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Viviamo circondati da oggetti. Oggetti che stimolano i nostri desideri, stabiliscono lo status sociale di appartenenza, rinforzano la nostra autonomia, alimentano la capacità di apprendere e di creare, marcano il trascorrere del tempo e la caducità dell’esistere. Oggetti che, entrando nel nostro corpo, arrivano persino a garantire la nostra stessa sopravvivenza.
Abbiamo quindi un rapporto continuo con essi, assistiamo al loro entrare e uscire dalla nostra vita talvolta con un moto proprio, indipendente dalla nostra volontà, altre volte con una partecipazione emotiva che ci fa sentire parte di essi.
Ci capita spesso di usare i termini oggetto e cosa come sinonimi, ma se analizziamo la provenienza etimologica, scopriremo che “oggetto” deriva da obicere, ‘lanciare contro’, un ostacolo che ci si para davanti e deve essere in qualche modo fagocitato, reso nostro.
La parola “cosa”, invece, è la contrazione del termine latino causa e denota ciò che più ci sta a cuore, qualcosa per cui vale la pena di battersi. Ogni cosa, in quanto tale, racchiude in sé interi racconti umani di cui ci siamo persi il significato e costituisce un anello di continuità fra le generazioni.
Remo Bodei, nel suo libro La vita delle cose riflette: “Comprendere la vita delle cose esige altrettanto acume di quanto ne richieda il comprendere la vita delle persone” . Per il filosofo, le cose danno consistenza alla nostra identità: se non si ha amore, il rapporto con esse diventerà solo meramente possessivo, causando una bulimia acquisitiva destinata a produrre infelicità anche verso se stessi.
Questa premessa probabilmente facilita la comprensione di alcuni nostri atteggiamenti altrimenti difficilmente spiegabili. Per esempio, perché il nostro sguardo talora indugia su un oggetto particolare in balia di ricordi, emozioni, curiosità, fascino?
Perché organizzando un trasloco, la mano rimane sospesa fra il gesto di inscatolare un giocattolo rotto o destinarlo al sacco dei rifiuti? O, ancora, perché il cuore si stringe nello sgombero di un appartamento rimasto vuoto dopo la perdita di una persona cara? O che cosa ci attira a frequentare le bancarelle del mercato di brocantage, soffermandoci di fronte ad oggetti di cui forse non conosciamo nemmeno la funzione?
Eppure sono solo oggetti. Oggetti diventati cose. Cose che ci parlano.
Che cosa ci raccontano? Che può dirci un orsetto con l’occhio guercio o un cappellino di paglia sformato?
Charles Schulz, nelle famose strisce che ci hanno accompagnato fino all’inizio del nuovo secolo, ci fa conoscere Linus, capace di estraniarsi dalla complessità del mondo col dito in bocca e l’inseparabile copertina stretta nella mano a far da strascico al passo.
In psicologia, l’americano Donald Winnicott designa con il termine “transizionale” un oggetto materiale (un pupazzo, un giocattolo, il lembo di una coperta) di intenso valore affettivo, che il bambino necessita per addormentarsi o durante la giornata. La sua presenza lo mette in grado di tollerare la temporanea lontananza del genitore ed è così denominato proprio perché funge da “transizione” tra l’abbandono dello stato fusionale con la madre e la formazione di una sua rappresentazione interna stabile che gli permette di evocarla anche se non è presente.
Col passare del tempo, tali oggetti vengono gradualmente abbandonati, anche se è possibile una loro ricomparsa in anni successivi, di solito in concomitanza ad eventi critici, quando l’ancestrale bisogno di sicurezza e protezione torna a fare capolino.
Ecco perché una vecchia scatola di latta o un’automobilina senza ruote sono in grado di vincere la battaglia contro il sacco di plastica dei rifiuti.
E che cosa succede alla nostra anima di fronte al non facile impegno di svuotare la casa di altri?
Virginia Woolf, in Gita al faro, ci lascia immaginare la desolazione di una casa disabitata con la sua “carta da parati scollata, le gambe nude dei tavoli, le pentole e le porcellane ormai incrostate di calcio, annerite, incrinate. Ciò che s’erano tolti e avevano lasciato lì – un paio di scarpe, un berretto da cacciatore, delle gonne sbiadite e delle giacche negli armadi – serbava ancora l’impronta umana e in quel vuoto indicava che una volta quelle forme erano state piene, animate…”.
Le stanze vuote, le tracce lasciate sul pavimento dai mobili spostati o il diverso colore delle pareti, là dove erano appesi i quadri, sono tutte dimostrazioni di “oggetti dell’assenza”, una assenza visibile della vita che prima riempiva quegli spazi.
Aprire armadi, cassetti, bauli, cassapanche è come forzare un luogo d’intimità, di vita psicologica segreta. Spalancare ante, trafugare nella profondità dei ripiani, scoprire doppi fondi ci fa sentire ladri di segretezza o scopritori di oggetti che altri consideravano indimenticabili.
Nel Diario di Jane Somers, proviamo insieme a Doris Lessing ad esplorare nel cassetto di un’anziana donna ricoverata improvvisamente in ospedale: “La metà di una vecchia tenda di rasatello verde, piena di bruciature di sigaretta; due anelli da tenda, di ottone, rotti; una sottana, macchiata, strappata sul davanti, di cotone bianco; due paia di calzini da uomo, pieni di buchi; una confezione ancora intatta di pannolini – non assorbenti, pannolini di stoffa: non avendone mai visto uno prima, li ho guardati affascinata; due paia di mutande di seta artificiale rosa, taglia media; un calzascarpe di tartaruga; una scatola di lucido bianco per scarpe estive da signora, indurito e crepato; un pacchetto di lettere col timbro del 1910, un ritaglio del Daily Mirror che annunciava lo scoppio della seconda guerra mondiale; alcune collane di perline; una sottoveste di satin azzurro scucita di lato, da ambo le parti, per adattarla a fianchi più larghi…” . Questo e altro ancora per intuire il carattere della donna, i suoi cambiamenti fisici, le relazioni con l’altro sesso, le trepidazioni di fronte al tragico sviluppo degli eventi storici.
Il mondo delle cose è un mondo parallelo al nostro sviluppo.
Sigmund Freud identifica col termine libido la quantità di energia affettiva che ognuno di noi dirige verso gli oggetti che ci circondano, legami che anticipano il formarsi della coscienza critica. Gli affetti quindi precedono la ragione, con la quale si intrecceranno solo nel corso della crescita.
In Caducità, Freud scrive: “Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna a essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto“.
Sarà solo l’elaborazione del lutto a consentirci di spostare altrove i nostri investimenti affettivi e cognitivi. In questo senso, Vladimir Jankélévitch distingue tra “nostalgia chiusa”, che si ripiega vittima del rimpianto di ciò che è stato e poi si è smarrito, e “nostalgia aperta” capace di rielaborare il vissuto del lutto e permettere allo sguardo di aprirsi verso un nuovo possibile futuro.
Finché resteremo ancorati alla vita che ha preceduto la perdita, gli oggetti resteranno bloccati con noi e la loro eliminazione provocherà un continuo scaturire di sensi di colpa.
E che dire dell’incomprensibile seduzione esercitata dagli album delle figurine Liebig, le pagine odorose di muffa di vecchi libri salvati da chissà quali cantine, le stampe pubblicitarie di auto d’epoca, gli attrezzi da cucina arrugginiti, le sveglie a molla e gli orologi a cipolla con la catenella?
E perché no, anche il sublime superfluo, le famose cose di “pessimo gusto”, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito, ‘salve’,’ ricordo’, le noci di cocco …di gozzaniana memoria.
Che cosa sanno raccontare queste “reliquie” da solaio?
Per esempio, di un tempo in cui la “permanenza” dell’oggetto poteva costituire un elemento di qualità. Fatto per durare.
Oggi il segno delle cose durevoli è andato praticamente distrutto: gli oggetti che stanno attorno a noi vengono progettati e realizzati con l’esclusivo obiettivo di diventare presto obsoleti, essere velocemente sostituiti, non perché consumati, ma perché semplicemente intercambiabili con altri più moderni.
In questo caso, dunque, le cose ci descrivono la velocità del cambiamento e forse questo è il motivo di fascinazione provocato da suppellettili fuori dal tempo, pesanti, ingombranti, lente.
La tecnica, anche in questo caso, gira vorticosamente: non più oggetti “liquidi”, secondo la felice definizione di Zigmunt Bauman, ma addirittura “volatili”.
Ecco allora i vecchi atlanti stradali del Touring Club che suddividevano il nostro paese in tre grandi tronconi (Nord, Centro, Sud e isole) superati dal GPS, navigatore satellitare; i 33 giri con le parole delle canzoni nei risvolti delle artistiche copertine smarriti nell’iPod; i pesanti lucchetti di ferro a sigillo dei nostri spazi intimi sostituiti dal digicode; la carta da lettera dei primi turbamenti adolescenziali annullata dai messaggi contratti degli Sms. Nuovi linguaggi per nuovi oggetti.
Si domanda Remo Bodei: “Se le tecnologie, le necessità e i gusti cambiano, perché restare allora attaccati alle cose e alle tecniche del passato? Perché seguire, in maniera snobistica, la moda dell’antiquariato e mettere in bella mostra – senza capirli, come semplici trofei di ricchezza e di presunta distinzione – oggetti che con noi non intratterranno mal alcun intrinseco rapporto e che non sono stati adottati per ‘amore’?”.
Probabilmente perché, nonostante tutto, c’è bisogno di ristabilire un rapporto che vada oltre il mero consumismo. Occorre ripristinare l’esercizio dell’ascolto: le cose hanno un linguaggio denso di valori simbolici e affettivi che va recuperato.
Un rapporto più sobrio, più attento e meno egoistico con esse ci metterà in grado di reintegrare nella nostra storia le tracce della storia collettiva, a comprendere meglio noi stessi e ad accogliere con forma nuova l’amore che, proprio attraverso le cose, ci lega al mondo.

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