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Il viaggio di Mario Perrotta tra i diari degli italiani


Intervista di Alessandra Cicalini

Quando Mario Perrotta è entrato per la prima volta nell'Archivio diaristico nazionale a Pieve Santo Stefano, in Toscana, probabilmente non poteva immaginare quante persone avrebbe incontrato.
Non è infatti facile quantificare in termini di parole e di esistenze i seimila e passa diari contenuti nella struttura partorita da un'idea di Saverio Tutino, appassionato giornalista, grafomane della prima ora e cultore della storia popolare. Man mano che il fondatore gliene parlava e via via che sfogliava i diari accessibili al pubblico (perché nel museo toscano c'è anche una sezione di diari segreti, da conservare gelosamente chiusi), l'attore originario di Lecce, 39 anni, deve aver capito che quello era un luogo troppo speciale per una visita rapida durante una tournée.
Di qui l'idea del libro, che l'editore “Terre di Mezzo” ha dato alle stampe lo scorso settembre, e della tre giorni di reading che Mario ha condotto il dieci dicembre scorso, proprio nella sede storica dell'Archivio diaristico nazionale, il vecchio palazzo cinquecentesco che ha ospitato per molti anni le memorie dei nostri connazionali, passati e viventi. Ogni anno a Pieve si tiene un premio che rimpolpa gli già stracolmi scaffali, ma nel libro Mario ci parla anche di quelli che vanno lì a lasciare le proprie storie senza concorrere e di quelli che si sono trasformati in successi letterari, come la storia di Vincenzo Rabito, cantoniere in pensione di Catania, che un giorno, a 69 anni si è chiuso nella sua stanza e ha preso a battere furiosamente a macchina tutta la sua vita, pur essendo poco meno che analfabeta.
L'autore usa una “scrittura teatrale”, come racconta a “Muoversi insieme”.
Dice infatti: “Quando mi hanno proposto di scrivere un libro sull'Archivio, in occasione del venticinquesimo anniversario, ho subito precisato come mi sarei mosso, ma sia l'editore sia la Fondazione mi hanno detto ugualmente di sì”.
Come hai conosciuto l'archivio?
Stavo preparando i miei spettacoli sull'emigrazione in Belgio (Progetto italiani Cincali, ndr) così sono venuto in questo luogo rimanendone conquistato.
Tu scrivi diari?
In verità no... non sento l'esigenza di fissare i ricordi sulla carta, ma forse il motivo è che scrivo ogni giorno il mio diario sulle strade d'Italia. Però ogni tanto mi piacerebbe aprire un quaderno di dieci anni fa e scoprire quel che facevo.
Per te che cosa vuol dire coltivare l'arte della memoria allora?
Coltivare gli strumenti per vivere nel futuro. Sì, per me è importante sapere, per esempio, come si usa il martello per poterlo usare in seguito. Avere memoria, insomma, significa sapere chi si è, da dove si viene e dove si va.
Secondo te nell'epoca attuale la memoria viene coltivata?
Molto poco, a mio avviso, e spesso in modo ipocrita: se pensiamo alla Giornata della Memoria, del 27 gennaio, in cui si ricorda la Shoah, spesso ci si dimentica che oltre agli ebrei vittime ne furono anche altri popoli. Senza considerare che poi il giorno dopo tutto torna come prima.
Il teatro può essere un antidoto alla perdita della memoria collettiva?
Senz'altro: certo, il pubblico del teatro è molto di nicchia, sarebbe bello avere folle oceaniche come ai concerti di Vasco Rossi... però chi viene ai nostri spettacoli senz'altro vuole pensare: coltivare la memoria richiede impegno.
Che rapporto hai con la vecchiaia? Ai tuoi spettacoli vengono anche persone anziane?
Per me vecchio non è un concetto negativo: ho avuto quattro nonni, ho vissuto con loro fino a diciott'anni, poi li ho visti andar via, per fortuna molto serenamente. Per me, chi ha raggiunto la terza età non ha più sovrastrutture e può essere se stesso. Sì, ai miei spettacoli, soprattutto quelli sull'immigrazione, vengono molti anziani: in diversi poi passano a salutarmi in camerino.
C'è qualche aneddoto che ti lega a qualcuno di loro?
Un ex minatore del Belgio che se la prende con le immagini della settimana Incom in cui si esortava gli italiani a emigrare... poi sappiamo quel che successe. Inveisce durante lo spettacolo e subito scatta l'applauso. C'è stato anche qualcuno che mi ha rimproverato di non aver raccontato altri pezzi del nostro passato; qualcun altro invece mi ha ringraziato commosso.
Leggendo i diari dell'Archivio come pensi che siano cambiati gli italiani?
Purtroppo in peggio: la guerra ha portato la tragedia ma paradossalmente anche una maggiore solidarietà sociale. Oggi quella spinta non c'è più e viviamo come monadi.
Però sei ancora giovane... non sarà che ti senti un po' fuori tempo, per così dire, “antico”?
Niente affatto: non mi sento retrò, semmai un po' Don Chisciotte: secondo me, è importante combattere, continuare a fare il proprio lavoro, per noi, ma soprattutto per quelli che verranno. Tutti i giorni mi chiedo che cosa sto facendo per il mondo e che cosa vorrei che avessero i figli miei o dei miei amici.
Pensi che dal “diario” se ne possa ricavare un audiolibro? Sarebbe un ottimo modo per raggiungere anche chi non riesce più a leggere bene...
Non ci ho ancora ragionato su, ma idealmente sarebbe una buona idea: certo, bisognerebbe costruirlo per bene, con la giusta musica e le giuste pause, però è già successo che sia stato ricavato un libro dalla mia trasmissione radiofonica “Emigranti Express”. Vedremo.
E invece quando ci saranno altri reading del “Paese dei diari” in giro per l'Italia?
Non saprei ancora dirlo, però abbiamo girato alcuni video sulla tre giorni in Toscana che stanno girando su Youtube.

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