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Margherita Hack e la pacatezza “stellare”

Intervista di Alessandra Cicalini

Sarebbe stato bello domandare a Margherita Hack il nome del suo cane: dal telefono arrivano nitidi i latrati, ma l'astrofisica non sembra esserne spazientita; semplicemente, ogni tanto, si allontana dall'apparecchio mormorando un “mi scusi un attimo”, poi torna ai suoi ragionamenti con una pacatezza davvero invidiabile. Dal tono delle risposte, anche senza vederne i fiammeggianti occhi chiari, si intuisce che la fiorentina signora delle stelle non abbia mai smesso un giorno di alzarli verso il cielo (e di riportarli giù per studiarne i movimenti). “Non ho mai smesso di lavorare – esordisce infatti – continuo a fare la ricercatrice e poi partecipo a conferenze in giro per l'Italia e nelle scuole”.

Una sua biografia su internet dice che nella sua carriera è sempre stata accompagnata dal marito: quanto conta, secondo lei, nel successo professionale di una donna, la presenza di un compagno affidabile?
Conta senz'altro, anche se questo discorso vale per le donne e per gli uomini. Certamente, poi, esiste una questione femminile, nel senso che le donne spesso sono meno competitive e abbandonano prima i progetti professionali.

Quando studiava le studentesse erano molte oppure oggi c'è stato qualche cambiamento?
In verità erano già un buon 50%, anche se posso sembrare del Medioevo... poi, sì, le donne in cattedra erano una minoranza e del resto anche oggi a Ingegneria le ragazze sono pochine.

Come se lo spiega?
Sono molto condizionate dall'educazione familiare. I genitori non dicono mai “la vita è una gara”. E invece bisogna combattere, anche se sportivamente. Insomma, tutti devono imparare a campare: il segreto è rendersi indispensabili, ossia specializzarsi in qualcosa che nessun altro sa fare.

Lei però ci crede nel valore degli uomini (e delle donne)?
Credo nella solidarietà umana e nel principio “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te”.

Si tratta di un principio evangelico... però è atea.
Sì, ma quel che diceva Gesù è universale: si tratta di rispettare la dignità altrui, sempre.

Nel libro-intervista con Marco Alloni si è soffermata a lungo sulla questione del “come mai”, tipico presupposto della ricerca scientifica, contrapposto al “perché”, domanda di partenza delle religioni. Da bambina non ha mai vissuto la fase del “perché” come capita a molti? Oppure quando guardava le stelle già si chiedeva “come mai” fossero lì nel cielo?
Da bambina pensavo a giocare! Non avevo turbamenti religiosi né li ho mai avuti in seguito. A un certo punto, semplicemente, ho cominciato a studiare la fisica e da lì è partito tutto.

Visto che scrive molti libri divulgativi, ha mai pensato di provare con una sceneggiatura di un film di fantascienza?
No... non ho una fantasia letteraria, io: mi riesce di spiegare quelle cose lì, ma se dovessi inventare di sana pianta non ne sarei capace.

Crede molto nella possibilità che i grandi telescopi ci dicano qualcosa in più sull'evoluzione dei sistemi extra-solari: che cosa pensa che potrebbero scoprire?
Più cose sugli altri pianeti terrestri: finora sappiamo che ce ne sono circa trecento in orbita intorno alle loro stelle, ma con il grande telescopio che l'Osservatorio europeo per l'emisfero australe sta pensando di costruire, si potrebbero avere informazioni più dirette. Originariamente, il telescopio doveva avere un diametro di cento metri, invece, per problemi di soldi, se ne farà uno di quaranta, in grado comunque di coprire una distanza paragonabile a quella che c'è tra la terra e il sole.

E quanto tempo ci vorrà per realizzarlo?
E chi lo sa? Con i pochi fondi a disposizione chi può dirlo?

Potrebbe servire a scoprire se c'è vita da qualche altra parte?
Impossibile: quei pianeti sono a troppi miliardi di luce da noi. L'unica possibilità che abbiamo è con Marte, su cui già sappiamo che ci sono condizioni compatibili con la vita simili a quelle esistenti sulla Terra, anche se potrebbero generare organismi non troppo evoluti. Per sapere se c'è vita sui pianeti extra-solari, invece, qualcuno potrebbe farsi ibernare per migliaia di anni...

E sperare di essere sghiacciato al momento giusto...
Sì... però pensiamo se qualcuno si svegliasse oggi: troverebbe un mondo velocissimo, chissà se ci capirebbe qualcosa!

Nell'introduzione al volume “La scienza” sul sistema solare (collana la Biblioteca di Repubblica) lei ha sottolineato che il sistema solare sarebbe destinato a vivere ancora molto a lungo, più o meno gli stessi miliardi di anni raggiunti finora: perché allora continuano a circolare teorie millenaristiche sulla fine del mondo? Pensi anche al recente film sulla profezia Maya che dice che tutto finirà nel 2012...
Tra miliardi di anni la Terra potrebbe essere risucchiata dal sole, ma fino ad allora... il resto sono superstizioni frutto dell'ignoranza, diffuse tra gli uomini in ogni cultura ed epoca.

Però gli antichi greci avevano già intuito qualcosa sulle stelle e le culture precolombiane erano molto raffinate.
Indubbiamente, però le intuizioni dei greci non erano provabili, mentre grazie alla scienza si è arrivati a importanti risultati per il progresso dell'umanità.

Quindi lei crede nel progresso?
Certamente: è grazie alla ricerca scientifica che oggi si possono fare trapianti di cuore, di fegato, e forse riusciremo addirittura a riprodurre la vita. Più lento è stato il progresso morale, ma anche quello c'è stato.

Può fare qualche esempio?
Beh, oggi non andiamo più al Colosseo a veder gli schiavi che si fanno ammazzare dalle belve, e poi un certo addolcimento dei costumi c'è stato e abbiamo leggi che proteggono i più deboli... è quando si ha la pancia vuota che si è più crudeli!

Ha detto di aver spesso a che fare con i giovani e qualche anno fa ha partecipato a un programma tv per Rai educational: ha fiducia nelle nuove generazioni?
Più o meno mi sembran sempre uguali... ci sono quelli più bravi e quelli meno bravi. Forse oggi ci sono più possibilità di sfruttare le opportunità disponibili, ma il progresso non si giudica dalle singole persone. Ci vogliono anni, secoli...

La religione non le interessa: la filosofia, invece?
Per me son tutte chiacchiere! Sono una persona pratica io... non ho mai avuto angosce sul perché siamo al mondo e se il mondo sia cominciato e quando. Anzi, forse è sempre esistito, se si dà per buona la teoria dell'universo in continua espansione.

Ha già in cantiere un altro libro oltre a quello che è appena uscito per la Rizzoli?
Sì, sono già sotto contratto per un altro, di divulgazione scientifica, stavolta.

Esiste un segreto, o più segreti, per mantenere il cervello attivo?
Restare allenati, magari seguitando a lavorare. In generale, coltivare interessi intellettuali e socializzare. Trovo molto utile per esempio iscriversi all'Università della terza età.

Chiusa la telefonata, resta un senso di calma e di fiducia nell'uomo (e nella donna, certamente: anzi, buon otto marzo a tutte). Ognuno di noi ha il suo carattere e il suo percorso, però chissà che fissare il cielo e le stelle come ha fatto tutta la vita Margherita Hack non ci aiuti a sentirci più leggeri. Vale la pena provarci.

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A lezione di filosofia con... Paolo Poli

Intervista di Alessandra Cicalini

Nella mezz'ora strappata ai suoi preparativi nel camerino di un teatro friulano, dove Paolo Poli era in scena, la scorsa settimana, con i suoi “Sillabari”, l'attore fiorentino è stato capace di interpretare perfettamente tutte le parti che il suo pubblico si aspetta da lui. Prima si è inalberato, poi ha ironizzato sui suoi bisogni economici e subito dopo su quelli dei pennivendoli che gli fanno domande preconcette, poi si è rilassato filosofeggiando un po' (pur dicendo di non essere Gianni Vattimo e che certe domande è meglio farle a lui), quindi è arrivato alla sua vera, unica e indomabile passione: il teatro. Si potrebbe riassumere in questo modo l'intervista che vi accingete a leggere, ma prima di proseguire, è bene che sappiate ancora due cosette su Paolo Poli: in questi giorni il suo spettacolo tratto dai racconti di Goffredo Parise è approdato al teatro Orazio Bobbio di Trieste e vi resterà fino al 28 febbraio. Se però non abitate da quelle parti, poco male: sappiate che l'ottantenne protagonista continuerà a errare per l'Italia, come fa per almeno “200 giorni all'anno”. Le ultime parole sono sue e c'è da giurare che siano vere, perché non c'è bugiardo più sincero di questo raffinato signore del palcoscenico. Buona lettura.

I “Sillabari” si fermano alla lettera S di solitudine perché l'autore dice che gli è finita l'ispirazione: secondo lei, c'è un momento in cui conviene ritirarsi dalle scene o, detto in maniera più ipocrita, “godersi la pensione”?

No davvero: ho una brutta pensione, io, devo lavorare, anche se lo faccio molto volentieri, perché quel che ne traggo, al di là del denaro, sono applausi sinceri.

Se dovesse dare consigli...

Non dò mai consigli!

Sì, però, se dovesse darne...

Chi chiede consigli è scemo.

Ma se si trattasse di un giovane attore che...

Ma se è bravo non ne ha bisogno: basta usare gli occhi. Se non lo sa fare peggio per lui, non lo impara certo nelle scuole. Per dire, prima andava un certo tipo, tutto sorrisi, poi è arrivato Marlon Brando, tutto corrucciato. Insomma, prima teneri poi brutali... cambia il mondo... non so dare consigli agli altri.

Quindi per lei la saggezza dei nonni non esiste?

Una volta sì, perché era pratica. Per esempio, si diceva ai tempi della semina: adesso è piovuto, è meglio aspettare per piantare le cipolle, magari il giorno di Sant'Anna è quello giusto... e comunque per domande del genere ci voleva Vattimo, ma nel teatro, per carità...

Che cos'è per lei la bellezza?

L'arte. Poi c'è quella mercenaria, che serve: prima Caravaggio non piaceva a tutti, oggi è di gran moda.

E lei segue la moda?

Che cosa vuole che segua a ottant'anni... certo, sono rimasto legato alla moda dei miei tempi, il periodo di maggior gloria.

Perché?

Dopo la guerra ci si voleva vestire di nuovo e in Italia c'erano bravissimi sarti.

Se la sentissero che li chiama così... lei ha detto di sentirsi uomo del Novecento: come pensa che siano gli uomini e le donne del Duemila?

Che cosa vuole che ne sappia...

Beh, un'idea se la sarà fatta, ne vede molti girando l'Italia...

Sicuramente è vero che leggono meno, a differenza di quanto facevamo noi. Finita la guerra, ci fu la gioia della lettura, soprattutto dei classici... io sono dell'epoca del cartaceo.

Internet lo usa?

Non mi frega nulla: poi si pensa che in quella scatolina ci sia tutto, ma non è mica vero... il bello della vecchiaia è che si può finalmente leggere per se stessi.

Albert Camus diceva che il dandy rifiuta l'autorità ma poi evita la rivolta e si ferma alla fase estetica: lei si sente un dandy o un rivoluzionario?

Nessuno dei due: nella mia vita reale provengo da una spenta borghesia, poi nel teatro, certo, ho sperimentato una prospettiva più ricca, più colorata.

Nel teatro si è sentito un rivoluzionario, quindi?

Non mi piace questa parola, “rivoluzione”: preferisco “evoluzione”.

Crede nel miglioramento degli esseri umani?

Beh, dalla scimmia all'uomo qualcosa è successa: Giambattista Vico parlava del passaggio dalla ferocia alla ragione tutta dispiegata.


E secondo lei oggi la ragione è tutta dispiegata ?

Non mi pare...

Nella tutela dei diritti delle minoranze qualcosa è cambiato, a suo giudizio? Non nascondendo le sue preferenze sessuali, lei ha sperimentato la censura: oggi è diverso?

Sì, se ne parla, ed è già tanto. Ai tempi di Mussolini, invece, si diceva che era roba per gli inglesi. L'intolleranza, però, non è solo sul sesso: per me le leghe sono orribili... povera unità d'Italia!

Perché non se n'è andato all'estero? Lo consiglierebbe oggi a un suo nipote?

Mio nipote sa da sé che cosa fare, non c'è bisogno che glielo dica io. Io invece sono rimasto qui e ci ci resto: sono attaccato alla lingua del sì, come diceva Dante.

Preferisce stare qui e “mettere i lustrini alla realtà”, come ha detto in qualche intervista...

Sa, ai giornalisti racconto cose superficiali. Tanto partite da idee preconcette, come fece Raffaello quando doveva ritrarre il Papa e finì per farsi un autoritratto.

Comunque sia, non crede che di lustrini ce ne siano già troppi in tv?

Infatti non faccio tv, lavoro per conto mio, l'ho sempre fatto. Una volta a teatro, una signorina annunciò tutta trepidante che lo spettacolo con un tale era cancellato perché l'attore aveva preso importanti impegni televisivi e cinematografici. Buon per lui, io faccio 200 spettacoli all'anno, non mi mi resta molto tempo.

Della radio invece che cosa pensa? Qualche mese fa ha letto le Sorelle Materassi su Radiotre.

È un mezzo interessante, è una forma sottrattiva che esalta la parola.

Quindi pensa che ci sia ancora spazio per la letteratura?

Se il Padreterno vorrà, speriamo di sì.

Su chi pensa faccia più presa la parola? Sui bambini o sugli adulti? So che ha letto favole per bambini...

In verità le ho lette per i genitori: i bambini sono loro monopolio.

Però i bambini amano ancora molto che gli si racconti a voce le favole, ne sono molto attratti.

Nulla potrà mai sostituire il racconto della nonna, è vero: perché raccontando si passa loro la notizia e l'emozione della notizia... e si torna così al teatro, che fa proprio questo.

Ha detto di non aver né rimorsi né rimpianti: come si fa a mettersi l'animo così in pace?

Nelle scelte della vita bisogna essere sinceri: ho scelto il mestiere che mi piaceva, perciò...

Perciò rifarebbe tutto quel che ha fatto senza cambiare nulla?

Sì, rifarei il mio mestiere.

Una magnifica lezione di vita e di filosofia (Vattimo ci perdoni!): non credete?


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Roberta Giommi: “L'amore non ha età”

Intervista di Alessandra Cicalini

Non c'è niente di più mutevole dell'essere umano, soggetto com'è al tempo, storico e biografico. Le trasformazioni riguardano anche i sentimenti e le relazioni con gli altri. Oggi, per esempio, non è più un tabù parlare di sessualità tra gli anziani ed è probabile che nel futuro si avrà del corpo e del valore che gli si attribuisce una visione ancora diversa. A far luce sugli usi e i costumi degli italiani, giovani e meno giovani, in questo specifico settore ci pensa dal 1979 l'Istituto internazionale di sessuologia, presieduto da Roberta Giommi, docente all'Università di Firenze. La professoressa conduce anche una popolare rubrica dedicata alla sessualità su “Salute” de “La Repubblica” ed è intervenuta lo scorso ottobre al convegno sulla Terza età organizzato da Somedia con l'interessante relazione intitolata “Il sesso e l'amore nell'età matura”.

Chi sono gli anziani che richiedono la vostra consulenza? Sono più le donne o gli uomini?
In verità si tratta per lo più di coppie, soprattutto se sono di lunga formazione. Invece, in caso di coppie formatesi di recente, spesso il primo contatto con noi è stabilito dagli uomini.

Come si spiega questa differenza?
Nella coppia di lunga durata, in genere, c'è una grande complicità e quindi la voglia di ristabilire il dialogo è comune: magari succede che il partner maschile abbia difficoltà nel desiderio e che alla partner venga in mente di chiederci la consulenza dopo aver letto un articolo o dopo averci mandato una mail. Invece nelle coppie di nuova formazione, spesso è l'uomo che ha paura di fallire e allora ci viene a chiedere una consulenza.

Che tipo di coppie sono quelle di nuova formazione?
Normalmente, c'è una certa differenza d'età tra l'uomo, più vecchio, e la donna. È ancora piuttosto raro che si verifichi il caso contrario, almeno non nella nostra esperienza.

Quali sono i disturbi della sessualità più diffusi tra gli anziani?
Bisogna fare una distinzione tra chi è in buona salute e chi ha patologie di qualche tipo. Paradossalmente, i maschi sono più contenti di avere qualche problema di tipo biologico anziché riconoscere che la propria difficoltà nell'erezione dipenda da fattori psicologici. Sulle femmine è invece intervenuto un importante cambiamento sociale: una volta la menopausa era vissuta come una vera e propria liberazione dagli obblighi sessuali, ora non lo è più, ma non tutte hanno un rapporto sereno con il proprio corpo.

In che senso?
Molte sono state abituate a una visione passiva della propria sessualità, il che può diventare un problema nel momento in cui il partner sta vivendo un calo del desiderio.

Come risolverlo?
Stimolando le donne a usare la fantasia, a far crescere, in altre parole, la propria competenza sessuale. Qualunque innovazione si decida di inserire, è essenziale modulare la propria sessualità al diverso funzionamento del proprio corpo.

Può fare degli esempi?
Si può pensare di usare il massaggio, il bacio profondo, le parole: non è detto insomma che si debba arrivare all'atto sessuale completo, tanto più se la donna sente dolore, come capita a volte con il progredire della menopausa.

Non c'è il rischio che forzandosi troppo si finisca di fare peggio?
Infatti: bisogna sempre ricordarsi di non vivere il sesso come un lavoro. Se ci si fa vincere dall'ansia di prestazione, prima o poi l'angoscia arriva.

Quanto conta la bellezza fisica e come cambia l'importanza che le si dà all'avanzare dell'età?
Più che la bellezza in sé conta sentirsi piacevoli e avere davanti qualcuno che si renda tale, usando un abbigliamento curato, coltivando interessi, usando insomma tutti gli strumenti della seduzione. Del resto, basta guardarsi intorno: esistono molti begli anziani, cioè persone ancora belle al di là della loro età anagrafica.

Su “Salute” della scorsa settimana si parlava della maggiore difficoltà delle donne a riconoscere la propria eccitazione alla vista di immagini erotiche. Nel suo commento lei però ha aggiunto che le donne ora parlano più spesso di sesso di quanto non accadeva prima, usando anche internet: è più frequente anche tra le anziane?
Sono un po' più riservate degli uomini, però, per esempio nei nostri gruppi menopausa, si confrontano molto, forse stimolate anche dalla differenza d'età tra loro a volte molto grande. Nei gruppi possono esserci infatti 58enni e 73enni. Inoltre, a guardar bene, le sessantenni di oggi erano ragazze negli anni Settanta, cioè ai tempi della liberazione sessuale, ed è chiaro che questo vissuto se lo sono portato dietro. Non è raro poi che si confrontino anche con le figlie grandi e che si servano della rete per informarsi meglio. In ogni caso come principale consiglio che diamo loro è di ascoltare il proprio corpo: perché è vero che ancora oggi le donne hanno più censure di quanto non capiti agli uomini.

Ha accennato alle ripercussioni di una salute traballante sulla vita sessuale: come evitare di farne un dramma o peggio di ammalarsi di depressione?
Intanto, bisogna accettare che via via che passa il tempo andiamo tutti in manutenzione. Poi però bisogna aggiungere che chi ha “acciacchi controllati”, ossia è consapevole dei propri limiti conseguenti per esempio a un infarto o un intervento alla prostata, in genere reagisce meglio. Nel caso di malattie gravi, invece, come l'osteoporosi o l'artrite reumatoide, va studiato un percorso terapeutico interdisciplinare per verificare la possibilità di non perdere del tutto la propria competenza sessuale.

Come vi comportate, quindi?
Confrontandosi tra specialisti, si potrebbe arrivare a chiedere al paziente, nella maniera più delicata possibile, se è interessato a un percorso terapeutico per il recupero della propria sessualità. Ma si tratta di un lavoro specialistico che richiede molta attenzione.

Eros, sesso e amore: gli anziani hanno chiare le differenze tra i tre aspetti?
A mio avviso sì, anche se non mi soffermerei troppo sulla distinzione tra le prime due parole: di sicuro sono sensibili alle immagini, alle scene d'amore nei film e così via. Soprattutto sull'amore, però, se interrogati come ha fatto il Censis l'anno scorso, danno risposte meravigliose. Molti di loro sentono i legami affettivi e sentimentali e si dichiarano innamorati della propria partner.

Quanto contano le parole nel loro dialogo amoroso/sessuale?
Molto, a patto di non essere particolarmente schivi. Certo, soprattutto i più anziani difficilmente dicono “ti amo”, ma preferiscono “ti voglio bene”.

Come mai?
Hanno paura di essere ridicoli e spesso rinunciano all'amore per paura di un rifiuto.
Come cercate di convincerli a “buttarsi”?
Partendo dal principio che un amore infelice è sempre meglio di un non-amore e rassicurandoli sul fatto che i sentimenti non hanno età. Usiamo due termini: autorizzazione e abilitazione.

Che cosa significano?
Con il primo li rassicuriamo che “possono” fare certe azioni o provare certi sentimenti come il desiderio e l'amore; con il secondo cerchiamo di dare delle indicazioni sulle “risorse” a loro disposizione, per esempio su dove incontrare compagnie maschili/femminili e come procurarsi un aspetto più seduttivo, imparando a valorizzare l'estetica e l'interiorità: perché per essere interessanti bisogna avere interessi e questo vale in ogni fase della vita.

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Nonni e internet, amici senza stress: parola di Cecilia Stajano

Intervista di Alessandra Cicalini

Cecilia Stajano ha lo sguardo vispo di chi non ha paura di mettersi in gioco. Quando ha cominciato a coordinare il progetto “Nonni su internet”, promosso dalla Fondazione Mondo digitale nel 2003, era in fondo poco più che una ragazza, eppure non ha avuto un attimo di esitazione e ci si è buttata anima e corpo. “Ho avuto la fortuna di essere circondata da tutti e quattro i nonni a lungo”, racconta, “e  ho ancora negli occhi l'immagine di  mia nonna che giocava a Space Invaders! Mi è solo dispiaciuto che non ci fosse più quando sono partiti i nostri corsi di alfabetizzazione informatica”.

Chi sono gli anziani che frequentano le vostre lezioni?
È difficile darne un ritratto omogeneo. Sono molto diversi l'uno dall'altro, per cultura, interessi e percorsi di vita, però sono tutti accomunati da una caratteristica: un grandissimo bisogno di sentirsi ancora partecipi e di imparare.

Dove si tengono i corsi?
Nelle scuole: aggiungo anzi che la vera forza del progetto “Nonni su internet” sta proprio nel fatto di partire da lì.

In che senso?
La scuola continua a essere un grande catalizzatore sociale, soprattutto per gli anziani: chi vuole imparare qualcosa è ben contento di ripartire proprio dai banchi di un'aula, soprattutto se magari ha dovuto smettere di studiare troppo presto.

Selezionate gli anziani in qualche modo?
Assolutamente no: a Roma ci basiamo sui frequentatori dei Centri anziani, una realtà molto attiva nella città: poi certo, ci sono quartieri per bene, e le relative scuole più elitarie, e le scuole più periferiche, ma quel che ci interessa è spingere gli anziani a iscriversi ai corsi dei loro quartieri per favorire una maggiore integrazione nella propria realtà.

Come si svolge un vostro corso-tipo?
In genere si tratta di quindici lezioni di due ore ciascuna e ogni classe ospita circa venti anziani affiancati dai tutor scelti tra gli alunni.

Come vengono scelti i tutor?
Sono selezionati dai loro insegnanti e in genere seguono da uno a due anziani a ciascuno.

Come si comportano i ragazzi nelle vesti di “professori”?
Beh, ogni tanto si vendicano! A parte gli scherzi, si calano nel ruolo con molta serietà rivelando competenze che spesso stupiscono anche i loro docenti.

In che modo?
Per esempio rimangono meravigliati dalla capacità di concentrazione di quelli ritenuti più problematici. Capita spesso, poi, che siano proprio i ragazzi che hanno un cattivo rapporto con i genitori a frequentare più volentieri i corsi organizzati nel doposcuola per stare vicino ai loro nonni, gli unici che sembrano in grado di restituire loro valore.

Insomma, tra nipoti e nonni si crea un vero interscambio?
Certamente: i ragazzi insegnano ai secondi a non aver paura del computer, i nonni a fermarsi e ad ascoltare.

Invece che cosa pensa di aver imparato lei stessa in questi anni di “Nonni su internet”?
In verità ho confermato le mie convinzioni sul valore della terza età e sulla necessità di darsi sempre da fare. Da un altro lato, ho appreso da loro, osservando con quanta pazienza e serenità i nostri allievi imparano a usare il mouse o a navigare, che non serve andare di fretta e che le tecnologie vanno usate, non bisogna farsene stordire.

Il presidente di Mondo Digitale è Tullio De Mauro, linguista di fama internazionale: non è spaventato dall'eccesso di inglese che si usa nell'informatica? E i nonni come reagiscono quando sentono parole come “blog”, “online”, “chat”, e via dicendo?
In verità noi di Mondo Digitale vediamo il professor De Mauro come colui che ha promosso l'alfabetizzazione degli italiani nel Dopoguerra piuttosto come come un purista dell'italiano. Con questo spirito, infatti, il nostro presidente ha aderito al progetto dello Spi Cgil sull'apprendimento permanente che ha dato il via anche al protocollo d'intesa “Nonni su internet: un click per stare insieme” che sta partendo proprio in questi giorni. Anche saper usare le tecnologie, in altri termini, significa alfabetizzare, cioè includere, uno dei principali obiettivi della nostra organizzazione.

Che poi le tecnologie cambiano assai in fretta... anche i giovani fanno fatica a starci dietro.
Sì, è proprio una lotta impari, ma dagli anziani si impara proprio questo: a viversele senza stress. Ed è un vero piacere per me ricevere le mail dalla mia amica 91enne che ha frequentato uno dei nostri corsi!

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Il viaggio di Mario Perrotta tra i diari degli italiani

Intervista di Alessandra Cicalini

Quando Mario Perrotta è entrato per la prima volta nell'Archivio diaristico nazionale a Pieve Santo Stefano, in Toscana, probabilmente non poteva immaginare quante persone avrebbe incontrato.
Non è infatti facile quantificare in termini di parole e di esistenze i seimila e passa diari contenuti nella struttura partorita da un'idea di Saverio Tutino, appassionato giornalista, grafomane della prima ora e cultore della storia popolare. Man mano che il fondatore gliene parlava e via via che sfogliava i diari accessibili al pubblico (perché nel museo toscano c'è anche una sezione di diari segreti, da conservare gelosamente chiusi), l'attore originario di Lecce, 39 anni, deve aver capito che quello era un luogo troppo speciale per una visita rapida durante una tournée.
Di qui l'idea del libro, che l'editore “Terre di Mezzo” ha dato alle stampe lo scorso settembre, e della tre giorni di reading che Mario ha condotto il dieci dicembre scorso, proprio nella sede storica dell'Archivio diaristico nazionale, il vecchio palazzo cinquecentesco che ha ospitato per molti anni le memorie dei nostri connazionali, passati e viventi. Ogni anno a Pieve si tiene un premio che rimpolpa gli già stracolmi scaffali, ma nel libro Mario ci parla anche di quelli che vanno lì a lasciare le proprie storie senza concorrere e di quelli che si sono trasformati in successi letterari, come la storia di Vincenzo Rabito, cantoniere in pensione di Catania, che un giorno, a 69 anni si è chiuso nella sua stanza e ha preso a battere furiosamente a macchina tutta la sua vita, pur essendo poco meno che analfabeta.
L'autore usa una “scrittura teatrale”, come racconta a “Muoversi insieme”.
Dice infatti: “Quando mi hanno proposto di scrivere un libro sull'Archivio, in occasione del venticinquesimo anniversario, ho subito precisato come mi sarei mosso, ma sia l'editore sia la Fondazione mi hanno detto ugualmente di sì”.
Come hai conosciuto l'archivio?
Stavo preparando i miei spettacoli sull'emigrazione in Belgio (Progetto italiani Cincali, ndr) così sono venuto in questo luogo rimanendone conquistato.
Tu scrivi diari?
In verità no... non sento l'esigenza di fissare i ricordi sulla carta, ma forse il motivo è che scrivo ogni giorno il mio diario sulle strade d'Italia. Però ogni tanto mi piacerebbe aprire un quaderno di dieci anni fa e scoprire quel che facevo.
Per te che cosa vuol dire coltivare l'arte della memoria allora?
Coltivare gli strumenti per vivere nel futuro. Sì, per me è importante sapere, per esempio, come si usa il martello per poterlo usare in seguito. Avere memoria, insomma, significa sapere chi si è, da dove si viene e dove si va.
Secondo te nell'epoca attuale la memoria viene coltivata?
Molto poco, a mio avviso, e spesso in modo ipocrita: se pensiamo alla Giornata della Memoria, del 27 gennaio, in cui si ricorda la Shoah, spesso ci si dimentica che oltre agli ebrei vittime ne furono anche altri popoli. Senza considerare che poi il giorno dopo tutto torna come prima.
Il teatro può essere un antidoto alla perdita della memoria collettiva?
Senz'altro: certo, il pubblico del teatro è molto di nicchia, sarebbe bello avere folle oceaniche come ai concerti di Vasco Rossi... però chi viene ai nostri spettacoli senz'altro vuole pensare: coltivare la memoria richiede impegno.
Che rapporto hai con la vecchiaia? Ai tuoi spettacoli vengono anche persone anziane?
Per me vecchio non è un concetto negativo: ho avuto quattro nonni, ho vissuto con loro fino a diciott'anni, poi li ho visti andar via, per fortuna molto serenamente. Per me, chi ha raggiunto la terza età non ha più sovrastrutture e può essere se stesso. Sì, ai miei spettacoli, soprattutto quelli sull'immigrazione, vengono molti anziani: in diversi poi passano a salutarmi in camerino.
C'è qualche aneddoto che ti lega a qualcuno di loro?
Un ex minatore del Belgio che se la prende con le immagini della settimana Incom in cui si esortava gli italiani a emigrare... poi sappiamo quel che successe. Inveisce durante lo spettacolo e subito scatta l'applauso. C'è stato anche qualcuno che mi ha rimproverato di non aver raccontato altri pezzi del nostro passato; qualcun altro invece mi ha ringraziato commosso.
Leggendo i diari dell'Archivio come pensi che siano cambiati gli italiani?
Purtroppo in peggio: la guerra ha portato la tragedia ma paradossalmente anche una maggiore solidarietà sociale. Oggi quella spinta non c'è più e viviamo come monadi.
Però sei ancora giovane... non sarà che ti senti un po' fuori tempo, per così dire, “antico”?
Niente affatto: non mi sento retrò, semmai un po' Don Chisciotte: secondo me, è importante combattere, continuare a fare il proprio lavoro, per noi, ma soprattutto per quelli che verranno. Tutti i giorni mi chiedo che cosa sto facendo per il mondo e che cosa vorrei che avessero i figli miei o dei miei amici.
Pensi che dal “diario” se ne possa ricavare un audiolibro? Sarebbe un ottimo modo per raggiungere anche chi non riesce più a leggere bene...
Non ci ho ancora ragionato su, ma idealmente sarebbe una buona idea: certo, bisognerebbe costruirlo per bene, con la giusta musica e le giuste pause, però è già successo che sia stato ricavato un libro dalla mia trasmissione radiofonica “Emigranti Express”. Vedremo.
E invece quando ci saranno altri reading del “Paese dei diari” in giro per l'Italia?
Non saprei ancora dirlo, però abbiamo girato alcuni video sulla tre giorni in Toscana che stanno girando su Youtube.

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Antonio Aprile e la “doppia faccia” degli anziani

Intervista a Antonio Aprile di Alessandra Cicalini

Che la vita media si sia allungata non è più una novità per nessuno, ma non tutti sono consapevoli della conseguenza più radicale imposta dalla demografia: “Oggi non possiamo più ragionare in termini mono-generazionali, ma dobbiamo inserire ogni strategia sull'anziano nel contesto familiare”. Sono le parole di Antonio Aprile, direttore generale dell'Istituto nazionale di ricovero e cura a carattere scientifico che ha sede ad Ancona, oltre che promotore dell'Agenzia nazionale dell'invecchiamento, un osservatorio multi-disciplinare sulla terza età, che sta per passare dalla fase organizzativa a quella operativa.

Ci spiega meglio in che cosa consiste l'Agenzia?

Nell'ottobre 2007 è stata affidato all'Irccs-Inrca di coordinare una serie di organizzazioni pubbliche e private non profit con competenze diverse e complementari, in ogni caso interessate al fenomeno dell'invecchiamento. Per affrontarlo, c'è bisogno infatti del contributo della gerontologia e della geriatria, materie che fanno parte da sempre della mission del nostro Istituto, ma anche di coinvolgere necessariamente demografia e sociologia, genomica e robotica ed economia sanitaria. Molto presto partiremo con la fase operativa.

Come lavorerà l'Agenzia?

Il modello di riferimento è “l'international house” di origine anglosassone: da noi si trova il punto di raccordo virtuale, ma nella realtà si lavorerà in maniera reticolare, ma sempre con il nostro coordinamento, nei principali settori che riguardano da vicino la terza e quarta età.

Quali sono?

In ordine sparso, il primo settore è la relazione farmaci-anziani, partendo dalla considerazione che, pur essendo utilizzati in buona parte da questi ultimi, non vengono mai testati su di loro nei trial clinici di sperimentazione, bensì su soggetti adulti. Il secondo settore è la genomica, ossia quella branca della scienza che indaga le ragioni dell'invecchiamento studiando la nostra mappa genetica. Poi ci interessano molto la domotica e la robotica a servizio degli anziani, per aiutarli a ritrovare l'autonomia e come supporto tecnologico alla vita quotidiana. Un quarto campo di indagine è il miglioramento dei servizi socio-sanitari, ossia dei sistemi più efficienti per andare oltre la degenza ospedaliera. Infine, ci interessa approfondire il legame tra economia e terza età, ossia come l'allungamento della vita e la diminuzione contestuale del numero dei figli incida sull'organizzazione del lavoro e sugli altri aspetti della vita sociale. Ma tutti questi campi sono già di interesse dell'Inrca inteso come istituto di ricerca specifico.

Allora perché c'è stato bisogno dicreare l'Agenzia nazionale dell'invecchiamento?

Perché ciascuna delle materie coinvolte nelle indagini che le verranno affidate è così complessa da richiedere il contributo di ricercatori altamente specializzati: bisogna per forza creare dei team multi-disciplinari che potrebbero elaborare soluzioni congiunte da proporre alla politica, innanzitutto per l'Italia ma in prospettiva esportabili anche all'estero.

L'Agenzia potrebbe quindi avvalersi anche di ricercatori stranieri?

Certamente, come del resto fa già l'Inrca: per esempio, sulla domotica sono in fase di elaborazione progetti che coinvolgono anche Francia, Austria e Svezia.

E come verranno messi in pratica?

Parteciperanno a bandi europei e, se vincitori, si passerà alla loro realizzazione, come già è successo con il progetto “Zinc-Age”, che studiava il legame tra stress ossidativo e invecchiamento, di cui noi siamo stati uno dei partner.

Lo scorso 11 novembre avete presentato a Roma il Rapporto Nazionale 2009 sulle “Condizioni ed il Pensiero degli Anziani: una società diversa”, curato da voi e altri partner sotto la “triplice veste” di Agenzia, Irccs e Inrca: ci spiega il senso di questo studio?

Ci interessava porre il problema degli scenari generali, perché pensiamo che quando si parla di terza e quarta età bisogna andare oltre i numeri. Volevamo porre all'attenzione dell'opinione pubblica i due aspetti connessi all'invecchiamento: la fragilità e la longevità. Si tratta di due mondi totalmente diversi, che richiedono differenti strategie di intervento. Per farlo, bisogna conoscerli a fondo.

Mi fa un esempio di vostre azioni nell'uno e nell'altro mondo?

L'Inrca ospita un Centro diurno sull'Alzheimer, una delle patologie più diffuse tra gli anziani fragili, ma stiamo allestendo anche un centro residenziale con posti letto in una struttura protetta di Ancona per venire incontro alle famiglie dei malati, bisognose di sostegno oltre che di supporto assistenziale. In tutt'altra maniera si interviene sulla longevità attiva, ad esempio con il progetto “Invecchiare con cura”, che prevede una serie di incontri di promozione dei corretti stili di vita e a breve la nascita di una palestra del benessere per gli anziani della città.

Quando partirà ufficialmente l'Agenzia nazionale dell'invecchiamento?

… sempre che il nome resterà questo, è questione di pochi mesi: vi prometto che sarete tra i primi a saperlo!

Ci contiamo, grazie e in bocca al lupo...

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Paola Guerci, “pasionaria” degli Over 65

Intervista di Alessandra Cicalini

Paola Guerci ha energia da vendere persino nella voce. Presidentessa del Movimento delle donne di Roma e profonda conoscitrice della realtà dei Centri anziani della capitale, ha preso parte al convegno sulla Terza età del 22 ottobre scorso, cui abbiamo dedicato ampio spazio nell'area Magazine, regalando alla sala una ventata di ottimismo.
“Gli anziani hanno bisogno di essere occupati, innanzitutto per la loro salute”, esordisce.

In che senso?
Mi rifaccio alla ricerca che Giuseppe Roma del Censis ha presentato al convegno sulla Terza età dell'anno scorso, in cui era stato dimostrato che gli over 65 impegnati in qualche attività si ammalavano meno o, se ammalati, guarivano di più.

In che modo li si può aiutare a mantenersi attivi?
In molti modi. A Roma, per esempio, già da qualche anno è attivo il progetto “Un amico per la città”, in cui gli anziani del quartiere, riconoscibili da un pettorale fosforescente, aiutano i bambini che escono dalle scuole ad attraversare la strada senza rischiare di essere travolti dalle auto. E poi c'è un altro progetto chiamato “Sentinelle dei parchi”.

In che cosa consiste?
Si tratta di dare una mano a tener puliti i principali parchi di Roma come Villa Ada e Villa Borghese. Anche in questo caso l'obiettivo è distogliere gli anziani dal pensiero delle malattie: pensare tutto il giorno al proprio corpo può provocare disturbi veri, quindi meglio stare all'aria aperta a rimuovere le cicche di sigaretta...

Passiamo ai Centri anziani: come sono organizzati a Roma?
Ce ne sono 140 e vengono frequentati da 90 mila persone. Di solito chi arriva è solo, spesso vedovo o vedova, e il motivo che lo spinge verso il Centro anziani è stringere nuove relazioni.

Nascono anche nuovi amori?
Sì, capita spesso e alcune di queste relazioni si trasformano anche in nuove convivenze: anzi, sarebbe proprio interessante se qualche giornalista venisse da noi a indagare proprio questo aspetto.

Che cos'è invece che non funziona nei Centri anziani, a suo avviso?
La cronica carenza di fondi che del resto non riguarda solo loro. Però con un budget annuale medio di 20-30 mila euro all'anno messo a disposizione da Comune, Provincia e Regione, non è che si possano fare molte attività. Basti pensare che nel Centro anziani di Villa Leopardi dove gli iscritti sono 1.200 per organizzare una gita di euro ne servono 10 mila...

Come ovviare a questo problema?
L'autogestione è fondamentale e poi molto conta l'attivismo del presidente: abbiamo constatato che dove ci sono le donne si organizzano più cose.

Quindi la donna “ha una marcia in più” anche da anziana?
Diciamo che se sta bene, porta anche in età più avanzata tutta l'energia che aveva da giovane. Basti guardare come si comportano quando entrano in un Centro: difficilmente si mettono a giocare a carte come fanno gli uomini. Di solito invece si occupano della pulizia, vogliono ballare e organizzare altre attività.

Se dovesse fare un bilancio delle sue attività a contatto con gli anziani, che cosa pensa di aver imparato da loro?
Innanzitutto a guardarli con occhi diversi: anch'io come molti pensavo che gli anziani vivessero ripiegati su loro stessi e sulla propria famiglia, invece mi sono accorta che guardano al futuro e sono capaci di aprirsi agli altri.

Da quanto tempo ha a che fare con gli anziani?
Da venticinque anni... ho cominciato a fare volontariato con loro in parrocchia a 16 anni: anzi, devo dire che è stato proprio grazie a loro che ho sviluppato la mia passione politica...

Dunque giudica importante il dialogo intergenerazionale: nei Centri anziani entrano i giovani?
Non molto di frequente, però esiste un progetto accolto l'anno scorso dall'Istituto di ortofonologia del quartiere Labaro di promozione dello scambio tra ragazzi e anziani.

In che cosa consisteva?
Gli anziani del quartiere insegnavano ai ragazzi i segreti dei vecchi mestieri e i ragazzi li erudivano sui telefonini e le altre tecnologie. Sì, lo scambio è molto importante.




Natalia Aspesi e l'amore, sempre uguale a tutte le età

Intervista a Natalia Aspesi di Alessandra Cicalini

Quando arriva l'amore, l'età non conta. O meglio: può capitare eccome di incontrarlo anche in tarda età. Lo testimoniano le moltissime lettere di persone sopra i sessant'anni, a volte alle prese con tempestose passioni, che Natalia Aspesi ospita nelle sue Questioni di cuore”, la rubrica che la giornalista tiene sul “Venerdì” de “La Repubblica” tutte le settimane. Spesso le storie più interessanti sono le loro, ed è questa la ragione che ha spinto la redazione di “Muoversi insieme” a intervistarla.
Natalia Aspesi, però, nega: “Non vedo grosse differenze tra i lettori più giovani e i meno giovani”, dice, “anche se di solito non ricevo lettere dai ragazzi: in genere hanno tutti dai 35 anni in su”.
Poi, certo, precisa, “mi capitano ogni tanto uomini anziani, oltre i 70, che hanno avuto la facoltà di trovare l'amore tra donne più giovani... il contrario, invece, non capita molto spesso”.

Come mai?
Perché di solito le donne hanno un'idea più giusta del proprio corpo e comprendono che dopo una certa età sia meglio tenerlo nascosto.

Ma non pensa che qualcosa stia cominciando a cambiare nella società?
In generale sì: le donne sono diventate più esigenti e gli uomini ne sono disorientati.

In che senso?
Molti uomini si sentono ancora al centro dell'interesse delle donne e quando scoprono che non è così se ne stupiscono e a volte diventano ricattatori.

In che modo?
Dicendo frasi del tipo “voi italiane vi date tante arie” dopo aver intrecciato una relazione con signore straniere più arrendevoli almeno all'apparenza.

Ma sono davvero così presuntuose le donne italiane?
In verità, ho notato che ancora oggi persiste il senso di servizio di molte mamme, anche trentenni, verso il figlio maschio, in genere molto legato alla madre. Perciò poi capita che il partner chieda a una giovane donna che mi ha scritto proprio in questi giorni, di rinunciare a una prospettiva di carriera in Cina per restargli accanto. Ecco, questo tipo di richiesta a un uomo non verrebbe mai fatta, il contrario invece accade ancora.

Ma l'amore non si alimenta con lo stare assieme?
Mah... passato il periodo di follia amorosa, stare sempre vicini è una gran rottura!

Sì, ma chi mette su famiglia come fa a mandare avanti il matrimonio se si è sempre lontani?
È chiaro che il matrimonio si regge anche su alcuni doveri, però i sacrifici devono essere reciproci e ci deve essere sempre il rispetto per la realizzazione personale. Invece purtroppo succede che molte donne scelgano il matrimonio pur di non stare da sole, poi se ne pentono ma non hanno il coraggio di rompere, e non c'è scelta più infelice che vivere in due senza amore.

Quali sono gli argomenti più ricorrenti nelle sue lettere?
I temi sono sempre quelli: c'è chi cerca l'amore, c'è chi non è amato, chi non riesce a trovarlo.

Non ce n'è qualcuna più interessante?
In generale scrivono quasi tutti molto bene, anche perché se decidono di usare la scrittura vuol dire che hanno un certo tipo di sensibilità e anche un bisogno. Tra i più anziani, spesso si parla della nostalgia dell'amore e qualche volta capita di riviverlo, magari incontrando a distanza di anni la persona amata un tempo, o con un nuovo colpo di fulmine.

E' d'accordo con Hemingway che sosteneva che con l'età non si diventa più saggi ma solo più attenti?
Mah, secondo me si diventa più cattivi. Almeno, io sono diventata più cattiva: non sopporto più chi fa del male e non accetto la maleducazione. Sì, si diventa più intransigenti, purché si abbia la salute del corpo e della testa a sostenerci.

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Italo Farnetani: Il nonno di oggi? Ottimista, sportivo e bello!

Intervista al pediatra Italo Farnetani

Il segreto di un nonno di successo? L'ottimismo! Si potrebbe riassumere con questo slogan il pensiero di Italo Farnetani, il pediatra dall'irresistibile accento aretino che ha da poco pubblicato la guida “Nonni autorevoli”, destinata a quel che l'autore ha definito “il secondo cerchio”, che circonda quello più interno dei genitori. Farnetani precisa però di aver redatto il suo manuale partendo dal punto di vista dei nipoti: perché per imparare a stare con i bambini e gli adolescenti, sostiene, bisogna dimenticarsi la vecchia immagine dei “nonni ai giardinetti”: “Quelle figure, semmai – sottolinea il pediatra – equivalgono ai bisnonni”.
I nonni di oggi, invece, sono, o dovrebbero essere, tutt'altra storia. Ecco come li ha raccontati a“Muoversi Insieme”.

Come ha avuto l'idea per il suo libro?
Dall'esperienza maturata sul campo: in media i nonni di oggi hanno tra i 55 e i 64 anni, in genere sono molto impegnati e il 25% di loro si occupa abitualmente dei nipoti, mentre i genitori sono al lavoro. Per esempio, sugli oltre undici milioni di nonni italiani, in questo momento un milione e cento è occupato a ripetere la prima elementare con i nipoti. Insomma, i nonni di oggi sono cambiati: molti di loro sono anche più belli!

Perché dice che al nonno di oggi non deve mai mancare l'ottimismo?
Vede, mentre si sa tutto del “baby blues”, ossia della depressione post partum, non si pensa mai che il nipote copia non solo i genitori, ma anche i nonni. Le femmine, per esempio, guardano come sono vestite le nonne e se per caso queste ultime sono fanatiche degli orecchini, è probabile che lo saranno anche le bambine!

Sì, però può capitare un momento di sconforto...
Certamente, ma quel che conta è lo stile di vita generale, dei genitori e dei nonni. Per fare un esempio: se davanti agli imprevisti se ne fa sempre una tragedia, di sicuro il bambino ne avrà delle ripercussioni. Insomma, lo scoramento una volta ogni tanto va bene, ma sempre no!

Ha sostenuto in più punti che i bambini sono dei “conservatori”, ed è una delle ragioni che l'ha spinta a sostenere che i genitori conviventi dovrebbero sposarsi una volta nato il figlio, suggerendo ai nonni di fare pressione per il matrimonio. Pensa che si tratti di una tendenza generale o solo italiana?
Senz'altro è generale ed è frutto di un'indagine che ho svolto tra i miei colleghi: il bambino ha bisogno di certezze e si identifica fortemente nella maggioranza. Perché si rovesci una tendenza del genere ci vorrebbe che nel mondo intero il 90% delle persone fossero conviventi, ma per ora non è così. Insomma, per invertire la rotta, bisognerebbe abolire il matrimonio, ma così si tornerebbe al pleistocene!

Su un altro versante, però, ha espresso una posizione “rivoluzionaria”, quando dice che è giusto dare ai nipotini il telefonino dai tre anni in poi: ma non si rischia di educarli troppo precocemente alle comodità?
Non lo credo: per me, la sofferenza e la solitudine non aiutano a crescere proprio per niente. A mio avviso, invece, per crescere bene ai nipoti serve il giusto ambiente, una buona dose di coccole e tutti i supporti possibili, telefonino compreso. Certamente, bisogna che imparino a usarlo con criterio, per esempio confrontando le tariffe e decidendo quando è indispensabile e quando non lo è.

Secondo lei, diventano autorevoli più facilmente i nonni di parte materna o paterna?
Rubando alla moda l'espressione “l'eleganza si compra, la classe no”, è chiaro che l'autorevolezza è spesso una una dote innata... poi, certo, la figlia ha un rapporto speciale con la madre già quand'è nel suo grembo, lo conferma anche la psicologia prenatale, e quel rapporto è destinato a mantenersi tutta la vita. Starà poi ai genitori coinvolgere anche i nonni paterni per non emarginarli.

Lei sostiene poi che i nonni debbano innanzitutto giocare con i nipoti: al museo, insomma, ce li portino i genitori. Non pensa che potrebbero trasmettere loro anche dei saperi anziché ostinarsi a “fare i giovani”?
Ogni nonno deve trasmettere quel che si sente di trasmettere. Basta dare il meglio di sé, senza rompere troppo il nipote con le proprie passioni! E del resto, non va neanche bene che si dedichino a giochi troppo fisici se non sono mai stati degli sportivi. L'importante è condividere il gioco, ricordandosi che ai ragazzi piacciono innanzitutto i giochi all'aperto e quelli da tavola. Sul “fare i giovani”, invece, penso che il look sportivo, dinamico, sia più adeguato ai tempi; poi certo c'è il limite del buongusto...

Secondo lei, si riconoscono gli adulti che hanno avuto un buon rapporto con i nonni?
Sì: perché hanno avuto un punto di riferimento affettivo in più, un pezzo di famiglia in più. Sono più ricchi, e lo saranno per se stessi e verso gli altri.

All'inizio e alla fine del volume ha inserito un quiz sull'identikit del nonno suggerendo ai lettori di rifarlo due volte... io l'ho sottoposto a mia madre, che però deve ancora leggerla, ed è risultata “nonna in formazione”. Mi pare che ci sia rimasta un po' male!
Vede, il quiz non vuole essere una verifica “del bravo nonno”, ma solo un metodo didattico che aiuti a fissare le problematiche affrontate dal libro. E comunque, se lei ha scelto la sua mamma per testare quanto sia autorevole, vuol dire che almeno come genitrice ha raggiunto il suo obiettivo. E di solito i genitori autorevoli poi diventano anche nonni autorevoli...

Dopo i genitori e nonni, pensa di dedicare un volume anche agli zii? In fondo sono figure celebrate anche dall'arte: pensi al successo della ristampa di “Zia Mame” dell'estate appena passata o alla canzone “Lo zio” di Paolo Conte... e poi io sono una zia!
Sicuramente gli zii sono molto importanti perché hanno tutto l'affetto dei nonni e tutta la giovinezza dei genitori. Esistono proprio dei casi in cui gli zii sono idolatrati dai nipoti. Anzi, mi ha fatto ricordare un episodio della mia infanzia: avrò avuto quattro anni e camminavo piano con mia nonna. Dovevamo prendere un treno, sicché lei mi disse: “Cammina veloce perché il treno non aspetta!”. Dato che avevo uno zio sportivo e aitante, le dissi: “Se il treno lo guidasse lo zio Franco, ci aspetterebbe?”. “E no che non ci aspetterebbe!”. Allora accelerai il passo... Sì, penso che farò anche dei manuali per gli zii e le zie, ma separati: perché il rapporto con la zia è sempre diverso da quello con lo zio!

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Paolo Conte e il tempo, ah che rebus

Intervista a Paolo Conte di Alessandra Cicalini

Cari lettori, "Muoversi Insieme" è lieta di farvi un regalo per la Befana, che speriamo gradirete. Pubblichiamo la nostra intervista al grande musicista astigiano alla vigilia del suo settantaduesimo compleanno: auguri, Maestro! E a voi buona lettura!

Essere nato nel giorno in cui i Re Magi fecero visita a Gesù Bambino deve averlo condizionato, almeno un pochino. Perché Paolo Conte sembra proprio il tipo che dà peso alle coincidenze e alle date, non foss'altro per la sua passione enigmistica, più volte raccontata in canzoni e interviste. Che se poi consideriamo quanti sono gli anni da spuntare il prossimo sei gennaio, settantadue, e qual è la forma fisica che egregiamente ancora l'accompagna (dovevate vedere, un paio di mesi fa a Roma, come aggrottava ironicamente le sopracciglia mentre si faceva fotografare abbracciato ai fan inorgogliti di essere riusciti a incontrarlo dopo un'estenuante attesa dietro al pesante tendone del Teatro Sistina) possiamo capire ancora meglio che “Rebus” è la vita, come il titolo di un suo pezzo.

“Ho sentito dire che per le persone come me nate sotto il segno del capricorno e governate da Saturno, il rapporto con il tempo è difficile”, considera il Maestro,che non sa decidersi: “Certe volte, mentre vorrei avere tanto futurodavanti a me, paradossalmente, vorrei avere tanto passato alle miespalle”.
La sua incertezza è quasi rassicurante, anche perché, quando passa ad analizzare il problema del tempo inteso come pausa in musica,verrebbe da dirgli che è un bene che non abbia ancora sciolto l'enigma:“Musicalmente le pause – dice – il vuoto contro il pieno, persino leesitazioni ben dosate, rappresentano una capacità non solo di espressione, ma di costruzione stessa, su cui si dovrebbe lavorare e insistere molto di più di quanto si faccia abitualmente”.
Ed è probabile che l'avvocato ci stia lavorando:
da buon segno di terra
, non sembra proprio uno che si accontenta.
Per esempio, continua a negare di essere un poeta;certo, almeno ammette di costruire “frammenti e passaggi di poesia”, mapoi aggiunge: “In un'arte mista come quella della canzone devono esserepoetiche non solo le parole, ma anche, e forse di più, la musica e l'interpretazione”.
Il
“Maestro” che “dentro all'anima resterà”
lo precisa sempre, tuttavia per chi non lo sapesse è bene ricordarlo: lui scrive prima la musica e dopo le parole, ma l'equilibrio tra l'una e le altre ha del miracoloso, per questo poi i fan non riescono a credergli del tutto.
Però l'avvocato di Asti insiste e lo fa ancora di più quando gli si chiede se ha fatto finalmente pace con la sua voce, che non gli è mai piaciuta troppo. Sembra anzi che per imparare a interpretare si sia inventato tutte quelle smorfie “da orango” diventate ormai abituali nei suoi concerti; ma negli anni è sceso parecchio di tono, oggi è quasi roco (provate a sentire “Alle prese con una verde Milonga” nella versione live inaugurata nel concerto
all'arena di Verona
diventato un cd e un dvd nel 2005) e dà i brividi.
Che è successo? Secondo lui niente: “Ho semplicemente cantato in modo più controllato – risponde – ma i miei limiti vocali sono invariati e le smorfie sono rimaste”.
Insomma, alla vigilia dei suoi settantadue anni non c'è niente di nuovo, non c'è la notizia, quindi, cari cronisti, lasciate perdere. E invece no. Perché Paolo Conte parla poco, ma quello che dice pesa più del piombo.

Innanzitutto l'artista conferma una sensazione di chi lo segue da vent'anni, e cioè che
“Elegia”, il penultimo album, e “Psiche”, l'ultimo, siano idealmente legati: “Condivido questa sensazione di continuità”, afferma, di qui il dubbio: che stia preparando una trilogia? Molto di più, sembrerebbe: “Vorrei spingermi anche oltre”.
In attesa di vedere che succederà, lo si può seguire nella prossima tappa italiana della sua tournée, il 26 e 27 gennaio a Bologna, e ascoltare almeno due delle magnifiche canzoni d'amore del nuovo lavoro: “L'amore che” e
“Bella di giorno”
, dolci e struggenti come mai un fan si sarebbe aspettato da lui.
Prima parlava di “frasi dell'amore sempre uguali”, “di stanze annoiate”, oggi scrive “ti amo tanto”.
Di nuovo, che sta succedendo?Solo (si fa per dire) questo: “Alcune delle musiche imploravano diessere coperte da parole d'amore, così le ho accontentate senzavergogna”, spiega l'avvocato. Un tempo pareva quasi che le donne lo spaventassero: da ragazzo le si poteva guardare solo da lontano, quindi sembravano misteriose e distanti, aveva raccontato nell'intervista a Vincenzo Mollica ospitata in
“Parole e canzoni”, la collana di vhs e libri uscita per Einaudi Stile libero un po' di anni fa. Oggi dice: “Le donne si sono sempre sentite misteriose, ma non è detto che gli uomini non le sappiano capire. È questione di pigrizia”.
E Conte sembra proprio il classico pigro costretto all'attivismo: per esempio, a lui piace dipingere (come attestano le copertine dei suoi cd e il sublime e irrealizzato
Razmataz), ma non ha il tempo per mettersi lì “lungo le strade a radunare di sé mille frammenti”, come i suoi “Pittori della domenica”. E per fortuna che non ama le tecnologie (“Non posseggo neanche il telefonino. Cos'è un blog?”, confessa), altrimenti le giornate gli si accorcerebbero ulteriormente.
Insomma, forse il tempo giusto da dedicare alle donne non l'ha ancora trovato, ma c'è un sentimento che preserva con gelosia: l'amicizia, per lui, è “preziosa e divina, particolarmente apprezzabile se si ha un'avventura da vivere insieme”. Non è un caso, quindi, che abbia dedicato ai suoi musicisti l'ultimo lavoro, chiamandoli “impareggiabili scudieri, dolci amici”.
Con altri amici, circa una sessantina d'anni fa, aveva messo su un'
orchestrina dixie in cui tutti si presentavano con il soprannome (il suo era il “Canadese”). Di quegli anni parla il cd “Paolo Conte plays jazz”
, uscito poco prima di “Psiche”, lo scorso settembre.
Sembrava logico pensare che l'avvocato avessedeciso di farsi conoscere meglio. Invece no,di nuovo: “Le vecchie registrazioni jazz – ricorda - sono state pubblicate senzail mio consenso.
Tuttavia, alla distanza le trovo in buona parte accettabili”.Niente tentazioni confessorie, insomma, solo una maggiore clemenza per ilPaolo della prima giovinezza. Che poi igiovani gli piacciono, almeno quelli che hanno scelto diseguirlo con “occhi pieni di curiosità. Ma c'è da scommettere che senta piùaffinità con “le anziane signore tedesche e olandesi chebattono il piede al ritmo dello
swing”, come racconta,anche perché il presente non è che lo faccia proprioimpazzire: “Consumismo ed eleganza non vanno d'accordo”, affermasecco. La seconda richiede fatica, un lusso per i contemporanei:“L'eleganza va cercata – continua – non subita, l'eleganza è individuale,non di massa. È unacreazione, non una copia”.

E creare richiede,analogamente, sofferenza,una condizione spesso invisa alla modernità. Poi, certo, mentre si crea, a un certo punto ci si comincia adivertire.
Quando? Ovvio (come no...): “Quandola sofferenza si trasforma in estasi”, conclude l'avvocato.
Cento di queste estasi, signor Conte


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