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Ognuno di noi è una storia che nasce non solo dal collegamento di un passato al futuro che verrà, ma anche il prodotto di tutte le storie ascoltate o vissute da chi ci circonda.
Nei meandri finora attraversati della memoria, non poteva mancare una riflessione sulla memoria autobiografica che, in certe situazioni, può anche avere un potere curativo. Parlare della propria storia, infatti, mette in scena retrospettivamente i nostri ricordi e in più dà origine a una visione introspettiva su ciò che nella vita si è fatto, col benefico risultato di sentirsi artefici non di una, ma di tante, tantissime trame.
Si tratta, in fondo, della stessa sensazione di quando, da bambini, qualcuno ci raccontava una fiaba.
Ricordate il “c’era una volta”? Era quel magico incipit che chissà quante volte ci ha aperto l’accesso a nuovi mondi, abitati da personaggi fantastici, impegnati in virtuose battaglie, sempre comunque destinati a riportare ordine laddove esisteva un caos.
Bruno Bettelheim individuava nel suo libro Il mondo incantato le caratteristiche basilari che nella fiaba possono produrre vantaggi psicologici nel bambino: “Per poter arricchire la vita, deve stimolare la sua immaginazione, aiutarlo a sviluppare il suo intelletto e a chiarire le sue emozioni, armonizzarsi con le sue ansie e aspirazioni, riconoscere appieno le sue difficoltà e nel contempo suggerire soluzioni ai problemi che lo turbano”.
Se ci pensiamo, scopriamo che anche da adulti ascoltare una storia corrisponde ad una ricerca che ognuno di noi compie nel proprio processo di crescita per identificarsi in un Eroe, per riconoscersi, fondersi e guardare con i suoi occhi le vicende del mondo.
Questo è il motivo per cui ci emozioniamo quando una voce narrante del cinema, del teatro, o delle pagine di un libro ci conduce a spiare le gesta del protagonista e ad immedesimarsi con lui grazie alla risonanza tra la sua realtà e la memoria di noi stessi.
Amiamo le storie perché i personaggi incontrati incarnano emozioni e sentimenti universali cui nessuno sfugge: avventura, rabbia, fortuna, vendetta, gelosia, lealtà, onestà, competizione, idealismo, tormento, gioia, disperazione.
Amiamo le storie perché gli eroi che lì agiscono percorrono viaggi simili ai nostri, costellati da prove e cimenti che necessitano di coraggio e decisione, ma anche di incontri propizi, di incoraggiamenti, di casualità e ricompense.
Joseph Campbell scrive l’eroe dai mille volti per narrare il viaggio mitologico come modello insito in ogni storia individuale. Il potere di fascinazione dell’errare è legato al rispecchiamento delle grandi domande esistenziali del chi, dove, come e perché susseguite da una straordinaria potenzialità, ovvero la trasformazione.
Sì. Ogni storia è la storia di una trasformazione.
Se il racconto piace, attira, conquista perché il suo protagonista si tramuta e attraversa un cambiamento, allora anche la nostra storia è il racconto del cambiamento di noi stessi e di come i nostri valori – permeati dal confronto con le persone con cui entriamo in relazione – modificano la visione del mondo raggiungendo una propria completezza.
Perché, quindi, non riacciuffare quel c’era una volta per entrare direttamente nella scena della narrazione autobiografica raccontando a noi stessi e agli altri chi siamo?
Poco importa la cronologia e la concatenazione esatta degli eventi: la nostra storia ha un costo che vale tanto quanto il tempo che abbiamo impiegato a costruirla, ed è questo che le conferisce un valore unico. Non è importante come effettivamente andarono le circostanze, ma qual è il solco che esse hanno tracciato. Ripercorrere quelle orme equivale ad intraprendere un viaggio di conoscenza di sé, a riannodare fili interrotti, a ridefinire storie sospese, a caratterizzare con più nitidezza impressioni derivate da relazioni complesse.
l’ordine narrativo sarà definito dal percorso disegnato dalla nostra memoria e ci accorgeremo che prevarranno gli accadimenti colorati di emozione, poiché è proprio l’emozione che connota il ricordo di un certo avvenimento. Non stupiamoci se molte reminiscenze riguarderanno l’infanzia: l’occhio dell’adulto che guarda a sé bambino è più benevolo e disposto a rileggere gli annunci di una personalità non ancora consolidata, di un Sé poco accessibile al mondo dei grandi così poco inclini a farsi carico dei misteri e delle paure che possono dimorare nella mente infantile.
E così, come per l’eroe si trepida nei momenti cruciali dell’avventura, anche nella rievocazione della propria  storia si potrà indulgere su eventi e prove che hanno prodotto fatiche, ma anche soddisfazioni, con quel sapore lievemente nostalgico per luoghi, persone, tradizioni di un mondo com’era una volta e ora non è più.
Apriamo le pagine del libro della nostra vita e rivisitiamo le sue fasi, i passaggi cruciali che hanno provocato cambiamenti, i grandi maestri che hanno dato una traiettoria alle nostre indecisioni, le casualità e gli eventi fortuiti  che hanno scompaginato equilibri consolidati, i luoghi mitici che si sono impressi nella memoria, gli oggetti simbolici di cui non potremmo mai disfarci.
La penna sta alla carta come l’ago al filo: entrambi possono cucire, rammendare  o ricamare i lembi della nostra storia. E’ questo un insegnamento fondante della Libera Università di Anghiari e laboratori per avvicinarsi al mestiere dell’autobiografia.
Ricordare chi siamo, ritessere la trama della nostra vita, rimaneggiare e riattualizzare momenti del passato possono inoltre essere strumenti curativi in periodi della nostra esistenza in cui accadono episodi cupi, bui, di frattura.
Narrando a sé attraverso un diario o raccontando ad un ascoltatore che possa condividere il racconto, aiuta a lenire ciò che angustia e contribuisce a dare sollievo.
In questi frangenti, il metodo autobiografico può essere scelto come attività di sostegno psicologico, come percorso indicato per ritrovare nella propria memoria tempi, spazi ed eventi legati allo stare nel mondo. La narrazione conduce a trovare i successivi sviluppi del momento attuale di vita, aiutando a rinnovare il rapporto con se stessi e con gli altri, attraverso forme intimistiche di conoscenza: il desiderio, la paura, il mistero, il dolore.
In un gruppo di narrazione autobiografica il racconto di sé coincide con il “tempo per sé”, ovvero un tempo in cui la persona dedica tempo a se stessa, al di fuori di vincoli o richieste esterne, con l’obiettivo di acquisire maggiore consapevolezza sulla propria condizione, attivare strategie di adattamento e cercare possibili cambiamenti.
Inoltre, all’interno del gruppo, lo scambio di ricordi e sensazioni consente di capire ad ogni persona, ben differenziata dalle altre, che può esistere qualcosa che unisce  nell’affrontare le sfide che la vita propone.
Perché non provarci? c’era una volta me… la storia che solo tu puoi raccontare.

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