
Nel giro di pochi anni
la pensione delle donne italiane diventerà uguale a quella degli uomini: la rivoluzione è cominciata con la riforma approvata l'estate scorsa per il settore del
pubblico impiego, che ha stabilito che a partire dal 2012 la messa a riposo scatti per
tutti a 65 anni senza differenza di genere. Ne occorreranno altri cinque, invece, perché il pensionamento venga agganciato alla
speranza di vita. Dal
2018, infatti, le pensioni italiane dovrebbero essere sciolte dal vincolo anagrafico per favorire la permanenza in servizio di chi è ancora in buona salute anche
oltre i 65 anni. E dal momento che, adesso come adesso, sono proprio le donne a vivere in media più a lungo, probabilmente saranno proprio le medesime a lavorare di più.
Le prospettive aperte la scorsa estate con il pubblico impiego e che potrebbero essere estese anche al settore privato
non hanno raccolto unanimi consensi. I più critici sono stati
alcuni sindacati, che hanno messo in luce le contraddizioni di una riforma imposta da una richiesta esplicita dell'Unione Europea, che ha censurato la linea scelta del governo italiano di arrivare gradualmente alla soglia dei 65 anni: l'Ue – hanno detto in particolare
Cgil e Cisl - non avrebbe tenuto conto della peculiarità del nostro sistema sociale nazionale che fa tuttora ricadere molto spesso proprio sulle donne
il peso del lavoro domestico.
La scelta di “mandarle a casa” prima, insomma, era un modo per
ripagarle moralmente di tutti i salti mortali compiuti durante la vita lavorativa per conciliarla con i bisogni familiari.
Non è d'accordo con questa posizione il giuslavorista
Pietro Ichino, che in più di un'intervista ha invece fatto presente che l'equiparazione tra sessi dovrebbe stimolare al contrario
la ripartizione dei carichi di lavoro domestico su entrambi i coniugi. In più, Ichino e gli economisti animatori del sito
La Voce.info sottolineano il fatto che restando più a lungo attive, le donne avranno diritto a una pensione più alta.
S

u un altro fronte, non è del tutto chiaro
come verranno pagate le pensioni del futuro, se si considera che neanche con l'allungamento della vita lavorativa che interesserà nei prossimi anni
circa venticinquemila lavoratrici si riuscirà a ripianare il buco di bilancio dell'Inps, anche perché, come ha precisato
Renato Brunetta, il ministro della Funzione Pubblica, “l'intervento non servirà a fare cassa”. I soldi risparmiati andrebbero invece impiegati in un
Fondo ad hoc per le politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, secondo quanto previsto da un accordo con il ministero delle Pari opportunità.
Da ultimo, resta infine ancora un enigma
come verranno pagate le pensioni alle giovani generazioni, visto l'avvento prossimo venturo del
lavoro “all life long”: su questo aspetto torneremo con
un approfondimento ad hoc la prossima settimana. Per il momento, chiudiamo con le parole di
Pietro Ichino rilasciate al già citato settimanale
“Panorama”: “Se la mia generazione riesce a diventare un po’ meno ingorda – afferma - ci sarà un Welfare decente anche per i trentenni di oggi”. A questi ultimi lo studioso dice: “Dovranno essere loro a rivendicare che almeno la metà di questa spesa sia destinata dallo Stato per migliorare le loro prospettive pensionistiche”.
E in questo caso, è prevedibile, non ci sarà più alcuna differenza tra uomini e donne.