
Che
camminare faccia bene alla
salute sono in molti a dirlo e a saperlo. Non è invece usuale l’idea che a questa azione si possano associare
processi di conoscenza e cultura adatti per i tempi lenti della pre-vecchiaia e della vecchiaia. E’ quello che faremo in questo articolo.
Il nostro
sistema cardiovascolare, composto dal cuore e dai vasi sanguigni, lavora senza interruzioni da quando siamo in vita. La conseguenza è nota: la principale causa di morte nelle società contemporanee è dovuta alle
malattie cardiache e le patologie gravi vanno diagnosticate e monitorate con attenzione dai servizi sanitari. Tuttavia, c’è qualcosa che tutti coloro che si avventurano nelle ultime e tendenzialmente sempre più lunghe fasi della vita possono fare a costi ridottissimi:
adottare comportamenti che riducono i fattori di rischio che incidono su questi formidabili e servizievoli apparati.
Secondo la medicina,
si può proteggere il sistema cardiaco attraverso tre modalità: 1. utilizzando con oculatezza integratori alimentari che stimolano il corpo a produrre molecole che migliorano il flusso sanguigno; 2. scegliendo un’alimentazione che svolge le stesse funzioni; 3. facendo un
costante esercizio fisico.
Purtroppo, con l’aumento dell’età, la maggior parte delle persone tende a diventare più sedentaria e a curare meno la propria dieta. Invece occorre decidere di occuparsi attivamente di questo problema: tutto ciò di cui abbiamo bisogno è
prendere l’impegno di allenarci regolarmente a un livello moderato. Occorre individuare attività che spingono a respirare profondamente e continuamente per almeno venti minuti, usando i maggiori gruppi muscolari. Per fare questo, possiamo scegliere fra
varie opportunità: praticare uno sport, nuotare, andare in bicicletta, fare giardinaggio, ballare, e così via. Ma fra tutte
la più semplice, la più spontanea, la più conosciuta, la più inscritta nella nostra storia bioculturale è quella di
camminare.
L’antropologo Leroi-Gourhan ci ha insegnato che la specie umana inizia con la stazione eretta e dunque ha “inizio con i piedi”. Ce lo dice con estrema precisione anche il linguaggio: nascendo diciamo che “il cammino è iniziato”. Uscendo di scena diciamo che “la strada si è avviata al suo naturale tramonto”.

L’atto del camminare è un’esperienza che tende a cambiarci, perché ci rende più inclini a godere del nostro tempo e a non sottometterci alla fretta che governa l’attuale vita sociale.
Per rendere più attraente la gestualità del camminare, abbiamo bisogno di allargare il campo dei nostri pensieri, di dare più spessore culturale e di caricare di significati queste azioni.
Possiamo attingere alla tradizione religiosa, laddove
il salmo 31 dice: “Io ti darò intelligenza e ti insegnerò la via, per cui tu hai da camminare”. Chi non possiede la fede può arrivare rapidamente a
Johann Wolfgang Goethe e riflettere sulle sue parole: “Risali, con passo ansimante, la strada su per il monte… prima che esso sprofondi, prima che vecchio mi colga la nebbia della palude”. Chi riflette sul ciclo della vita non può che sentire del tutto suo il celebre incipit della
Divina Commedia: “Nel mezzo del cammin di nostra vita …”.
La cultura ci propone anche filosofi camminatori, come
Jean Jacques Rousseau che, sul finire della vita, faceva del camminare un’esperienza di libertà, una fonte inesauribile di osservazioni e di fantasie, una occasione di incontri inattesi. La letteratura ci propone quello che per noi oggi diventa sempre più difficile e cioè il camminare nei luoghi selvaggi. Nel 1845
David Thoreau se ne andò via a piedi dalla sua città e si inoltrò nella foresta attorno a un lago e lì rimase per più di due anni in assoluto isolamento e in uno stato di grazia straordinario. Il frutto letterario di quell’esperienza fu
il libro Walden, ovvero la vita nei boschi. Per lui passeggiare era una necessità impellente quanto il dormire. Sceglieva luoghi difficili da percorrere, poiché riteneva che “vi sia nella natura un sottile magnetismo, che ci indicherà la strada giusta se ci affidiamo ad esso senza pensare”. Nel tempo presente, la personalità che più si avvicina a questa concezione è
Mauro Corona, che ci racconta la cultura dei luoghi della montagna.
Oggi la vita nelle città non ci consente, se non in tempi di vacanza, esperienze di questo tipo. Ma non per questo dobbiamo rinunciarci, perché anche qui abbiamo tantissime possibilità, purché facciamo lavorare la nostra immaginazione e spirito di attenzione.
Si può fare una cosa molto semplice e poco costosa: quella di
contare i passi. Dieci minuti di camminata equivalgono a 1.200 passi circa. A un’andatura abbastanza sostenuta in due ore si fanno 10.000 passi. E questa è proprio la soglia: i cardiologi ci dicono che
10.000 passi al giorno forniscono un elevatissimo contributo alla protezione del nostro cuore.
“Possiamo e dobbiamo fare del camminare una nostra educazione permanente, una nostra esperienza intimamente vissuta, perché l’immobilità è la fine dell’una o dell’altra”, dice
Duccio Demetrio nel suo libro
Filosofia del camminare.

Che cosa si può fare in una
città? Si può passeggiare, considerando attentamente che questa azione è un aspetto minore, ma fondamentale, della marcia: il passo può anche essere lento, eppure è un movimento che simula e sottintende qualcosa di più energico e sportivo. Nello stesso tempo, in queste passeggiate cittadine, si può riprendere quotidianamente contatto con la storia del nostro luogo di vita che il tempo dedicato al lavoro ci ha impedito di scoprire.
Apriamo una mappa della nostra città, metropoli o provincia che sia, e annotiamo su di essa i singoli luoghi che ne hanno fatto la storia. Poi uniamoli con delle righe e associamo a ciascun percorso la quantità di passi che contribuiscono ad arrivare a 10.000. Medici e cardiologi ci esortano ad
iniziare con gradualità, a non esagerare, ma difficilmente ci diranno che ci sono controindicazioni.
Nella mia città (Como), per esempio, potrò fare
una passeggiata nell’arte romanica. Prima andrò alla basilica di Sant’Abbondio e poi raggiungerò quella di San Fedele: 3.000 passi. Un’altra volta farò la passeggiata nell’architettura razionalista: prima andrò al
Novocomum di Giuseppe Terragni, passerò al Monumento ai Caduti di Antonio Sant’Elia, per terminare col raggiungimento della Casa del Fascio: ancora 3.000 passi. C’è poi un luogo fatto apposta da secoli per la passeggiata. Si chiama
“la Vasca”, una serie di vie e viuzze così denominate così perché da sempre si passeggia avanti e indietro come in una gara di nuoto in piscina: sono multipli di 500 passi. E poi ci sono i percorsi delle ville sul lago e altri ancora. Un vero reticolo di passi e una palestra a portata di passo.
Ma non è solo la città di provincia ad offrire così tanti punti di attrazione.
Milano, per esempio, contiene tantissime bellezze segrete sotto la sua superficie così indaffarata e densa di rapporti interpersonali tanto rapidi da sfavorire le dinamiche dell’attenzione. Vi ha pensato un’iniziativa come
Città Nascosta, un’associazione culturale che propone programmi di
passeggiate organizzate per nuclei tematici. C’è chi ha raccontato, con dovizia di particolari, l’interesse personale e collettivo di partecipare a queste iniziative.

Se poi qualcuno pensa che il vero camminare pensoso e introverso debba essere quello dei pellegrinaggi in lontane terre spagnole o sudamericane, ci ha pensato
Renato Ornaghi, autore di un bellissimo blog che ha letteralmente inventato
il Cammino di Sant’Agostino. Si tratta di un percorso di ben 415 chilometri, scanditi in 18 sotto-itinerari, che nel cuore della Brianza lombarda collegano 25 santuari ricchi di storia religiosa e inseriti in paesaggi bellissimi, nonostante la loro contaminazione con l’urbanesimo moderno.
In conclusione: facciamo
esercizi benefici per il corpo e per la mente. Facciamo della nostra
prevecchiaia e vecchiaia un'occasione di apprendimento.
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