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Intervista di Alessandra Cicalini

Pierluigi SaviniSe non fosse stato per i rintocchi puntuali dell’orologio a pendolo, appeso su una parete dell’accogliente cucina, e per il telefilm delle sette, che si avvicinava sempre di più, Pierluigi Savini, artista marchigiano di una razza molto rara (nella foto a sinistra, con la stampa di una sua opera), sarebbe andato avanti per chissà quanto tempo ancora a parlare dei fondamenti della sua vocazione artistica, accomunati tutti dalla lettera maiuscola iniziale: la Memoria, la Materia, la Storia, gli Dei, il Mito e il Simbolo. Che li concepisca tutti così in grande, in verità, diventa lampante a coloro che decidono di mettersi comodi e di ascoltarlo. Perché Savini, nato a Fermo nel 1942, non permette a nessuno di restare alla superficie del suo essere, ma spinge, favorito anche dalla potenza della sua voce tonante, ad “andare oltre”, come scrive di sé nella nota biografica per il catalogo di una mostra collettiva del 2007.
Di quale pasta sia fatto è certamente chiaro ai frequentatori della sue Conversazioni sull’arte, che l’artista tiene ormai da dodici anni nella biblioteca comunale della sua piccola città natale, distante solo una manciata di chilometri dalla costa adriatica.
In maggioranza, si tratta di anziane signore ben vestite, all’apparenza con pochi grilli per la testa, però dotate di una curiosità e di un desiderio d’apprendere davvero non comuni. Negli anni, si può anzi dire che sia nato un piccolo circolo di discepoli del Nostro, che tuttavia nutre dentro di sé il cruccio di non essere riuscito ad attrarre i giovani, come invece gli capitava durante gli anni Settanta, un periodo in cui, racconta, era possibile il dialogo e il confronto, magari anche aspro ma sempre vivo e aperto, persino in un contesto così provinciale. Ciononostante, Savini non rimpiange nulla della sua affascinante vita, come apparirà di sicuro anche ai lettori di Muoversi Insieme nell’intervista che segue.
È ancora possibile fare arte oggi?
Ho i miei dubbi, perché se ne parla con molta facilità. Volendo, uno scarabocchio potresti farlo anche tu: basta che apri un libro di storia dell’arte e le idee verrebbero anche a te. Ma quella per me non è arte. E d’altra parte, tu potresti dirmi, come si fa a distinguere tra un artista e un non artista?
Già: come?
In questo contesto sociale, sei artista quando vieni consacrato da una mostra a Parigi o a New York, ma io non sono d’accordo: per me l’arte, meglio la pittura, è linguaggio alchemico.
Cioè?
Pensa a pittori come Parmigianino o Michelangelo e molti altri: erano tutti alchimisti, ossia lavoravano con gli ossidi, ma non si trattava solo di produrre la trasmutazione dei metalli per raggiungere la pietra filosofale, come si può leggere su quello strumento infernale, come si chiama…
Il computer?
Quello là, sì. No, pittori di quel genere cercavano di arrivare alla trasmutazione dell’uomo. Allo stesso modo, io che invece lavoro con materiali già composti, industriali, cerco di produrre un processo alchemico interiore.

Quindi per creare bisogna soffrire, almeno un po’?

Non un po’! Ma tanto, tanto… anzi, più si va avanti nella vita e più si cerca di approfondire. Per esempio, tornando a Michelangelo: da giovane faceva solo statue finite, “polite” alla maniera greca, come il David o la Madonna in Vaticano. Dopo, ha prodotto la Pietà Rondanini(foto a destra) e la tomba di Papa Giulio II, le cui statue oggi sono suddivise in più musei: in questi casi, ha sperimentato la tecnica del non-finito. Con l’età ha insomma capito il legame tra quest’ultimo e il finito, tra caos e forma. In mezzo, tra i due estremi, c’è tutto il mondo delle idee.
Secondo te, un processo analogo di maturazione si può cogliere anche negli artisti di oggi?
Penso di sì, anche se non mi piace la parola artista né pittore: preferisco dire operatore culturale. Chi riveste un ruolo del genere, di solito, si comporta in questo modo ed è chiaro che invecchiando porterà con sé tutte le esperienze di vita e di conoscenza fatte prima.
A che cosa stai lavorando adesso?
Dovrei realizzare una grande Torah, ma chissà se ce la farò…
Perché no?
È una questione di soldi e di motivazione. Perché, come per i precedenti lavori, da quello sull’Apocalisse, a Kafka a Luthero, ho dovuto studiare a lungo, captando il mondo ebraico in tutti i suoi aspetti. Dopodiché le mie mostre sono complesse: vanno allestite anche scenograficamente, ossia con interventi di tipo teatrale e altri accadimenti di tipo interdisciplinare.
Un lavoro duro che non ripaga facilmente, insomma.
Infatti: moralmente a che serve, mi chiedo. D’altra parte, però, l’artista è anche Narciso, e anche se invecchiando lo sono sempre meno, in fondo voglio ancora lasciare traccia di me…
Non pensi di aver trasmesso qualcosa ai frequentatori delle tue lezioni o in generale nella tua vita, visto che hai fatto anche l’insegnante a scuola?
Sì: al corso vedo persone interessate e ogni tanto incontro qualche alunno che si ricorda ancora di me. E in effetti, se ho deciso di fare le Conversazioni è proprio per dare qualcosa agli altri. Di certo avrei potuto dare di più.
Vista la tua grande passione per la Grecia (Savini è autore di un affascinante dodecaedro ligneo, nella foto a sinistra, realizzato nel 1995, in occasione di un convegno filosofico con importanti luminari della materia, ndr), non ti senti anche un po’ filosofo?
Ma certo! Io adoro la Grecia e Santorini in particolare, dove vado da vent’anni. Quest’anno purtroppo non potrò tornarci, però è splendida, anche se i turisti di solito non se ne accorgono.
Perché?
Vanno tutti all’hotel per una settimana, prima colazione compresa, discoteca e basta. Mica sanno che ci sono state tre diverse culture: la minoica, la greca e la bizantina? E poi il mare, il sole, la luce… Tanti ti dicono “e che sarà?”. Ma anche la Grecia sta cambiando: la prima volta ci sono stato nel ’72, zaino in spalla, nell’epoca fricchettona, con il mio primo stipendio da insegnante, 300 mila lire.
Ai tempi eri già tornato a Fermo da Firenze: perché non sei rimasto là?
Per due ragioni differenti: la morte di mio padre e la mia decisione di fare il pittore. A Firenze non sarebbe stato possibile, anche se per un provincialotto come me quel periodo è stato molto importante. In quegli anni, infatti, ho avvicinato persone criticabilissime secondo la mentalità comune, ma che a me hanno aperto la mente. Insomma, lì facevo la bella vita: passavo le giornate intere agli Uffizi, da solo, perché ai tempi mica c’erano le file di oggi, e poi andavo alle feste degli intellettuali americani nelle ville intorno a Fiesole e mi mantenevo lavorando come commesso in una boutique di piazza Strozzi che adesso non c’è più. Si chiamava Principe: si entrava nudi e se ne usciva vestiti. Giravano soldi a palate.
Tu invece avevi bisogno di concentrazione?
Sì: per creare serve l’isolamento. L’arte non è il fiore messo là a ornare il divano di casa. L’arte è qualcosa di folle…
Non ha niente a che fare con la bellezza e l’armonia?
Più che altro l’artista riesce a raggiungerle solo per pochi istanti mentre crea, ma non riesce a trattenerle a lungo perché, essendo uomo, è limitato. Però cercherà di inseguirle sempre e riprodurle ancora… Ieri sera ho scritto questi appunti, sta’ a sentire: “la pittura nasce in studi maleodoranti, dove l’artista lavora in isolamento per ore, anni, senza fine. I pittori lavorano in un pantano di ostinate sostanze”.
Accidenti… ma i contatti umani, naturalmente di un certo tipo, non sono comunque importanti?
Certo, anche se i miei veri amici sono pochi e fidati. E poi, insomma, se avessi voluto davvero isolarmi, mi sarei chiuso in convento!
Secondo te, quand’è che comincia la vecchiaia?
Fisicamente con gli acciacchi, ma quella vera è tutta mentale: quando non hai più stimoli è finita.
Beh, allora tu non invecchierai mai… ormai ti sei impelagato: devi fare la mostra.
Mah, vediamo (ride)… un anno ho aperto lo studio e ho fatto la riffa svendendo i miei quadri: così mi ci sono ripagato il catalogo.
E farla fuori Fermo?
Non potrei, perché non ho le conoscenze. Personalmente molti mi conoscono, ma nel ’68 ho fatto la scelta di rifiutare le gallerie e di vendere i miei quadri da solo. Adesso, però, non ci sono soldi, ma se non fosse possibile, pazienza: quello che m’interessa davvero è continuare adallargare le mie idee.
Non ti sei mai pentito di alcune tue scelte?
No, anche se qualcuno potrebbe pensare che ho sbagliato. Certo, negli anni mi sono addolcito e adesso cerco di più il dialogo, il chiarimento con l’altro, piuttosto che la guerra… però non rimpiango niente e se potessi rifarei tutto daccapo, magari con le esperienze di ora.
Un paio d’ore dopo averlo lasciato al suo telefilm, l’intervistatrice ha ricevuto una telefonata dal Maestro, preso dallo scrupolo di essere stato troppo denso di parole. La risposta è stata: ce ne fossero tutti i giorni di “conversazioni” così… da Muoversi Insieme, grazie di cuore per averci mostrato una vera vita d’artista.