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Città e lavori “green” per la salvezza della Terra

La Terra ha quattro miliardi di anni, l’uomo ha cominciato a conquistarla e a dominarla duecentomila anni fa ed è dal 1950 che sono state provocate le più radicali alterazioni sugli equilibri che si sono lentamente formati nel corso delle precedenti ere temporali.
La questione fondamentale dei prossimi decenni è riassunta in questa domanda: vogliamo invertire la rotta e salvare il nostro habitat?
Il recente film Home, La nostra terra, attraverso la bellezza delle immagini riprese dall’alto, narra in irripetibile forma visiva la vicenda evolutiva prima riassunta e flebilmente sostiene che è ancora possibile.
c’è dunque da riporre fiducia nelle Green Economies, ossia nelle economie che usano con efficienza le energie e le materie prime e che sono capaci di intervenire sugli ecosistemi senza danneggiarli.
In fondo, si tratta di tornare alle origini e ai valori della stessa “economia” la cui radice etimologica è amministrazione della casa.
Forse comincia a diffondersi la consapevolezza che nove miliardi di esseri umani con livelli di consumi statunitensi avrebbero bisogno di sei pianeti e non di uno solo in via di esaurimento.
Il punto è capire se, sulla base di questa consapevolezza che lentamente si diffonde e dei saperi scientifici, c’è la volontà di cambiare direzione.
Una visione ottimistica delle tendenze in atto non può che agire sulla parola chiave “apprendimento”, ossia far tesoro dell’esperienza, e agire di conseguenza.
Una prima verifica può essere fatta andando a verificare se le Green Economies vengono applicate negli ambienti urbani e, in secondo luogo, se esse possono anche produrre occupazione e lavoro, pur nella salvaguardia dell’ambiente.
Stoccolma è una città di 795.000 abitanti che da più di venti anni ha messo al centro politiche di contenimento delle emissioni di CO2. Qui il 68% del territorio è verde. Ed è un verde di grande qualità: un parco nazionale con otto aree naturali e riserve, con l’obiettivo di garantire l’accesso a queste aree entro 200 metri da tutte le abitazioni. Le acque sono state depurate rendendo possibile il nuoto e la pesca nel cuore della città. Tutti vivono a 300 metri dalla fermata dei mezzi pubblici, che per il 65% sono su rotaia e in maggioranza alimentati da fonti rinnovabili. Le piste ciclabili sono percorribili per 760 chilometri e si prevede il loro raddoppio entro il 2020. La mobilità è resa possibile attraverso un fitto sistema di metropolitane e linee tranviarie. Il risultato di queste politiche urbane è che il traffico privato è calato del 18% e nonostante questo i negozi centrali hanno visto migliorare i loro guadagni.
Anche Amburgo (1.777.000 abitanti) è considerata una metropoli europea della Green economy. Questa città ha un ottimo di trasporto pubblico. Anche qui i cittadini vivono a meno di 300 metri dalla fermata dei mezzi. L’uso della bicicletta è diffuso per il 9% della popolazione in mobilità ed è un dato in crescita. Le emissioni di CO2 a causa dei trasporti sono rimaste allo stesso livello del 1997. Amburgo ha una grandissima rete di teleriscaldamento ed è anch’essa ricchissima di verde: 1.700 ettari di siti natura e il 40% di territorio costituito da aree agricole, parchi e foreste.
Anche Copenaghen (503.500 abitanti) è una città che offre ai cittadini un’alta qualità e accessibilità di aree pubbliche e di verde urbano. Qui è possibile fare il bagno nelle acque del porto, il 60% degli abitanti vive a meno di quindici minuti di cammino da un’area verde o specchio d’acqua utilizzabile. L’accessibilità agli spazi verdi è garantita da una rete di 349 chilometri di piste ciclabili, cioè quasi otto metri ogni dieci abitanti. Il 97% degli edifici cittadini è allacciato alla rete di teleriscaldamento, che fornisce calore proveniente dalla produzione di energia elettrica industriale e dagli impianti di incenerimento.
Un’altra città è Amsterdam, che ha il primato della ciclabilità: 219 chilometri quadrati per 747.000 abitanti. Qui il 38% degli spostamenti complessivi viene fatto in bicicletta: vicino alla stazione è stato costruito un grande parcheggio a tre piani coperto, gratuito e capace di ospitarne 2.500. Il 26% del territorio è occupato da aree verdi e il 24% da acqua. Il 70% dei cittadini di Amsterdam abita a meno di 300 metri da un’area verde liberamente utilizzabile e facilmente raggiungibile. Il 37% delle famiglie utilizza energia elettrica. La raccolta differenziata di rifiuti raggiunge il 40% e la quota residua viene inviata a un inceneritore, terminato nel 2007, che è uno degli impianti più all’avanguardia del mondo e fornisce elettricità a 161.000 famiglie, soddisfacendo anche i consumi dell’illuminazione pubblica e del sistema di trasporto. L’amministrazione cittadina continua ad essere orientata su queste scelte di politica urbana e si è posta l’obiettivo di ridurre entro il 2025 le proprie emissioni di CO2 del 40% rispetto al 1990.
Anche Friburgo, che è una città più piccola rispetto alle metropoli appena descritte (219.000 abitanti),
mostra che la consapevolezza è diventata decisione pubblica. Qui più della metà del territorio comunale è coperto da foreste e riserve naturali e la città è all’avanguardia nella lotta al cambiamento climatico. Le emissioni dei gas serra sono diminuite del 14% rispetto al 1992. Inoltre Friburgo ha investito molto sulle tecnologie capaci di sfruttare l’irraggiamento solare, cioè una fonte rinnovabile. Il risultato è che la città ha una delle densità automobilistiche più basse di tutta la Germania: quarantadue auto ogni 100 abitanti. Ma un dato altrettanto interessante è che l’economia locale è caratterizzata da un importante settore industriale e terziario verde, formato da circa 1.500 imprese che impiegano 10.000 persone, cioè il 5% della popolazione.
Purtroppo in Italia non siamo in grado di esibire nessun dato così positivo. Tuttavia esiste un caso di imprenditoria che merita di essere citato. Si tratta della Novamont, che ha conseguito l’obiettivo di realizzare un “petrolio verde” che fa risparmiare gas serra e crea oggetti biodegradabili. Si tratta del ciclo industriale di produzione del “MaterBi”, che parte dai campi e mira a sostituire i sacchetti della spesa con prodotti che si degradano nel giro di pochi giorni senza inquinare. Il progetto Novamont parte dal mais e dai semi di girasole per ottenere bioplastiche che potranno essere utilizzate anche per posate usa e getta e per pannolini, e anche integrarsi nella produzione di pneumatici. La Novamont mostra che un’intelligenza imprenditoriale che si lega con attenzione e cultura all’ambiente può anche produrre merci competitive sul mercato.
Gli esempi fatti mostrano che la cosiddetta “visione ottimistica” si nutre anche di progetti e di risultati. Ma una delle questioni rilevanti è se le Green Economies sono anche in grado di produrre occupazione. Oggi il mercato del lavoro europeo e ancor più quello italiano è limitato, bloccato e soffocato dalla concorrenza dell’economia globale. Basta che chiunque guardi nelle proprie tecnologie di casa e vedrà che la stragrande maggioranza di prodotti tecnologici arrivano dalla Cina, da Taiwan, dalla Corea e che quindi ogni nostro acquisto non si traduce in sviluppo economico e conseguentemente in posti di lavoro. E così per tantissime altre merci.
Sono in grado le Green Economies di dare un contributo rilevante al mercato del lavoro? Probabilmente l’effetto non sarà di massa, come è avvenuto nel passato: tuttavia alcuni trend positivi sono in atto.
Nella Guida al Green Jobs di Tessa Gelisio e Marco Gisotti sono elencati 100 mestieri derivanti dallo sviluppo delle economie verdi. Ricordiamone alcuni: l’agricoltore bio, agronomi, animatori ambientali, apicoltori, architetti paesaggisti, assicuratori e avvocati ambientali, biologi marini, botanici, addetti alle capitanerie di porto e alle guardie costiere, certificatori energetici, climatologi, ecologi vegetali, educatori e assistenti sociali ambientali, esperti di progettazione agricolo – forestale, esperti nella demolizione e nel recupero di materiali, addetti alla gestione di impianti di trattamento dei rifiuti urbani, geologi e geometri ambientali, guardia parchi, guide turistiche, imprenditori, agrituristi, ingegneri ambientali, esperti di turismo sostenibile, naturalisti, operatori faunistici, ricercatori, scienziati di materiali statistici ambientali, giornalisti esperti sulla materia, tecnici di diversa qualità.
In alcuni casi, si tratta di professioni nuove, in altri casi si tratta invece di specializzazioni che si connettono a competenze e capacità tecniche già preesistenti. Sono interessanti i consigli di preparazione formativa che vengono suggeriti in questo rapporto: si parla di scuole che oltre a fornire una buona preparazione scientifica devono elaborare competenze più generali necessarie ad adattarsi in un mercato in continuo cambiamento.
Valgono anche per queste professioni le regole per muoversi nel futuro elaborate dall’ingegnere-economista Nicola Cacace: imparare a leggere e scrivere bene; imparare almeno due lingue; usare professionalmente il computer; essere capace di svolgere un lavoro manuale; essere disponibili a una cultura della mobilità; accettare ogni esperienza iniziale di lavoro; informarsi continuamente sui cambiamenti nel proprio settore; alternare studio e lavoro; coltivare interessi diversi; e mantenere uno spirito di attenzione al mondo che cambia.
Molto probabilmente non saranno le Green Economies ad essere da sole la via d’uscita dalla crisi che attanaglia le società europee di questi anni; tuttavia, un profilo di possibilità si può intravedere ed è quello di un “patto generazionale” fra coloro che hanno superato i sessanta anni (e che vivono in un mondo che vorrebbero riscoprire e valorizzare) e le giovani generazioni che da questa domanda di mercato alimentata dal miglioramento ambientale possano trarre anche occasioni di occupazione.
La terra ha bisogno più che mai di forti valori di sostenibilità, dopo essere stata resa esausta dall’economia vorace di questi ultimi sessant’anni.

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