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E’ possibile affermare che coltivare un giardino sia assimilabile a un viaggio nella psiche con effetti salutari sulla nostra qualità di vita?
Certo che l’immagine di un cancello dischiuso su un giardino quale metafora dell’inizio di una pratica psicologica è quanto mai suggestiva e seducente.
Lo psicanalista Gustav Jung affermava che la forma e la struttura di ogni giardino rappresentano simbolicamente la possibilità di delimitare le emozioni umane che affollano la vita interiore.
In effetti, che cosa c’è di meglio dell’incontro fra natura e immaginazione per riuscire a intrecciare lo spazio fuori di noi con quello interno?
A ben pensarci, in ogni memoria individuale abita un giardino – poco importa se di proprietà o semplicemente incontrato nel mondo magico delle fiabe – ed è proprio quel ricordo unito al sogno di riprodurlo che sempre ci insegue.
Là dove c’è una dimora, se l’ambiente lo consente, è facile che una siepe, un cancello, una palizzata facciano da contenitore di un piccolo pezzo di terra pronto ad essere soggiogato al nostro desiderio di controllo e di ordine.
Dove invece questa possibilità è carente (come nel caso delle grandi metropoli) è commovente osservare lo sforzo di costruire uno spazio verde negli ambienti più ostili. E’ il caso di alberelli o cespugli che, indifferenti a clima e inquinamento, dividono nelle autostrade il destino di chi va e di chi torna; delle tolle arrugginite riempite di terra ed erbe odorose vicino ai distributori di benzina; dei contorti ulivi radicati negli angusti spazi delle rotonde delle strade provinciali; delle sparute aiuolette colorate nei pressi delle stazioni ferroviarie.
Perché, anche quando si viaggia, il desiderio del verde aiuta a meglio sopportare le colate di cemento e la frenesia del vivere. Un desiderio che si spinge anche all’interno delle abitazioni cittadine, dove un balcone può trasformarsi in un minuscolo giardino pensile o una camera essere opportunamente riempita di idroponiche e bonsai o, se il locale è proprio minimo, ecco che un giardino Zen da tavolo corredato da sabbia, rastrellino e lanterna riesce a simulare un verde perimetro.
Il fatto è che il giardino esprime un microcosmo su cui l’uomo, in modo controllato e sensibile, può esercitare il suo bisogno di dominio e la volontà di addomesticare una natura di per sé indomita e selvaggia, piegandola ad un proprio individuale gusto e carattere.
Così Duccio Demetrio nel suo libro Di che giardino sei? ci descrive il rapporto educativo tra uomo e giardino: “La potenza della terribile e meravigliosa terra, il suo autoerotismo sfrenato, la sua sfrontatezza vengono contenuti dalla paziente e sapiente opera di chi si prende cura del giardino, quasi fosse un buon pedagogo: il quale progetta l’avvenire dell’educando, gli impartisce il proprio sapere, lo corregge, lo limita, lo controlla. Il giardiniere è un microagricoltore; è un contadino e un educatore per diletto”.
Il giardino ci affascina perché ci parla e ci rispecchia.
Come, per esempio, non riscontrare in queste parole tratte dallo Zibaldone tutta la sofferente, pessimistica visione di un Giacomo Leopardi minato nel fisico?
Voi non potete volgere lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento… Quell’albero è infestato da un formicaio, … quello è offeso nel tronco… Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco… In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso, là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via”.
Il giardino ci coinvolge perché è allegoria della corrispondenza tra il nostro esistere e il ciclo universale della vita, in cui inseminazione, nascita, sviluppo, maturazione, avvizzimento, caduta, altro non sono che le espressioni delle nostre personali stagioni del vivere.
Lavorare a stretto contatto con la terra, quindi, facilita la comprensione del mistero della vita e della morte, poiché non esiste momento in cui in giardino non si intessano esuberanza e caducità.
Scrive Hermann Hesse: “La nuova stagione è appena iniziata e già siamo circondati da foglie cadute, cadaveri, getti e polloni recisi, piante soffocate o altrimenti morte… ma non nell’indifferenza: tutto viene accuratamente sorvegliato, nulla è sprecato… Non passerà molto che dai tristi rifiuti e dalla morte nasceranno nuovi getti e polloni, e ciò che è marcito e si è disfatto riprenderà vita in forme nuove, belle e colorate”.
Specchio della nostra anima, il giardino ci stimola all’osservazione, all’ascolto e al pensiero, a una cura che solo apparentemente è rivolta a semi ed erbacce.
Corregge la nostra impazienza. Ancora Hesse nel suo “In giardino”: “Alla fine, nonostante desideri e fantasie, occorre volere solo quello che la natura vuole, lasciando che sia lei a disporre e provvedere. La natura è irriducibile. Talvolta si fa lusingare, pare si lasci raggirare, ma poi fa valere con tanto più rigore i propri diritti”.
E nei gesti della cura ci si educa anche al silenzio e alla solitudine, alla contemplazione e alla meditazione.
Insomma, fare il bene del giardino è soprattutto fare del bene a se stessi.
Del rapporto terapeutico che la natura ci offre, ne parla anche lo psicanalista Claudio Risè, il quale, commentando i risultati presentati al convegno “Grandi città e salute mentale” dichiara che dove manca il verde si registra un aumento del tasso di sindrome depressiva e poiché il giardino appaga l’umano desiderio di bellezza, sapere ed esercizio fisico, ecco che riscoprire un più intimo contatto con esso può aiutare a superare uno stato di crisi.
Una riprova di questa affermazione ce lo dimostra il romanzo autobiografico di Richard Mabey La natura come cura, in cui il famoso botanico inglese narra in che modo, trasferendosi in una nuova casa immersa nei boschi, riesca pian piano a risalire la china del baratro depressivo in cui era caduto e a recuperare la sua voglia di scrivere e di vivere.
Ancora sugli effetti terapeutici di questo luogo Ruth Amman nel Il giardino come spazio interiore mette a paragone lavoro fisico e psichico: “Si taglia l’erba, si estirpano le erbacce, si raccolgono le foglie appassite… come inattesa gratificazione succede che si dimentichino o si trasformino le preoccupazioni o le contrarietà che ci tormentavano;… si potano le siepi e gli arbusti pensando che anche nella propria anima si potrebbero tagliar via vecchi e inutili pensieri”.
E se molti propongono l’immagine del giardino come evocazione nostalgica di un Eden incautamente smarrito, non così la pensa Gian Lupo Osti che osserva: “l’idea del giardino viene da molti collegata al desiderio di ricreare il paradiso terrestre perduto. Francamente non ne sono convinto: Adamo ed Eva non hanno perso tempo a seguire ciò che gli proponeva il serpente. Ho sempre avuto il dubbio che nell’Eden si annoiassero mortalmente e che siano stati molto lieti di uscirne. .. un’eterna uniforme primavera, nessuna sofferenza ma neanche desideri da appagare? Meglio tornare fra i mortali…”.
Per il novantenne autore di “Invecchiare in giardino”, l’età avanzata non è motivo di scoraggiamento: allontanare gli sforzi dona più tempo per “godere dei semplici piaceri che offre la Natura: sedere all’aperto in giardino e, con un bicchiere di buon vino, riscaldarsi al sole in una bella giornata d’inverno, godersi una tazza di tè e una fetta di torta in estate, aspettando il tramonto e la frescura della sera”. E a tutti consiglia come praticare un giardino serva per assaporare in modo più disteso gli anni raggiunti: “E’ un valido aiuto per vivere con serenità la vecchiaia, attendendo la sua naturale conclusione” .

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