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Alfredo Martini, la leggenda del ciclismo in una vita


Intervista di Alessandra Cicalini

Quando si telefona a una leggenda vivente come Alfredo Martini, bisogna lasciarsi alle spalle le domande preconfezionate e aspettare che la storia del ciclismo mondiale dal Secondo dopoguerra ai giorni nostri si srotoli da sé, come se stessimo assistendo a una tappa del Giro d'Italia dal ciglio della strada. Perché l'ex Commissario tecnico della Nazionale maschile, nato a Calenzano il 18 febbraio 1921, ma residente da anni a Sesto Fiorentino, è stato in sella tutta la vita.
Le prime pedalate le ha compiute da bambino, quando suo padre, con estremi sacrifici, gli regalò una bicicletta, con la quale il futuro campione e tecnico riuscì a vedere Alfredo Binda in cima alla salita delle Croci nel suo paese natale.
Fu una vera folgorazione: da quel momento, per il futuro compagno di squadra e di vita di Fiorenzo Magni, Fausto Coppi e Gino Bartali, alla guida dell'Ammiraglia negli anni degli ori mondiali di Francesco Moser, Giuseppe Saronni, Moreno Argentin, Maurizio Fondriest e Gianni Bugno, il ciclismo divenne l'amore più grande, accanto alla famiglia, composta tutt'ora da moglie, due figlie e i tre adorati nipoti, di cui Martini parla con affettuosa schiettezza tipicamente toscana. “Non so che tipo di padre o nonno sono stato: è difficile dirlo così in astratto”, considera dall'altro capo della cornetta, “però mi accorgo che loro (i nipoti, ndr) sono così attaccati a me... anche troppo”. Forse, Martini si ricorda dei lunghi periodi di assenza dalla famiglia durante le gare, quando correva anche lui e dopo, durante la sua seconda vita da commissario tecnico.
Tra l'una e l'altra fase arrivò il suo negozio di abbigliamento, quando sembrò che ormai avesse appeso la bicicletta al chiodo. Addirittura, cominciò anche a fumare, un vizio dal quale ormai si è liberato. “Bisogna sapersi ascoltare”, aggiunge saggiamente.

Giustissimo... Come sono andati i festeggiamenti per i suoi novant'anni?
Per me sono stati un grande onore: c'erano tutti, da Moser a Saronni, da Argentin a Bugno. Nello Spazio reale San Donnino, ci saranno state quattrocento persone.

Il suo compleanno è stata anche l'occasione per parlare del futuro del ciclismo?
Certamente: proprio in questi giorni, anzi, ho rivisto il vicesindaco di Firenze Dario Nardella e sembra proprio che il Mondiale professionisti del 2013, un percorso di 90 chilometri da Lucca a Firenze, con arrivo previsto al Mandela Forum, passerà dal centro di Firenze e dalla salita di Fiesole, una cartolina per l'Italia.

Quindi continua a seguire il suo settore molto da vicino?
Beh, sì: mi sposto spesso per gare e per riunioni. Poco fa, per esempio, sono stato a Castiglion Fibocchi per il trofeo Mario Zanchi under 23 e a Parma per una conferenza dell'Associazione veterani dello sport.

Si muove da solo?
No: anche se potrei ancora guidare, da più di 40 anni mi accompagna in auto una persona, che dimostra anche grande partecipazione per il ciclismo.

Tra i suoi nipoti c'è qualcuno che ha ereditato l'amore per la bicicletta?
Sì, mio nipote Matteo, che da ragazzo correva. Ora è un cicloamatore. Elia, il minore, invece, è molto bravo nel golf, mentre Edoardo, che di mestiere lavora nel marketing della Fiorentina, non fa molto sport e invece dovrebbe farne di più, sennò ingrossa troppo!

Ha mai spinto i suoi nipoti a intraprendere la sua stessa strada?
Mai! Non occorre mai spingere un giovane: il “deve” non deve esistere, soprattutto da giovanissimi, quando invece bisogna divertirsi. Poi, ciascuno ha le proprie attitudini.

Crede che i ragazzi di oggi siano molto diversi da come era lei, che ha fatto anche la staffetta partigiana?
Sono cambiati i mezzi: oggi in casa ci sono sei tv, fuori dal cancello c'è la macchina, si hanno le ragazze, mentre ai nostri tempi andavamo tutti in bicicletta, anche le ragazze, ma con una mano sola, perché con l'altra si tenevano la sottana. Quanto alla mia esperienza con i partigiani, si cercava un po' tutti di dare una mano per alleviare i disagi della gente.

Ha avuto mai paura?
No, mai. Portavo delle cose con la bicicletta, poi c'erano altri che andavano più lontano. Ricordo la morte di Lanciotto Ballerini, sul Casentino: non ci sono momenti peggiori della guerra.

Come ha vissuto il 150 esimo anniversario dell'Unità d'Italia, allora?
Ho avuto la fortuna di praticare uno sport che è sempre stato vicino all'Italia. Dopo la seconda guerra mondiale, anzi, ci è servito per allentare la tensione con cui ci guardavano dall'estero. Memorabili sono state le vittorie al tour de France di Bartali nel '48 e di Coppi nel '49, ma non dobbiamo dimenticare Magni nella Gabbia dei leoni, in Belgio, vincitore per tre volte dal '49 al '51. Il ciclismo ha avuto un grande riflesso sulla vita sociale.

Era più importante del calcio?
Sicuramente: era il primo sport, lo sport da prima pagina. Ma ancora adesso piace molto alla gente: consideri che, per andare all'arrivo di una tappa del Giro d'Italia, l'anno scorso 120 mila persone si sono sono fatte quindici chilometri a piedi. Ed è proprio verso la gente che si ha un debito da pagare.

Si riferisce a quelli che lei chiama spesso “mercanti dei veleni”? Come liberarsene?
Ci vuole tempo, ma da quei malandrini che avvelenano il sangue ci si può liberare. Già oggi c'è più coscienza.

Ai suoi tempi non c'era il doping?
Esisteva qualche svegliarino, come le anfetamine, ma non queste birbonate che alterano il sangue. Invece, per praticare il ciclismo, le regole sono sempre le stesse.

Quali?
Rispetto dei principi, poco sesso e giusta alimentazione. Perché, anche se i mezzi sono più leggeri, correre in bicicletta è ancora molto impegnativo: bisogna sempre salire sulla Marmolada a 2.600 metri. È la società che ti dice che se non vinci non sei nessuno: ma non è vero!

Tra le donne il doping è meno diffuso?
Sì, molto meno. Oltretutto le donne sono bravissime: hanno stile, vedesse come sanno scendere in volata, con quale classe.

Oggi esistono, secondo lei, campioni come Coppi e Bartali?
I campioni non nascono tutti gli anni... Coppi, poi, era un fuoriclasse dotato di una grande umiltà: quando vinceva era quasi addolorato di aver preso molti minuti sul secondo. Invece Bartali era un brontolone, ma mai impreparato. Infine, non va dimenticato Magni, non molto distante da loro (tra Martini e Magni c'è tuttora una solida amicizia, consolidatasi nel tempo ben oltre le differenze ideologiche del loro passato, ndr).

Ma se dovesse fare qualche nome di bravi ciclisti di oggi?
Direi Fabian Cancellara, un italo-svizzero: un grande protagonista dell'ultimo Giro delle Fiandre, dove è arrivato terzo.

Le capita mai di fare incontri nelle scuole?
Sì: tra poco devo andare con Paolo Bettini in un liceo di Firenze. Diverse volte veniva anche il compianto Franco Ballerini, il carissimo Ballero, come una volta a Cascina di Pisa, con ragazzi di 16-17 anni. In genere, chiedo che siano loro a farmi delle domande, altrimenti si annoiano.

Che cosa le domandano di solito?
Di parlare del ciclismo di una volta. Per esempio, parlo loro degli isolati, che oggi non esistono più, che erano dei ragazzi che non avevano nessun contratto e che la notte domandavano ospitalità ai contadini che li facevano dormire nei fienili, non avendo altro spazio.

E invece racconta mai la storia di Coppi e la Dama Bianca: ne parlavate mai?
No, a Coppi chiedevo solo delle gare, mai queste cose, che possono succedere nella vita. Di certo, non è stato facile: era molto diverso da oggi. Anche se, sono sicuro che vedendo suo figlio Faustino, una persona d'oro, sarebbe stato orgoglioso di lui...

Noi, invece, siamo orgogliosi del tempo che ci ha dedicato: grazie di cuore per i suoi insegnamenti preziosi, che vanno ben oltre il ciclismo.

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