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La definizione “Progettare per l’Utenza Ampliata” non è di così immediata comprensione, anche se enuncia subito due dimensioni, il “progetto”, da un lato, e l’utenza, dall’altro, questi ultimi considerati in modo “ampliato”.
La sua origine (si veda il box in fondo all’articolo, ndA) risale ai primi anni ’90, quando l’abbattimento delle barriere architettoniche comincia essere un problema più sentito. È proprio la maggiore attenzione a questa tematica, anzi, a provocare una sorta di reazione al rialzo da parte del mondo del design che avverte l’esigenza di un approccio diverso: abbattere le barriere  – giudicano i designer – è limitativo per chi deve progettare oggetti per la vita di tutti i giorni. In più, parlare di barriera porterebbe a una visione ristretta della disabilità, costringendola in progetti “ad hoc” contrapposti a quelli “standard”, con il risultato di favorire la discriminazione tra i fruitori dei primi e dei secondi.
Di qui la ricerca di una visione più “ampia” che parte anzitutto dai fondamenti del Progetto: quest’ultimo trova le sue ragioni non tanto nell’estetica o nel marketing, quanto nel dare risposta ai bisogni dell’uomo. La progettazione è una delle azioni basilari dell’uomo che mette in atto strategie per migliorare le sue condizioni di vita. La progettualità non è una prerogativa dei soli progettisti, ma di ciascuno di noi: prima di agire, l’uomo pensa cosa fare, valuta le alternative e di conseguenza decide quale azione effettuare. In questa ricerca diventa interessante recuperare, tra gli altri, le riflessioni e gli stimoli per un progetto sostenibile di Victor Papanek nel suo  “Progettare per il mondo reale” pubblicato nel 1973.
Il progettista nasce appunto come figura professionale capace di farsi interprete e mediatore delle necessità e dei bisogni impliciti ed espliciti degli individui. Il suo compito non può risolversi nel far prevalere attenzioni estetiche o economiche, rischiando di venire meno ad un impegno sociale nei confronti degli utenti, realizzando progetti che risultano essere in contrasto con le necessità e con i bisogni reali delle persone.
Questo ripensare al progetto porta inevitabilmente a riconsiderare anche l’utenza, che rappresenta l’insieme degli effettivi destinatari degli spazi/oggetti progettati.
Si rende necessario un approccio nuovo, più ampliato, che cerca di includere il maggior numero possibile di persone. In questo modo, l’attenzione alle persone con disabilità va oltre la persona in carrozzina, ossia l’omino del simbolo internazionale.
Tra i presupposti del Progetto per l’Utenza Ampliata (PxUA) troviamo quindi alcuni concetti base: considerare la “diversità” un valore e una ricchezza e non un limite, ammettere la complessità – cioè rendersi conto che non è così immediato “progettare per tutti” -, considerare il progetto una realtà in progress che cerca sempre di migliorare e di sperimentare nuove soluzioni.
In altri termini, l’Utenza Ampliata di per sé non esiste, non rappresenta una porzione della popolazione. Non è un’utenza particolare che si distingue o si contrappone ad un’altra. La questione non è quella di suddividere le persone in gruppi, bensì di considerare, per quanto possibile, le esigenze di tutti, per includere tutti nella società. Il Progetto per l’Utenza Ampliata considera il rapporto uomo/ambiente in funzione della complessità dell’utenza “reale”, espressione delle molteplici caratteristiche che l’essere umano può assumere o acquisire nel corso della sua vita.
In concreto, il Progetto per l’Utenza Ampliata coinvolge in prima persona il progettista, invitandolo a cambiare approccio, a staccarsi delle soluzioni abituali, pensate per un uomo standard – idealizzato e inesistente – per scoprire la ricchezza della varietà umana, che presenta anche persone con disabilità, aventi caratteristiche, esigenze e, anche, abilità differenti da quelle che siamo soliti considerare.
Affrontare il progetto nella “logica” dell’Utenza Ampliata non è poi così difficile.
Non richiede particolari competenze o un sapere specialistico, basta fermarsi a riflettere sulle reali esigenze delle persone, su come vengono utilizzati gli spazio e gli oggetti, iniziare a considerare anche le diversità delle persone (uomini e donne, bambini e giovani, adulti e anziani) prendendo in considerazione anche le diverse disabilità (motorie, sensoriali, cognitive). Certamente non è semplice, perché non siamo abitati a considerare le esigenze dell’utenza.
Dopotutto, se volessimo sintetizzare, potremmo dire che il Progetto per l’Utenza Ampliata è soprattutto un progetto che pone molta attenzione all’uomo, ai suoi bisogni, alle sue esigenze e ai suoi desideri. In linea con il famoso “I care” di don Lorenzo Milani: prendersi cura, prestare attenzione, dunque atteggiamenti ben diversi da quelli di chi progetta puntando sull’estetica a tutti i costi, all’immagine del prodotto più che al risultato per l’utente (nella foto a sinistra, il simbolo dei Progetti per l’Utenza Ampliata: un omino stilizzato ma dinamico, raffigurante un’idea di umanità non rinchiusa in una forma geometrica pura, bensì circondata da tante linee che rappresentano le diverse dimensioni dell’utenza).
Dalla teoria si passa alla pratica, così, come riferimento, è utile riportare i principi del Progetto per l’Utenza Ampliata da tenere in considerazione al fine di operare in modo corretto e coerente.
Autonomia di utilizzo: la soluzione deve massimizzare la possibilità di utilizzo autonomo.
Compatibilità: la soluzione deve essere compatibile (a livello dimensionale, sensoriale, cognitivo e culturale) con le caratteristiche dell’utente, e deve poter essere utilizzato anche qualora l’utente non presenti tutte le abilità funzionali e psichiche.
Adattabilità e flessibilità: il prodotto deve poter essere adattato (eventualmente anche con aggiunte specifiche) alle caratteristiche dell’utente, in relazione alle necessità che possono verificarsi nel corso dell’esistenza.
Normalità di immagine: la soluzione preferibile è quella che risulta funzionale per molti senza essere connotata da un’immagine “negativa” e stigmatizzante (nella foto a destra, questa piazza di Volterra rappresenta un esempio positivo di progetto in cui soluzioni per l’accessibilità come la rampa e soluzioni standard come i gradini si integrano armoniosamente grazie all’uso di materiali naturali).
Semplicità di utilizzo: le soluzioni semplici risultano essere preferibili in quanto a durata e facilità di manutenzione: più un oggetto è semplice (concettualmente, nell’uso, nella percezione),
maggiore è il numero di utenti in grado di fruirne.
Buon rapporto qualità/prezzo: il prodotto finale deve garantire un buon rapporto qualità/prezzo.
Sicurezza e affidabilità: il prodotto deve essere garantito per durare nel tempo e deve assicurare sicurezza di funzionamento, specie quando l’utente delega al prodotto lo svolgimento di importanti funzioni per la sua vita. Un prodotto sicuro può essere utilizzato con tranquillità, certi che siano state eliminate all’origine le possibili cause di incidente (e quindi anche di potenziale disabilità). In particolare, per l’utente con disabilità risulta di primaria importanza che il prodotto possa essere mantenuto sotto controllo, eliminando stati di disagio che portano, in breve tempo, al rifiuto della soluzione proposta.

PER APPROFONDIRE
Alle origini del Progetto per l’Utenza Ampliata
La dicitura “Design per l’Utenza Ampliata” fu adottata nel febbraio 1991 da Gianfranco Salvemini e Gianni Arduini nei corsi di design tenuti presso l’Istituto europeo di design (IED) agli inizi degli anni ’90 che pubblicarono alcuni articoli sulla rivista Anche Noi (vedi ARDUINI, Gianni, “Il design per tutti”, Anche Noi, Supplemento n. 10 di Rassegna Bagno e Cucina, Alberto Greco Editore, aprile 1991).
Verso la metà del 1992 Gianni Arduini, membro dell’Istituto Italiano per il Design e la Disabilità (IIDD) definisce in un documento i “punti base del progetto per l’Utenza Ampliata”.  I concetti sono stati ripresi e maggiormente dettagliati da me, in varie pubblicazioni (per esempio, nel libro  del 1996 “Uomo Disabilità Ambiente”, Abitare Segesta).
Nel 1999, Gianni Arduini, Paola Bucciarelli, Sophie Corbetta, Silvia Volpi e il sottoscritto, avendo maturato precedenti esperienze a livello personale e professionale su tematiche di disabilità, fondano HBgroup (dove HB è acronimo di Human Basics, vale a dire ‘fondamenti umani’) uno studio professionale che mette in comune esperienze e conoscenze allo scopo di contribuire allo sviluppo e alla crescita del progetto e della ricerca per l’Utenza Ampliata. Viene pubblicato nel 2000 il “Manifesto del Progetto per l’Utenza Ampliata”  (nella foto in alto a sinistra, il manifesto costitutivo).

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