
Da alcuni anni architetti e designer hanno iniziato a considerare con attenzione una
progettazione più attenta ai bisogni dell'uomo, che desse a tutti il senso di
calore e accoglienza che di solito si associano al luogo in cui viviamo: alla nostra
casa.
Si tratta di un
rovesciamento di prospettiva totale: se per secoli si è progettato per
“uomini standard”, alti, giovani, forti e belli (con capelli biondi e occhi azzurri!) i
cambiamenti demografici e una
maggiore sensibilità sociale hanno messo in evidenza l'esigenza di considerare i bisogni delle
persone con disabilità.
All'inizio gli architetti hanno affrontato il tema delle
barriere architettoniche e i designer a pensare in modo nuovo
arredi e prodotti. Ben presto, però, ci si è accorti che
non si poteva considerare il “disabile” in senso astratto, pensando solo a quello del simbolo, l'omino in carrozzina. La soluzione non poteva essere neppure quella di un nuovo standard, semplificato, da affiancare allo standard “normale”.
Molti sono stati gli
orientamenti a livello internazionale.
Negli
Stati Uniti si è iniziato a parlare di
Universal Design, un progetto universale attento alle diverse esigenze. In Europa, dopo un primo approccio
“Barrier Free” (limitato al tema delle barriere da rimuovere), si è diffuso il concetto di
“Design for All”.
In Italia, dove si è iniziato a parlare di
"Progettare per tutti”, si è sviluppato anche il concetto di
“Progetto per l'Utenza Ampliata”.
Diverse terminologie, diverse sfumature, ma
un'unica filosofia:
il progetto non può essere concentrato solo sugli aspetti estetici o sulle questioni tecnologiche, ma
deve considerare anche i bisogni degli utenti, delle persone – tutte uguali e tutte diverse – che utilizzano le città, le strade, le case, gli arredi i prodotti e i servizi.
Ben presto ci si è accorti che
non si poteva suddividere la popolazione in “disabili” e “normali” (chi è normale? chi è normodotato? forse qualcuno è solo
“normo-fortunato”!), che le difficoltà delle persone possono essere molte, diverse tra loro e più o meno gravi. Si è capito che
gli anziani, con qualche “acciacco dell'età”
non possono essere banalmente considerati disabili. Insomma, la realtà dell'uomo è cosa molto più complessa – per fortuna – delle etichette che vogliamo mettere per semplificare.
Allora, a che punto siamo arrivati oggi?Diciamo che
siamo partiti, più che arrivati. Gli obiettivi sono chiari: “progetti per tutti”, ma per far sì che il “tutti” non diventi un “tutti e nessuno”, è
necessario vedere le cose da vicino, con attenzione.
E' importante
conoscere le reali esigenze delle persone, capire come si svolge la vita di tutti i giorni, studiare, ragionare e
proporre idee e soluzioni nuove.
Dal punto di vista pratico
alcuni cambiamenti ci sono stati: da quando ci si è accorti del problema delle barriere architettoniche ad oggi non possiamo dire che nulla sia cambiato.
La normativa, nel bene e nel male, ha stimolato una maggiore attenzione ai
bisogni degli anziani e delle
persone con disabilità.
Certamente ci sono ancora molte cose da fare, da migliorare.
Quindi cerchiamo di cogliere quanto di meglio è stato fatto,
continuiamo a promuovere la filosofia del “design for all”, incoraggiamo il confronto fra utenti progettisti e aziende, stimoliamo studi, ricerche e progetti.
Ma soprattutto
impariamo a vedere, e promuoviamo, una cultura in cui i progetti (e le realizzazioni) siano davvero attenti all'uomo, all'utente “reale”,
una cultura che metta al centro la “qualità della vita”, quella
vera!