuovi comportamenti. La percezione della sofferenza, pur presente, sarà più attutita e si apriranno varchi sempre più vasti allo svolgimento delle attività abitudinarie, al racconto agli altri dei propri ricordi del periodo luttuoso, a dare un ritmo più regolare al proprio tempo, a sentirsi meno soli, a diminuire le crisi di pianto nelle feste importanti, a ridere senza sentirsi in colpa, a riappropriarsi del desiderio progettuale anche rispetto a interessi nuovi o campi di azione mai esplorati prima in compagnia della persona amata.
l’esperienza del dolore potrà dimostrare che la personalità si è fatta più resistente alla “tenuta” che l’addio ha imposto e più attrezzata ad affrontare il continuo movimento della vita, la sua instabilità, il suo vagare tra mondo interno ed esterno.
Il mese dedicato al ricordo dei nostri cari scomparsi entra quindi con più dolcezza nel gioco della vita e la visita ai monumenti funebri che molti stanno compiendo in questi giorni simboleggia momento di intimità, di racconto, di saluto, di richiesta di coraggio e di forza per continuare nel cammino.

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