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Sorseggiando un caffè, appoggiato al bancone del bar, Giacomo fissa un punto lontano, oltre la vetrina. Accanto al sapore del caffè gli sta arrivando un altro sapore che, forse, lo scalda di più. E’ appena uscito dalla casa di un cliente: il vecchio e assai malandato signor Alfonso.

l’ha incontrato a Castelfranco Veneto: l’antico borgo ospita, strette attorno al Duomo (che, orgoglioso, conserva al proprio interno la Pala del Giorgione),
tante casette a due piani, costruite con una cura e una grazia davvero d’altri tempi.

Giacomo adesso sorride, appoggiando la tazzina: che spavento s’è preso quando, allo scampanellìo per annunciarsi, ha fatto seguito il latrare furioso di un bestione furibondo. La suggestione del luogo ha fatto sembrare un enorme rotweiler quale un drago delle fiabe. E come Mago Merlino il signor Alfonso s’è materializzato un bel po’ dopo, appoggiato con fatica al bastone. “Mamma mia! – ricorda Giacomo – che sguardo m’ha lanciato quell’uomo enorme! s’è ammorbidito solo appena ha percepito la mia cadenza“.


“Accanto alla scala di legno m’ha rivolto una domanda muta – dice Giacomo fra sé e sé. E mentre me ne sto lì davanti ad una scala tutta dritta, ripida da mozzare il fiato, con pochissimo spazio in partenza e con un arrivo che si restringe ad imbuto, sopraggiungono a frotte prima un paio di amici, vispi come folletti, poi altri amici, poi ancora e ancora fino a saturare con il loro vocìo tutta la casa.

Sette folletti gentili ed insistenti, curiosi ed impazienti m’incalzavano e mi strattonavano – ricorda Giacomo – queruli come chiassose comari. Il loro chiacchiericcio risaltava di fronte al chiuso, severo, muto Merlino – Mago Alfonso.

I folletti gentili distillavano le informazioni da me e come api instancabili le riversavano sul Mago cui erano legati in modo così evidente. E la magia si è compiuta: davanti ai miei occhi stupiti sono apparsi in un caleidoscopio d’immagini, tanti squarci di Alfonso giovane Mago, chino sui fiori che per quarant’anni ha curato.

A casa Alfonso Mago ha una terrazza dove c’è una serra in cui ama stare ma che ora gli è diventata irraggiungibile. Ecco il motivo della magia che i folletti mi chiedono di realizzare.

Alfonso Mago sospira quando depone la penna, firmato il contratto. I folletti premurosi l’hanno sorretto, gli hanno guidato la mano, disteso la pergamena davanti agli occhi.

Ora Giacomo socchiude gli occhi e si trova davanti i nonni contadini, ospiti di frotte di fattori, lavoranti, braccianti o semplici compaesani di passaggio ai quali erano sempre pronti ad offrire una buona fetta di salame accompagnata da un fresco bicchiere di vinello.

Amicizia, solidarietà, affetto profondo senza smancerie, fatti di gesti semplici e potenti, tutto questo Giacomo ha visto materializzarsi come per magia in un giorno qualunque della sua vita.

Con un sorriso Giacomo ringrazia il Mago per aver dato a un giorno qualunque un’atmosfera magica.

Giacomo Vian