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La memoria spaziale possiede una forma che nella nostra mente si mantiene molto stabile nel tempo, poiché ha una struttura ordinata, assai dipendente dal contesto o dall’ambiente. Sono ben note le espressioni “devo fare mente locale” o “dove l’ho visto?” quando cerchiamo di recuperare dal nostro cervello informazioni inerenti ad un ricordo sfuggente.
Sui meccanismi naturali di questo tipo di memoria (che permette di ricordare meglio le informazioni quando si crea un’interazione tra ciò che si sta apprendendo e il contesto in cui si è appreso) si fonda la mnemotecnica del “metodo dei luoghi”, così come la ricordava Cicerone:”Coloro che vogliono esercitare questa facoltà della mente devono prendere dei luoghi, collocarvi le cose che vogliono tenere a memoria e imprimerle nell’animo. In questo modo l’ordine dei  luoghi conserverà l’ordine delle cose”.
Ma la memoria dei luoghi non consiste solo in un riconoscimento della realtà che ci circonda.
Il luogo può trasformarsi in luogo della memoria quando l’ambiente diventa “scena” della propria storia autobiografica, diventa cioè spazio vissuto in cui si inserisce sia il ricordo di sé, sia della propria relazione intrattenuta col mondo circostante.
Non riusciamo a pensare a noi stessi senza contemporaneamente collocarci in un luogo: sovente, accanto alla descrizione del ricordo personale si affianca la descrizione di uno specifico ambiente e, sul piano psicologico, questo rievocare produce una miniera di informazioni. Le immagini di spazi legati alla propria casa infatti sollecitano il bisogno della sicurezza, mentre quando riferite ad ambienti esterni si connettono alla vita di comunità e a tutto ciò che ha a che fare con la dimensione esplorativa del mondo esterno.
E’ probabile che per molti il luogo privilegiato del ricordo coincida con le immagini della dimora d’infanzia, luogo elettivo di protezione dalle avversità del mondo esterno e simbolo del grande archetipo universale della protezione, della sicurezza, del riparo, dell’intimità.
Nell’autobiografia “Il mio ricordo degli eterni” il filosofo Emanuele Severino rievoca proprio un’immagine domestica per raccontare il ricordo più lontano di se stesso e del mondo “Un pomeriggio dalla luce grigio-pervinca che precede il temporale e un bambino sui quattro anni seduto per terra sotto il grande tavolo della cucina. Dai lati scendono i lembi della stoffa che lo ricopre. La mamma si muove nella stanza…. Il bambino, ora, è più tranquillo –  ma per quanto?”
Diventano quindi “luoghi della memoria” quegli spazi che acquistano un particolare significato emotivo, che possono fare irruzione improvvisa, che smuovono nella nostra immaginazione impressioni tali da renderli unici poiché sollecitano inconsuete vibrazioni interne e stimolano a un dialogo interiore.
Siano essi reali e concreti, siano immaginari e simbolici, sono comunque spazi che popolano la nostra interiorità, che ci accolgono e contemporaneamente vengono accolti nella più intima profondità, diventando la scenografia dei nostri ricordi personali e degli stati d’animo in quei momenti vissuti.
Nel suo bel libro “Gli spazi dell’anima” lo studioso Lionello Sozzi conduce un’ampia ricerca fra una pluralità di luoghi dell’interiorità che la letteratura narrativa e poetica sceglie per parlare dell’anima: “tra il mondo esterno e il mondo interiore si scopre una meravigliosa rassomiglianza …probabilmente la risposta è nella necessità di localizzare, di tradurre in termini di concretezza delimitata e tangibile anche le entità più inafferrabili“.
l’anima predilige uno spazio per manifestarsi e solitamente le immagini di spazio che più si caricano di significato intimo richiamano anfratti chiusi, sotterranei, caverne e nascondigli isolati poiché, in un’azione di introversione, proteggono e riscaldano. Così scrive Richard Mabey nel suo “Natura come cura. Un viaggio fuori dalla depressione”:  “La terra mi ha sempre attirato a sé. Ero un bimbetto di sei anni e già facevo buche in giardino, scavi così grossi che avrebbero potuto contenere un forziere del tesoro, per il piacere di infilarmici dentro. Qualche anno dopo mi venne la fissa degli alberi. Senza curarmi dei graffi, mi addentravo in profondità nell’intrico di rami e foglie, dove c’era sempre uno spazio sufficientemente ampio, una zona di vuota calma.
Nei nostri spazi circostanti, l’anima si apparta e con essa la nostra vita interiore e le sue variegate emozioni.
Esistono luoghi che prendono forma e vita perché hanno assunto una particolare pregnanza esistenziale, che hanno marcato un momento di svolta, di scelta o di rinuncia, che fanno affiorare la nostalgia e il desiderio di un ritorno, così come accadde nell’esperienza del grande amore che ha legato il poeta russo Iosif Brodskij alla città di Venezia. E’ il rapporto con l’acqua, in particolare, l’elemento vitale che per lui costituisce il primo fondamentale legame col luogo ed ecco che Venezia diventa la trasfigurazione di San Pietroburgo, città abbandonata dall’autore, poiché costretto dalle autorità sovietiche che già lo avevano condannato come sovversivo. Ed è Venezia il nuovo luogo di riparo: la struttura labirintica della città, i suoi vicoli tortuosi, i ponti, i gradini, il camminarci dentro nella gelida luce invernale e la nebbia capace di trascinare Venezia fuori dal tempo sono tutti elementi che portano Brodskij ad esaltarne il vero piacere terapeutico: “si dorme sodo, in questa città, perché i piedi faticano molto e affaticandosi placano una psiche eccitata e, allo stesso modo, ogni senso di colpa” fino a fargli dichiarare “Da qui non me ne andrò mai” e infatti oggi riposa per l’eternità a San Michele, l’isola galleggiante dei morti.
E se la letteratura ha sempre bisogno di uno spazio per tradurre in armonia e bellezza le nostre voci più intime, l’ambientazione non deve necessariamente essere aderente al reale. Si può essere anche viaggiatori in pantofole, quando la capacità dello scrittore è tale da riuscire a far lavorare l’immaginazione. Un luogo inizia ad esistere quando qualcuno inizia a raccontarlo e conduce il lettore a costruirne una visione personale, a vederlo proiettato in una rappresentazione mentale. Scrive Bayard nel suo “Come parlare di luoghi senza esserci mai stati”: “non è il luogo – oggetto del discorso geografico – ma una dimensione altra, che potremmo chiamare spirito del luogo, ciò a cui deve guardare lo scrittore … lo spirito del luogo richiede uno spirito di idealizzazione che, tramite la forza d’invenzione della scrittura, può diventare proprietà immaginaria di tutti”.
E’ potente questa suggestione che ci invita a cercare l’anima nei luoghi e a “fare anima” con l’anima del mondo, come direbbe James Hillman.
Tutti abbiamo sperimentato particolari visioni che agiscono il richiamo di qualcosa di profondo, di inspiegabile, qualcosa che porta ad interpretarle non per le caratteristiche fisiche che posseggono, ma per il pathos che riescono a produrre in chi rivolge loro gli occhi. E’ questo l’incontro con genius loci, l’immagine simbolica del protettore del luogo che si riattiva quando mette in contatto il suo spirito con le tensioni emotive di ogni io.
Così Hillman parla del Genius Loci nel suo “l’anima dei luoghi”: “l’anima del luogo deve essere scoperta allo stesso modo dell’anima di una persona. E’ possibile che non venga rivelata subito. La scoperta dell’anima, ed il suo diventare familiare, richiedono molto tempo e ripetuti incontri”.
Quando si può quindi affermare  di essere in contatto con il genius loci?
Quando non è più la psiche ad essere in noi, ma siamo noi che entriamo nella psiche?
Quando nel luogo che fa da cornice al ricordo il cuore risponde, l’anima personale si risveglia e si sente bene perché lì ha trovato il suo centro, finalmente il suo “dove”, in quella dimora filosofale in cui mente e corpo in armonica completezza si ritrovano contemporaneamente.