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Dicembre, tempo di Natale. Le buie giornate del solstizio d’inverno sono rallegrate da insolite luci che ovunque denotano un’atmosfera particolare di desiderio di vacanze, di gioco, di incontri e regali.
Sono giorni in cui, molto di più che in altri momenti dell’anno, la nostra psiche cerca di attribuire significato alla cultura e alle tradizioni, forse perché temiamo la solitudine segreta delle nostre vicende esistenziali o forse perché un ciclo che termina ci induce a propositi di rinnovamento per l’anno nuovo che si apre.
E’ in questo periodo che con più insistenza richiamano la nostra attenzione le figure alate chiamate angeli: presepi, chiese, vetrine dei negozi, addobbi natalizi, carte da regalo, agende e calendari, scatole di cioccolatini e ceramiche d’arte. Perché proprio loro? l’angelo è un simbolo estremamente potente: da migliaia di anni attraversa la storia e giunge a noi carico dei significati più diversi. Ricordiamo che la parola simbolo deriva dal greco symbàllein, “mettere assieme” ed esprime pertanto la necessità di ricomporre un oggetto scomposto per poterlo riconoscere, uno sforzo immaginativo che vada oltre l’immediatamente visibile.
Non occorre essere religiosi per scoprire il valore simbolico dell’angelo.
Se esaminiamo la funzione del Natale nella cultura moderna, oltre al suo significato cristiano troveremo che anche la collocazione temporale riveste una particolare importanza. Le stagioni, infatti, scandiscono i momenti fondamentali della vita dell’uomo: la nascita è associata alla primavera, la maturità all’estate, il declino all’autunno, la morte all’inverno. La stagione, quindi, dal latino statione, ovvero sosta, ci pone molto vicini ai ritmi del tempo e dicembre, in particolare, sancisce una sorta di “sospensione dalla normalità”, un intervallo dove è possibile dedicarsi a una propria rigenerazione morale.
A partire dal diciannovesimo secolo questo tema diventa anche elaborazione di famose opere letterarie: i Racconti di Natale (1848-1854) di Charles Dickens, la Bambina dei fiammiferi (1848) di Hans Christian Andersen, il Ragazzo e l’albero di Natale (1876) di Fedor Dostoevskij, ne sono alcuni degli esempi più noti.
La nostra psiche ha bisogno di affidarsi a una rinnovata nascita, all’illusione che dal confronto di una situazione passata con quella presente sia possibile fare emergere una nuova condizione esistenziale. Ecco perché l’angelo diventa una figura così presente in questo momento di accompagnamento.
Recentemente lo psicanalista milanese Baldo Lami ha curato l’antologia Angelicamente, Il senso dell’angelo nel nostro tempo (Zephyro edizioni) per dimostrare come, anche in tempi sempre più distanti da una dimensione strettamente spirituale, vi sia la necessità psicologica di trovare significati in immagini/simboli non legati alla concretezza materiale della vita quotidiana.
Grazie al contributo plurale dei vari autori, in questo libro si intersecano sia la dimensione spirituale-religiosa di matrice monoteista, sia quella più legata al funzionamento della nostra psiche.
Eliana Briante nel suo saggio Gli angeli nella bibbia e nella riforma ripercorre episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento in cui gli angeli (dalla parola greca “anghelos”, nunzio) compaiono come messaggeri e come figure protettive dei poveri e dei bisognosi: Gabriele annuncia a Elisabetta e Maria la nascita dei loro figli, schiere angeliche annunciano ai pastori la nascita di Gesù, un angelo annuncia la resurrezione alle donne, due angeli spiegano il senso dell’Ascensione ai discepoli. E’ sicuramente da questa rappresentazione, tuttora diffusissima nel senso comune popolare, che deriva l’immagine molto bella e poetica dell’angelo custode.
l’idea di una creatura celeste continuamente al nostro fianco rimanda a un concetto di angelo dotato di possibilità simili a quelle dell’essere umano a livello di relazione interpersonale.
Un pensiero originale sull’angelo umano ci è tramandato dallo scienziato mistico svedese Emanuel Swedenborg (1688-1772) che con la sua Conversazione con gli angeli avrà un grosso impatto sull’immaginario ottocentesco.
Swedenborg definì gli angeli altrettanto reali quanto gli abitanti della terra, o meglio uomini in uno stato di perfezione. Per loro stessa voce, lo scienziato sensitivo ce li descrive con un proprio Io, capaci di mutare stato e umore a seconda della propria esposizione alla luce del paradiso, abitanti di case con splendidi giardini e appartenenti ad una comunità dove l’attrazione l’un per l’altro si manifesta sulla base di reciproche somiglianze. 
La convinzione dell’autore è che dopo la morte la condizione dell’essere umano sia simile a quella condotta in vita. Ogni uomo diventerà angelo se ha condotto un’esistenza nel bene e nella verità: ci si può formare per il Paradiso solamente stando nel mondo, poiché la vita terrena ci è data proprio per lanciarsi nel vortice dell’esistenza e fare il meglio per sé e gli altri.
Un altro aspetto interessante legato alla presenza dell’angelo nel nostro funzionamento psichico lo troviamo nel saggio di Baldo Lami La missione disconosciuta degli angeli emotigeni, nel già citato Angelicamente. Lo psicoterapeuta ci presenta una particolare visione psicologica e simbolica del ruolo degli angeli nella società contemporanea. l’autore sostiene che “le caratteristiche con cui si manifestano gli angeli nel racconto della tradizione mistico-religiosa sono straordinariamente simili a quelle con cui si manifestano le emozioni”. Anche qui l’etimologia della parola ci aiuta. Emozione proviene dal latino emotio, a sua volta derivante da “ex-movére”, nel significato di motivazione al movimento. Dunque lo scopo delle emozioni è quello di smuovere, commuovere, provocare, sollevare, entusiasmare, spostare, allontanare, far nascere … Il simbolo dell’angelo attraverso il riconoscimento delle nostre emozioni ci aiuta a mobilitare, ad alimentare, a movimentare, a trasformare il nostro psichismo, in un certo senso a darci una bussola particolare per muoverci in una realtà che non passa solo attraverso quello che concretamente osserviamo coi nostri sensi.
Secondo Lami l’angelo abita l’emozione e il rischio più forte che incontra è l’odierna difficoltà crescente di dare voce ai sentimenti che ci richiamano al rapporto con gli altri e col mondo, è “l’estensione iperbolica delle emozioni narcisistiche o identitarie di massa, che rimandano al grande mercato delle emozioni che è stato approntato per noi abitatori del terzo millennio”. Quanto più il soggetto umano è  “non sufficientemente educato al sentire del cuore che esige il rispetto dell’altro da sé e dal mondo”, tanto più l’angelo rimane ferito e non può favorire un divenire nuovo.
Seguendo questa suggestione, per poter riconoscere il nostro angelo interiore, occorre lasciarsi cogliere da un’altra dimensione psichica fondamentale, quella che denominiamo immaginazione.
La nostra coscienza dispone di due modi di rappresentare il mondo: una più diretta nella quale le cose si presentano, e un’altra indiretta quando, per vari motivi, gli oggetti e le cose che ci circondano non sono percepibili nella loro materialità, ma attraverso altre sensibilità, come ad esempio ricordi, sensazioni, intuizioni o simboli ancestrali che Gustav Jung chiama archetipi collettivi.
E’ proprio sul recupero dell’Io immaginale che lo psicanalista americano James Hillman fonda la funzione della terapia analitica, in quanto  essa è capace di spostare l’attenzione eccessivamente centrata sul sé del paziente verso il riconoscimento del valore dei simboli, e quindi nella direzione di un migliore rapporto con la realtà esterna.
Addestrarsi all’individuazione della potenza simbolica, dunque, è un mezzo per compiere un processo  autoterapeutico e in tale percorso anche l’immagine angelica può rivestire una funzione fondamentale.
Benvenute siano pertanto le figure alate che trascendono spazio e tempo e ci invitano a progettare un futuro e un Io diversi.
A tutti i lettori di Muoversi Insieme auguri di serene festività.

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