il Blog di Stannah

Diritti e Doveri

Si vive più a lungo? La pensione slitta in avanti

close up di donna.jpgIn un fazzoletto di terra nel cuore del Centramerica, si vive così a lungo al punto che un novantenne sembra quasi un giovanotto. Il perché ciò accada in un luogo abitato in massima parte da contadini in un Paese, l’Ecuador, non proprio ricco, è ancora un mistero. Però la scienza lo sta dicendo da un pezzo: l’allungamento della vita è una certezza. Anzi, allo stato attuale, in assenza di malattie, si potrebbe tranquillamente arrivare a 120 anni.
La premessa era indispensabile per spiegare come mai, in molti paesi europei, si stia procedendo a spostare sempre più avanti l’età in cui si va in pensione.
La scorsa estate è toccato all’Italia: entro il 2018 le donne dipendenti dello Stato andranno in pensione a 65 anni e non più a 60.

La norma è stata introdotta per ottemperare a una sentenza della Corte di Giustizia europea che nel novembre del 2008 aveva giudicato il nostro Paese inadempiente al principio di parità di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici. Non solo. La manovra pensionistica dell’estate scorsa ha infatti toccato anche gli uomini: a partire dal 2015, per tutti i dipendenti del pubblico impiego, senza distinzione di genere, le finestre per la pensione, introdotte nella riforma di due anni fa (di cui abbiamo parlato diffusamente ),
slitteranno in avanti in proporzione dall’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat. In altri termini, se si vive più a lungo, si può lavorare anche qualche anno in più (nella valle dei centenari ecuadoregni succede proprio così!).
La nuova normativa è stata accolta non senza qualche polemica, su cui sorvoliamo.

In questa sede interessa solo spiegare come si arriverà alla parificazione dell’età per la pensione per uomini e donne.
Già dal prossimo anno, infatti, le signore dipendenti dello Stato che compiranno 60 anni, dovranno restare a lavoro un anno in più. Lo slittamento proseguirà nel 2012 quando le statali potranno lasciare il lavoro a 62 anni e così via fino al 2018, anno in cui si sarà colmato lo scarto di cinque anni tra colleghe e colleghi.

Dalla riforma sarebbero toccate circa un milione e ottocentomila lavoratrici, 250 mila già dal 2010 dovranno aspettare un anno in più per andare in pensione: il dato è riportato dal “Sole 24Ore” del 27 luglio scorso, che precisa come il ricambio dovrebbe toccare di più gli uffici centrali dello Stato (a causa dell’età media più anziana delle dipendenti) e meno gli enti locali.

Il turnover più lento, aggiunge il quotidiano economico, si tradurrebbe in un risparmio per le casse del pubblico impiego di circa due miliardi e mezzo di euro all’anno. Con questo denaro si dovrebbe alimentare il “fondo per il sostegno dell’economia reale“.
Sulla carta, insomma, si vorrebbe aiutare anche chi cerca di entrare nel mercato del lavoro, non solo di trattenere un po’ di più chi sta per andare in pensione.

I momenti di passaggio, come il commiato definitivo al lavoro, sono sempre i più duri, ma, a pensarci bene, possono essere anche molto stimolanti… voi come la pensate? Diteci la vostra!

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