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Ritorniamo alla nostra metafora della palestra per la memoria e soffermiamoci sul fenomeno dell’oblio.
Molte informazioni che raggiungono il nostro cervello, se non sono ritenute importanti, tendono a svanire.
Quelle che chiamiamo dimenticanze, in particolare, sono i casi in cui le tracce del ricordo sono talmente labili che paiono essere scomparse, ma che con un piccolo aiuto possono ricomparire.
Di certo non è piacevole scoprire che la memoria non ci assiste più come un tempo. Un simpatico e attivissimo ottantenne mi dice: “Anche quando avevo vent’anni ogni tanto mi capitava di dimenticare qualcosa, ma non ci facevo assolutamente caso. Adesso invece ho sempre il timore che qualcuno, nell’ascoltarmi ripetere la stessa cosa, o vedendo che non mi viene il nome di una persona, o che cerco per la casa un oggetto, possa scuotere la testa con compatimento”.
A qualsiasi età, le cause che provocano dimenticanza possono essere molte: la mancanza d’interesse verso un dato evento; la distrazione, quindi attenzione insufficiente a registrare quel dato evento; le interferenze determinate da un affollamento di informazioni o da un periodo insufficiente per rielaborare quelle che ci importano.
Anche il tempo può essere fattore di oblio: se i ricordi non vengono periodicamente utilizzati, possono affievolirsi sino a sparire.
Pure l’ansia è causa di interferenza durante la fase del recupero: è bene quindi accettare il fatto che si verifichino tali smemoratezze e non paragonarle tout-court a un inizio di declino inarrestabile.
Vedremo più avanti che proprio un atteggiamento tranquillo e di attesa  ha spesso il magico potere di far sì che quel “buco” si torni a riempire del materiale che credevamo perduto.
Per contrastare il fenomeno della dimenticanza, è consigliabile tener in debito conto le seguenti condizioni:
intenzionalità e motivazione (lo voglio fare perché mi interessa);
consapevolezza (sono cosciente di ciò che sto facendo);
la sequenza operativa (lo faccio nel seguente modo…) attraverso la costruzione di ganci mnemonici associativi.
Se infatti il materiale ricevuto è considerato notevole di registrazione, i neuroni si attivano e iniziano a produrre connessioni che permetteranno di conservarne il ricordo.
Per favorirne il recupero, però, è necessario, soprattutto in età non più verde, dedicare un maggior tempo alla fissazione dell’informazione.
In effetti, siamo sempre concentrati sul ritrovamento del materiale archiviato, mentre diamo poca importanza al fatto che il processo di memorizzazione consta di tre fasi: la fissazione dei contenuti, la fase della conservazione e, solo infine, quella del recupero.
Ogni notizia che ci arriva cerca di collegarsi nel patrimonio di informazioni che già possediamo, cercando la più simile a sé. In altri termini, più associazioni  si riescono a produrre, più magazzini si attivano per contenere quella nuova informazione. Maggiore il numero dei magazzini attivati, maggiori le possibilità di recuperare il ricordo.
Ma vediamo in termini pratici cosa si può fare per rinforzare la fissazione. Alcuni esempi di dimenticanze celebri:
– “Dove ho posteggiato l’automobile”?
– “Perché sono venuta qui,  in camera da letto”?
– “Non trovo più gli occhiali”.
Costruire ganci mnemonici per aiutare il recupero di un’azione equivale a organizzare una solida rete associativa attraverso questi passaggi:
– porsi tutte le domande possibili sull’evento che si deve ricordare
– ricordare l’umore che si aveva nel momento in cui si eseguiva quell’azione;
– visualizzare il contesto (chi c’era, cosa si stava facendo, elementi ambientali circostanti);
– ricostruire il momento, analizzando che cos’era successo immediatamente prima e dopo l’azione compiuta;
– ritornare mentalmente sulla scena rivedendo il luogo in cui era stata effettuata l’azione;
– ripetere a voce alta e più volte nomi particolarmente significativi.
Se rispettiamo queste indicazioni, siamo inevitabilmente impegnati a dare una struttura al materiale che dobbiamo immagazzinare e quindi gli attribuiamo una buona fissazione e una buona conservazione.
Così, al momento del recupero, vediamo che accade.

“Dove ho posteggiato l’automobile”?
l’ho lasciata poco lontana da viale Matteotti, Matteotti, Matteotti, dove c’è il magazzino Standa, vicino a un’edicola dove chiacchieravano due persone entrambe con un grosso cane al guinzaglio e una farmacia presso la quale mi sono fermata per acquistare l’aspirina. Ho impiegato 10 minuti di passo abbastanza veloce per arrivare all’appuntamento dallo specialista, girando subito a sinistra in via Leopardi, Leopardi, Leopardi.

“Perché sono venuta qui, in camera da letto”?
Il gesto migliore è di “annunciarsi” a voce alta il perché di questo spostamento. Pertanto mentre sto girando l’impasto della pizza, pianificando il tempo per organizzare il resto della cena e scoprendo nel frattempo di non aver predisposto il telo per coprire la pasta durante la lievitazione, esclamo: “Ecco, adesso lascio qui la terrina qualche minuto, il tempo di sciacquarmi le dita infarinate, puntare il contaminuti, togliere l’insalata dal frigo e andare nella cassapanca in camera per prendere lo strofinaccio di cotone bianco”.

“Non trovo più gli occhiali”.
l’ultima volta che li indossavo è stato quando Paolo mi ha chiamato per leggere un articolo sul computer. Ho lasciato la lavatrice riempita a metà, con l’intenzione di prendere le federe in camera da letto. Poi è squillato il telefono e sono uscita di corsa dalla camera per rispondere. Mentre parlavo con il portatile ho acceso il gas per fare bollire l’acqua. l’azione che ho lasciata interrotta è la lavatrice e la raccolta delle federe. Vado a vedere: eccoli qui, sul comò della camera, vicino alle federe pulite.

Sempre a proposito di dimenticanze temporanee, chi di voi non ha mai dichiarato Ce l’ho qui, sulla punta della lingua?
Due strategie possibili, molto diverse fra loro:
1. anziché affannarsi per trovare la parola a tutti i costi, spostare la concentrazione su qualcosa che si allontani il più possibile da quel vuoto mentale.
In questa cosciente presa di distanza, la parte “inconscia” della mente lavorerà  per conto suo, facendo riaffiorare il vocabolo quando meno ce lo aspettiamo.
2. passare in rassegna l’alfabeto, cercando di risalire dalla lettera iniziale alla parola intera (il cugino di Anna si chiama A? Antonio, Angelo, Aldo…  B? Bruno, Bertoldo o forse C? Carlo, Cosimo .. No. D? Davide, Dario! ecco si chiama Dario).
Dobbiamo essere realistici: il fenomeno non può essere debellato, però è possibile rinforzare il meccanismo della ricerca attraverso un esercizio di vocabolario.
Provatelo. E’ divertente, salutare, utile nei casi in cui dovete riempire il tempo.
Si chiama “Treno di parole monovocaliche in A”. Consiste nella ricerca di parole lunghe da 2 lettere a 10 (o anche più) che contengano solo ed esclusivamente la vocale A (al, Ada, fama, falsa, patata, matassa, farfalla, caracalla, cassapanca …).
Se amate le sfide, potete decidere anche che il vostro treno inizi con un’unica lettera, sempre con l’accortezza di avere solo la vocale A (ma, mal, Mara, mamma, madama, mandala, malfatta, malandata, massacrata…).
Naturalmente possono essere anche treni con parole monovocaliche in E, I, O e, se ci riuscite, in U. Buon allenamento!

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