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L’errore più comune per un terapeuta che abbia scelto la via dell’arte per dialogare con un paziente è spingerlo a cercare un significato nascosto nella propria creazione artistica: l’obiettivo dell’arte-terapia è invece dare risalto all’atto creativo di per sé, indipendentemente dal valore estetico toccato dall’opera e dal tipo di malattia di cui soffre chi l’ha realizzata.
È questo il messaggio centrale racchiuso nel libro di Chiara Salza, intitolato Arteterapia e Alzheimer (edizioni Nodo libri: nella foto a sinistra, la copertina). L’autrice è un’arteterapeuta che lavora per il Centro donatori del tempo di Como, di cui ci ha parlato poco tempo fa Carla Bignami. È stata proprio Carla a suggerirci di leggere il prezioso e agile volume stampato nel 2007 in occasione del trentennale dell’associazione. Ai tempi, Chiara lavorava per loro da circa quattro anni e da quel che racconta, con la tipica semplicità delle persone più capaci, non conosceva affatto la malattia di Alzheimer, benché avesse accumulato già un certo bagaglio di esperienze con altri tipi di utenze. Del resto, l’uso dell’arterapia su anziani che stanno lottando contro la perdita della memoria non è ancora molto diffuso. Oltretutto, non è detto che funzioni su tutti nello stesso modo. Chiara lo dice chiaramente: anche se la creatività è innata in ogni essere umano, non si può costringere nessuno a scoprirla in età già avanzata, soprattutto se scatena ansie da prestazione eccessive. Perché si possa partecipare a un “setting”, ossia a una seduta di arteterapia, bisogna che il paziente di Alzheimer si senta talmente a suo agio da farsi assorbire del tutto dalla sua creazione. In questo modo, riuscirà a concentrarsi per un tempo piuttosto lungo, come magari non è più capace di fare nelle sue azioni quotidiane.
Il terapeuta, dal canto suo, dovrà parlare con chi frequenta l’atelier solo di tecniche, di materiali e di spunti creativi possibili, evitando giudizi o peggio interpretazioni psicanalitiche. Essenziale è anche il rapporto con i familiari, ai quali si dovranno riferire i successi degli allievi e non i limiti, un po’ come la mamma che del figlio mette in luce quel che sa già fare anziché quel che non ha ancora imparato. Il parallelismo tra Alzheimer e infanzia è usato dall’autrice in maniera molto pertinente: a un certo stadio della malattia il tratto usato nei disegni dei malati è simile a quello dei bambini piccoli. Chiara invita però ad andare oltre l’inevitabile tristezza che una riflessione del genere potrebbe indurre: spesso proprio nelle opere dei malati più gravi si raggiunge un livello di espressività veramente straordinario, in alcuni casi di vero valore artistico. L’arteterapeuta precisa però che sarebbe sbagliato “cercare il genio” nelle opere dei malati di Alzheimer e non solo, ma quando c’è andrebbe valorizzato, com’è successo per esempio nel caso di Carlo Zinelli, una vita intera in ospedale psichiatrico, le cui opere oggi sono nei musei di tutto il mondo.
Si tratta comunque di eccezioni, conclude Chiara, che non devono far dimenticare la bellezza in sé dello stare in gruppo prendendo energia dagli altri, senza alcuna differenza tra chi cura e chi è curato. Non di rado si passano molti minuti in silenzio, ciascuno assorto nella propria arte, dimentico di ogni sofferenza.
Che cosa ne pensate dell’arteterapia? In generale, pensate anche voi che la creazione artistica possa curare le ferite dell’anima? Diteci la vostra, vi aspettiamo.