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Intervista di Alessandra Cicalini

bruno-pizzul 3La classe di Bruno Pizzul è, in senso proprio, il 1938, l’anno in cui è venuto al mondo. In senso metaforico, invece, è ben rappresentata dalla sua voce, limpida e distinta, con cui ha accompagnato gli italiani per ben nove Mondiali e infinite altre tele e radio cronache.
E pensare che da ragazzo ha giocato a calcio e che ai tempi non gli sarebbe mai passato per la testa di fare il giornalista sportivo (anzi, detestava tutta la categoria, perché nelle cronache sulle sue performance da calciatore non erano proprio teneri con lui…). Da allora, molto è cambiato, nello sport nazionale e si presume anche nella sua vita, visto che oggi è in pensione, benché non si può certo dire che non abbia niente da fare. Del suo presente e del calcio di ieri e di oggi ha parlato con Muoversi Insieme.

Partirà per il Sudafrica?
No, nove Mondiali sono più che sufficienti: li guarderò da qui e finalmente potrò seguirli nella loro interezza, a differenza di quanto mi capitava quand’ero inviato e ne avevo necessariamente una visione parziale.

Li guarderà da casa?
In verità sono coinvolto anche professionalmente: sarò ospite degli studi tv con cui continuo a collaborare.

Ma quando vede le partite in privato, riesce a evitare la tentazione di “telecronacarle”?
Senz’altro: anzi, mi piace godermi una partita senza l’attenzione che mi richiede doverla raccontare in un certo modo, per esempio pesando le parole…

Lei è tifoso?
Diciamo che ho delle predilezioni… da ragazzo tifavo per il Torino e la prima squadra non si scorda mai. Poi, amo l’Udinese per questioni anagrafiche (Pizzul è nativo della città friulana, ndr) e in generale prediligo le piccole squadre anziché i grossi potentati.

Il calcio è sicuramente cambiato: basta guardare i fisici dei giocatori di ieri e di oggi. Secondo lei, si è perso qualcosa rispetto ai tempi in cui giocava lei? 
I cambiamenti sono sicuramente inevitabili e credo che sia impossibile sfuggire all’evoluzione, però è senz’altro vero che un tempo tutti i giocatori avevano un bagaglio minimo di tecnica individuale, mentre oggi conta soprattutto la muscolarità e sempre meno i talenti. Oggi abbiamo un calcio molto ragionato, fisico e troppo spesso spettacolarmente poco accattivante.

Quindi ha nostalgia del calcio di una volta?
Sa, tutti quelli che vanno avanti con gli anni la hanno e forse bisognerebbe resistere alla tentazione di lasciarsene avvincere… però, a mio avviso, il calcio di oggi ha perso la capacità di sorridere.

In che senso?
C’è troppa moviola ossessiva al contrario di quanto succedeva prima, e poi gli stessi giocatori litigano troppo spesso, così come anche gli allenatori: ed è difficile vederli sorridere.

L’ultimo esempio è stato Josè Mourinho, all’apparenza sempre così serio…
Mourinho è un furbone (ride)! In verità è un grande comunicatore: in certi momenti si vedeva che gli scappava da ridere ma cercava di trattenersi; alla fine ci ha preso in giro tutti! Scherzi a parte, c’è un eccesso di contrapposizione, anche nel linguaggio delle cronache sportive, da bollettino di guerra.

Quindi è cambiata molto anche la professione del telecronista?
Senza dubbio: intanto, una volta si era da soli mentre oggi ci sono due conduttori in studio e due a bordo campo. E poi il linguaggio delle immagini è completamente diverso.

Perché?
Prima c’era solo il campo lungo, oggi ci sono una ventina di telecamere per cui la partita viene seguita con una logica da scuola cinematografica, ricca di primi piani, passaggi sulla luna piena o sulla bella ragazza in prima fila: è la “good television”, ma per chi commenta il ritmo è molto più incalzante, considerato che già prima bisognava metterci un minimo di partecipazione emotiva. Del resto, non succede solo alle telecronache: basti guardare i titoli dei tg, dati in maniera piuttosto ansiogena… ma poi chissà, un giorno cambierà tutto ancora una volta.

Internet sta sicuramente modificando il linguaggio.
Infatti, sta cambiando anche la grafica delle parole: stanno nascendo lemmi nuovi, penso alla “k” al posto della “c” … staremo a vedere.

Dopo essere stato assunto in Rai, ha continuato a fare sport?
In verità prima di entrare in Rai mi sono laureato e poi ho cominciato a insegnare. Beh, ho dovuto combattere con la pigrizia, anche se nuoto e gioco a tennis: in tutti i modi, non avendo la patente, mi muovo sempre in bicicletta e considerando che abito a Milano, dimostro più che altro una certa temerarietà (ride).

Nel 1985 era all’Heysel reso tragicamente famoso dagli incidenti mortali prima di Juventus-Liverpool. Purtroppo ancora oggi la violenza dagli stadi non è scomparsa: come si può fermarla, secondo lei? 
Il ricordo di quel giorno è ancora molto angoscioso: ai tempi mi illudevo che dopo qualcosa sarebbe cambiato nel comportamento dei tifosi e invece non è successo. Sono però altrettanto convinto che non serve a niente mettere nuove regole, bensì basterebbe rispettare quelle che ci sono già. Si parla sempre del modello inglese da adottare anche da noi: ma i tifosi inglesi non sono diversi dai nostri.
Semplicemente, sono riusciti a spaventarli: perché chi sbaglia va dentro e ci resta, non come da noi che dopo due ore sono fuori.

Sembra molto sensibile all’argomento: partecipa a incontri pubblici per promuovere l’educazione negli stadi?
Più che altro, nei limiti del possibile, porto la mia testimonianza negli incontri pubblici in cui sono invitato a parlare, ma il problema è molto complesso e articolato.

Finiamo con una domanda più leggera: chi vincerà i Mondiali quest’anno?
Altro che leggera, è pesantissima… diciamo che i pronostici danno il Brasile per favorita, ma io sono convinto che la Spagna potrebbe farcela mentre l’Inghilterra ci potrebbe provare.

E noi?
Noi speriamo che ce la caviamo! E del resto anche quattro anni fa non dovevamo vincere…