
Sarebbe stato bello domandare a Margherita Hack il nome del suo cane: dal telefono arrivano nitidi i latrati, ma l'astrofisica non sembra esserne spazientita; semplicemente, ogni tanto, si allontana dall'apparecchio mormorando un “mi scusi un attimo”, poi torna ai suoi ragionamenti con una pacatezza davvero invidiabile. Dal tono delle risposte, anche senza vederne i fiammeggianti occhi chiari, si intuisce che la fiorentina signora delle stelle non abbia mai smesso un giorno di alzarli verso il cielo (e di riportarli giù per studiarne i movimenti). “Non ho mai smesso di lavorare – esordisce infatti – continuo a fare la ricercatrice e poi partecipo a conferenze in giro per l'Italia e nelle scuole”.
Crede molto nella possibilità che i grandi telescopi ci dicano qualcosa in più sull'evoluzione dei sistemi extra-solari: che cosa pensa che potrebbero scoprire?
Ha già in cantiere un altro libro oltre a quello che è appena uscito per la Rizzoli?
Nella mezz'ora strappata ai suoi preparativi nel camerino di un teatro friulano, dove Paolo Poli era in scena, la scorsa settimana, con i suoi “Sillabari”, l'attore fiorentino è stato capace di interpretare perfettamente tutte le parti che il suo pubblico si aspetta da lui. Prima si è inalberato, poi ha ironizzato sui suoi bisogni economici e subito dopo su quelli dei pennivendoli che gli fanno domande preconcette, poi si è rilassato filosofeggiando un po' (pur dicendo di non essere Gianni Vattimo e che certe domande è meglio farle a lui), quindi è arrivato alla sua vera, unica e indomabile passione: il teatro. Si potrebbe riassumere in questo modo l'intervista che vi accingete a leggere, ma prima di proseguire, è bene che sappiate ancora due cosette su Paolo Poli: in questi giorni il suo spettacolo tratto dai racconti di Goffredo Parise è approdato al teatro Orazio Bobbio di Trieste e vi resterà fino al 28 febbraio. Se però non abitate da quelle parti, poco male: sappiate che l'ottantenne protagonista continuerà a errare per l'Italia, come fa per almeno “200 giorni all'anno”. Le ultime parole sono sue e c'è da giurare che siano vere, perché non c'è bugiardo più sincero di questo raffinato signore del palcoscenico. Buona lettura.
I “Sillabari” si fermano alla lettera S di solitudine perché l'autore dice che gli è finita l'ispirazione: secondo lei, c'è un momento in cui conviene ritirarsi dalle scene o, detto in maniera più ipocrita, “godersi la pensione”?
No davvero: ho una brutta pensione, io, devo lavorare, anche se lo faccio molto volentieri, perché quel che ne traggo, al di là del denaro, sono applausi sinceri.
Se dovesse dare consigli...
Non dò mai consigli!
Sì, però, se dovesse darne...
Chi chiede consigli è scemo.
Ma se si trattasse di un giovane attore che...
Ma se è bravo non ne ha bisogno: basta usare gli occhi. Se non lo sa fare peggio per lui, non lo impara certo nelle scuole. Per dire, prima andava un certo tipo, tutto sorrisi, poi è arrivato Marlon Brando, tutto corrucciato. Insomma, prima teneri poi brutali... cambia il mondo... non so dare consigli agli altri.
Quindi per lei la saggezza dei nonni non esiste?
Una volta sì, perché era pratica. Per esempio, si diceva ai tempi della semina: adesso è piovuto, è meglio aspettare per piantare le cipolle, magari il giorno di Sant'Anna è quello giusto... e comunque per domande del genere ci voleva Vattimo, ma nel teatro, per carità...
Che cos'è per lei la bellezza?
L'arte. Poi c'è quella mercenaria, che serve: prima Caravaggio non piaceva a tutti, oggi è di gran moda.
E lei segue la moda?
Che cosa vuole che segua a ottant'anni... certo, sono rimasto legato alla moda dei miei tempi, il periodo di maggior gloria.
Perché?
Dopo la guerra ci si voleva vestire di nuovo e in Italia c'erano bravissimi sarti.
Se la sentissero che li chiama così... lei ha detto di sentirsi uomo del Novecento: come pensa che siano gli uomini e le donne del Duemila?
Che cosa vuole che ne sappia...
Beh, un'idea se la sarà fatta, ne vede molti girando l'Italia...
Sicuramente è vero che leggono meno, a differenza di quanto facevamo noi. Finita la guerra, ci fu la gioia della lettura, soprattutto dei classici... io sono dell'epoca del cartaceo.
Internet lo usa?
Non mi frega nulla: poi si pensa che in quella scatolina ci sia tutto, ma non è mica vero... il bello della vecchiaia è che si può finalmente leggere per se stessi.
Albert Camus diceva che il dandy rifiuta l'autorità ma poi evita la rivolta e si ferma alla fase estetica: lei si sente un dandy o un rivoluzionario?
Nessuno dei due: nella mia vita reale provengo da una spenta borghesia, poi nel teatro, certo, ho sperimentato una prospettiva più ricca, più colorata.
Nel teatro si è sentito un rivoluzionario, quindi?
Non mi piace questa parola, “rivoluzione”: preferisco “evoluzione”.
Crede nel miglioramento degli esseri umani?
Beh, dalla scimmia all'uomo qualcosa è successa: Giambattista Vico parlava del passaggio dalla ferocia alla ragione tutta dispiegata.
E secondo lei oggi la ragione è tutta dispiegata ?
Non mi pare...
Nella tutela dei diritti delle minoranze qualcosa è cambiato, a suo giudizio? Non nascondendo le sue preferenze sessuali, lei ha sperimentato la censura: oggi è diverso?
Sì, se ne parla, ed è già tanto. Ai tempi di Mussolini, invece, si diceva che era roba per gli inglesi. L'intolleranza, però, non è solo sul sesso: per me le leghe sono orribili... povera unità d'Italia!
Perché non se n'è andato all'estero? Lo consiglierebbe oggi a un suo nipote?
Mio nipote sa da sé che cosa fare, non c'è bisogno che glielo dica io. Io invece sono rimasto qui e ci ci resto: sono attaccato alla lingua del sì, come diceva Dante.
Preferisce stare qui e “mettere i lustrini alla realtà”, come ha detto in qualche intervista...
Sa, ai giornalisti racconto cose superficiali. Tanto partite da idee preconcette, come fece Raffaello quando doveva ritrarre il Papa e finì per farsi un autoritratto.
Comunque sia, non crede che di lustrini ce ne siano già troppi in tv?
Infatti non faccio tv, lavoro per conto mio, l'ho sempre fatto. Una volta a teatro, una signorina annunciò tutta trepidante che lo spettacolo con un tale era cancellato perché l'attore aveva preso importanti impegni televisivi e cinematografici. Buon per lui, io faccio 200 spettacoli all'anno, non mi mi resta molto tempo.
Della radio invece che cosa pensa? Qualche mese fa ha letto le Sorelle Materassi su Radiotre.
È un mezzo interessante, è una forma sottrattiva che esalta la parola.
Quindi pensa che ci sia ancora spazio per la letteratura?
Se il Padreterno vorrà, speriamo di sì.
Su chi pensa faccia più presa la parola? Sui bambini o sugli adulti? So che ha letto favole per bambini...
In verità le ho lette per i genitori: i bambini sono loro monopolio.
Però i bambini amano ancora molto che gli si racconti a voce le favole, ne sono molto attratti.
Nulla potrà mai sostituire il racconto della nonna, è vero: perché raccontando si passa loro la notizia e l'emozione della notizia... e si torna così al teatro, che fa proprio questo.
Ha detto di non aver né rimorsi né rimpianti: come si fa a mettersi l'animo così in pace?
Nelle scelte della vita bisogna essere sinceri: ho scelto il mestiere che mi piaceva, perciò...
Perciò rifarebbe tutto quel che ha fatto senza cambiare nulla?
Sì, rifarei il mio mestiere.
Una magnifica lezione di vita e di filosofia (Vattimo ci perdoni!): non credete?
Non c'è niente di più mutevole dell'essere umano, soggetto com'è al tempo, storico e biografico. Le trasformazioni riguardano anche i sentimenti e le relazioni con gli altri. Oggi, per esempio, non è più un tabù parlare di sessualità tra gli anziani ed è probabile che nel futuro si avrà del corpo e del valore che gli si attribuisce una visione ancora diversa. A far luce sugli usi e i costumi degli italiani, giovani e meno giovani, in questo specifico settore ci pensa dal 1979 l'Istituto internazionale di sessuologia, presieduto da Roberta Giommi, docente all'Università di Firenze. La professoressa conduce anche una popolare rubrica dedicata alla sessualità su “Salute” de “La Repubblica” ed è intervenuta lo scorso ottobre al convegno sulla Terza età organizzato da Somedia con l'interessante relazione intitolata “Il sesso e l'amore nell'età matura”.
Quali sono i disturbi della sessualità più diffusi tra gli anziani?
Che cosa significano?
Come si comportano i ragazzi nelle vesti di “professori”?
Quando Mario Perrotta è entrato per la prima volta nell'Archivio diaristico nazionale a Pieve Santo Stefano, in Toscana, probabilmente non poteva immaginare quante persone avrebbe incontrato.
Non è infatti facile quantificare in termini di parole e di esistenze i seimila e passa diari contenuti nella struttura partorita da un'idea di Saverio Tutino, appassionato giornalista, grafomane della prima ora e cultore della storia popolare. Man mano che il fondatore gliene parlava e via via che sfogliava i diari accessibili al pubblico (perché nel museo toscano c'è anche una sezione di diari segreti, da conservare gelosamente chiusi), l'attore originario di Lecce, 39 anni, deve aver capito che quello era un luogo troppo speciale per una visita rapida durante una tournée.
Di qui l'idea del libro, che l'editore “Terre di Mezzo” ha dato alle stampe lo scorso settembre, e della tre giorni di reading che Mario ha condotto il dieci dicembre scorso, proprio nella sede storica dell'Archivio diaristico nazionale, il vecchio palazzo cinquecentesco che ha ospitato per molti anni le memorie dei nostri connazionali, passati e viventi. Ogni anno a Pieve si tiene un premio che rimpolpa gli già stracolmi scaffali, ma nel libro Mario ci parla anche di quelli che vanno lì a lasciare le proprie storie senza concorrere e di quelli che si sono trasformati in successi letterari, come la storia di Vincenzo Rabito, cantoniere in pensione di Catania, che un giorno, a 69 anni si è chiuso nella sua stanza e ha preso a battere furiosamente a macchina tutta la sua vita, pur essendo poco meno che analfabeta.
L'autore usa una “scrittura teatrale”, come racconta a “Muoversi insieme”.
Dice infatti: “Quando mi hanno proposto di scrivere un libro sull'Archivio, in occasione del venticinquesimo anniversario, ho subito precisato come mi sarei mosso, ma sia l'editore sia la Fondazione mi hanno detto ugualmente di sì”.
Come hai conosciuto l'archivio?
Stavo preparando i miei spettacoli sull'emigrazione in Belgio (Progetto italiani Cincali, ndr) così sono venuto in questo luogo rimanendone conquistato.
Tu scrivi diari?
In verità no... non sento l'esigenza di fissare i ricordi sulla carta, ma forse il motivo è che scrivo ogni giorno il mio diario sulle strade d'Italia. Però ogni tanto mi piacerebbe aprire un quaderno di dieci anni fa e scoprire quel che facevo.
Per te che cosa vuol dire coltivare l'arte della memoria allora?
Coltivare gli strumenti per vivere nel futuro. Sì, per me è importante sapere, per esempio, come si usa il martello per poterlo usare in seguito. Avere memoria, insomma, significa sapere chi si è, da dove si viene e dove si va.
Secondo te nell'epoca attuale la memoria viene coltivata?
Molto poco, a mio avviso, e spesso in modo ipocrita: se pensiamo alla Giornata della Memoria, del 27 gennaio, in cui si ricorda la Shoah, spesso ci si dimentica che oltre agli ebrei vittime ne furono anche altri popoli. Senza considerare che poi il giorno dopo tutto torna come prima.
Il teatro può essere un antidoto alla perdita della memoria collettiva?
Senz'altro: certo, il pubblico del teatro è molto di nicchia, sarebbe bello avere folle oceaniche come ai concerti di Vasco Rossi... però chi viene ai nostri spettacoli senz'altro vuole pensare: coltivare la memoria richiede impegno.
Che rapporto hai con la vecchiaia? Ai tuoi spettacoli vengono anche persone anziane?
Per me vecchio non è un concetto negativo: ho avuto quattro nonni, ho vissuto con loro fino a diciott'anni, poi li ho visti andar via, per fortuna molto serenamente. Per me, chi ha raggiunto la terza età non ha più sovrastrutture e può essere se stesso. Sì, ai miei spettacoli, soprattutto quelli sull'immigrazione, vengono molti anziani: in diversi poi passano a salutarmi in camerino.
C'è qualche aneddoto che ti lega a qualcuno di loro?
Un ex minatore del Belgio che se la prende con le immagini della settimana Incom in cui si esortava gli italiani a emigrare... poi sappiamo quel che successe. Inveisce durante lo spettacolo e subito scatta l'applauso. C'è stato anche qualcuno che mi ha rimproverato di non aver raccontato altri pezzi del nostro passato; qualcun altro invece mi ha ringraziato commosso.
Leggendo i diari dell'Archivio come pensi che siano cambiati gli italiani?
Purtroppo in peggio: la guerra ha portato la tragedia ma paradossalmente anche una maggiore solidarietà sociale. Oggi quella spinta non c'è più e viviamo come monadi.
Però sei ancora giovane... non sarà che ti senti un po' fuori tempo, per così dire, “antico”?
Niente affatto: non mi sento retrò, semmai un po' Don Chisciotte: secondo me, è importante combattere, continuare a fare il proprio lavoro, per noi, ma soprattutto per quelli che verranno. Tutti i giorni mi chiedo che cosa sto facendo per il mondo e che cosa vorrei che avessero i figli miei o dei miei amici.
Pensi che dal “diario” se ne possa ricavare un audiolibro? Sarebbe un ottimo modo per raggiungere anche chi non riesce più a leggere bene...
Non ci ho ancora ragionato su, ma idealmente sarebbe una buona idea: certo, bisognerebbe costruirlo per bene, con la giusta musica e le giuste pause, però è già successo che sia stato ricavato un libro dalla mia trasmissione radiofonica “Emigranti Express”. Vedremo.
E invece quando ci saranno altri reading del “Paese dei diari” in giro per l'Italia?
Non saprei ancora dirlo, però abbiamo girato alcuni video sulla tre giorni in Toscana che stanno girando su Youtube.
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Che la vita media si sia allungata non è più una novità per nessuno, ma non tutti sono consapevoli della conseguenza più radicale imposta dalla demografia: “Oggi non possiamo più ragionare in termini mono-generazionali, ma dobbiamo inserire ogni strategia sull'anziano nel contesto familiare”. Sono le parole di Antonio Aprile, direttore generale dell'Istituto nazionale di ricovero e cura a carattere scientifico che ha sede ad Ancona, oltre che promotore dell'Agenzia nazionale dell'invecchiamento, un osservatorio multi-disciplinare sulla terza età, che sta per passare dalla fase organizzativa a quella operativa.
Ci spiega meglio in che cosa consiste l'Agenzia?
Nell'ottobre 2007 è stata affidato all'Irccs-Inrca di coordinare una serie di organizzazioni pubbliche e private non profit con competenze diverse e complementari, in ogni caso interessate al fenomeno dell'invecchiamento. Per affrontarlo, c'è bisogno infatti del contributo della gerontologia e della geriatria, materie che fanno parte da sempre della mission del nostro Istituto, ma anche di coinvolgere necessariamente demografia e sociologia, genomica e robotica ed economia sanitaria. Molto presto partiremo con la fase operativa.
Come lavorerà l'Agenzia?
Il modello di riferimento è “l'international house” di origine anglosassone: da noi si trova il punto di raccordo virtuale, ma nella realtà si lavorerà in maniera reticolare, ma sempre con il nostro coordinamento, nei principali settori che riguardano da vicino la terza e quarta età.
Quali sono?
In ordine sparso, il primo settore è la relazione farmaci-anziani, partendo dalla considerazione che, pur essendo utilizzati in buona parte da questi ultimi, non vengono mai testati su di loro nei trial clinici di sperimentazione, bensì su soggetti adulti. Il secondo settore è la genomica, ossia quella branca della scienza che indaga le ragioni dell'invecchiamento studiando la nostra mappa genetica. Poi ci interessano molto la domotica e la robotica a servizio degli anziani, per aiutarli a ritrovare l'autonomia e come supporto tecnologico alla vita quotidiana. Un quarto campo di indagine è il miglioramento dei servizi socio-sanitari, ossia dei sistemi più efficienti per andare oltre la degenza ospedaliera. Infine, ci interessa approfondire il legame tra economia e terza età, ossia come l'allungamento della vita e la diminuzione contestuale del numero dei figli incida sull'organizzazione del lavoro e sugli altri aspetti della vita sociale. Ma tutti questi campi sono già di interesse dell'Inrca inteso come istituto di ricerca specifico.
Allora perché c'è stato bisogno dicreare l'Agenzia nazionale dell'invecchiamento?
Perché ciascuna delle materie coinvolte nelle indagini che le verranno affidate è così complessa da richiedere il contributo di ricercatori altamente specializzati: bisogna per forza creare dei team multi-disciplinari che potrebbero elaborare soluzioni congiunte da proporre alla politica, innanzitutto per l'Italia ma in prospettiva esportabili anche all'estero.
L'Agenzia potrebbe quindi avvalersi anche di ricercatori stranieri?
Certamente, come del resto fa già l'Inrca: per esempio, sulla domotica sono in fase di elaborazione progetti che coinvolgono anche Francia, Austria e Svezia.
E come verranno messi in pratica?
Parteciperanno a bandi europei e, se vincitori, si passerà alla loro realizzazione, come già è successo con il progetto “Zinc-Age”, che studiava il legame tra stress ossidativo e invecchiamento, di cui noi siamo stati uno dei partner.
Lo scorso 11 novembre avete presentato a Roma il Rapporto Nazionale 2009 sulle “Condizioni ed il Pensiero degli Anziani: una società diversa”, curato da voi e altri partner sotto la “triplice veste” di Agenzia, Irccs e Inrca: ci spiega il senso di questo studio?
Ci interessava porre il problema degli scenari generali, perché pensiamo che quando si parla di terza e quarta età bisogna andare oltre i numeri. Volevamo porre all'attenzione dell'opinione pubblica i due aspetti connessi all'invecchiamento: la fragilità e la longevità. Si tratta di due mondi totalmente diversi, che richiedono differenti strategie di intervento. Per farlo, bisogna conoscerli a fondo.
Mi fa un esempio di vostre azioni nell'uno e nell'altro mondo?
L'Inrca ospita un Centro diurno sull'Alzheimer, una delle patologie più diffuse tra gli anziani fragili, ma stiamo allestendo anche un centro residenziale con posti letto in una struttura protetta di Ancona per venire incontro alle famiglie dei malati, bisognose di sostegno oltre che di supporto assistenziale. In tutt'altra maniera si interviene sulla longevità attiva, ad esempio con il progetto “Invecchiare con cura”, che prevede una serie di incontri di promozione dei corretti stili di vita e a breve la nascita di una palestra del benessere per gli anziani della città.
Quando partirà ufficialmente l'Agenzia nazionale dell'invecchiamento?
… sempre che il nome resterà questo, è questione di pochi mesi: vi prometto che sarete tra i primi a saperlo!
Ci contiamo, grazie e in bocca al lupo...
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Paola Guerci ha energia da vendere persino nella voce. Presidentessa del Movimento delle donne di Roma e profonda conoscitrice della realtà dei Centri anziani della capitale, ha preso parte al convegno sulla Terza età del 22 ottobre scorso, cui abbiamo dedicato ampio spazio nell'area Magazine, regalando alla sala una ventata di ottimismo.
Quando arriva l'amore, l'età non conta. O meglio: può capitare eccome di incontrarlo anche in tarda età. Lo testimoniano le moltissime lettere di persone sopra i sessant'anni, a volte alle prese con tempestose passioni, che Natalia Aspesi ospita nelle sue “Questioni di cuore”, la rubrica che la giornalista tiene sul “Venerdì” de “La Repubblica” tutte le settimane. Spesso le storie più interessanti sono le loro, ed è questa la ragione che ha spinto la redazione di “Muoversi insieme” a intervistarla.
Il segreto di un nonno di successo? L'ottimismo! Si potrebbe riassumere con questo slogan il pensiero di Italo Farnetani, il pediatra dall'irresistibile accento aretino che ha da poco pubblicato la guida “Nonni autorevoli”, destinata a quel che l'autore ha definito “il secondo cerchio”, che circonda quello più interno dei genitori. Farnetani precisa però di aver redatto il suo manuale partendo dal punto di vista dei nipoti: perché per imparare a stare con i bambini e gli adolescenti, sostiene, bisogna dimenticarsi la vecchia immagine dei “nonni ai giardinetti”: “Quelle figure, semmai – sottolinea il pediatra – equivalgono ai bisnonni”.
I nonni di oggi, invece, sono, o dovrebbero essere, tutt'altra storia. Ecco come li ha raccontati a“Muoversi Insieme”.
Come ha avuto l'idea per il suo libro?
Dall'esperienza maturata sul campo: in media i nonni di oggi hanno tra i 55 e i 64 anni, in genere sono molto impegnati e il 25% di loro si occupa abitualmente dei nipoti, mentre i genitori sono al lavoro. Per esempio, sugli oltre undici milioni di nonni italiani, in questo momento un milione e cento è occupato a ripetere la prima elementare con i nipoti. Insomma, i nonni di oggi sono cambiati: molti di loro sono anche più belli!
Perché dice che al nonno di oggi non deve mai mancare l'ottimismo?
Vede, mentre si sa tutto del “baby blues”, ossia della depressione post partum, non si pensa mai che il nipote copia non solo i genitori, ma anche i nonni. Le femmine, per esempio, guardano come sono vestite le nonne e se per caso queste ultime sono fanatiche degli orecchini, è probabile che lo saranno anche le bambine!
Sì, però può capitare un momento di sconforto...
Certamente, ma quel che conta è lo stile di vita generale, dei genitori e dei nonni. Per fare un esempio: se davanti agli imprevisti se ne fa sempre una tragedia, di sicuro il bambino ne avrà delle ripercussioni. Insomma, lo scoramento una volta ogni tanto va bene, ma sempre no!
Ha sostenuto in più punti che i bambini sono dei “conservatori”, ed è una delle ragioni che l'ha spinta a sostenere che i genitori conviventi dovrebbero sposarsi una volta nato il figlio, suggerendo ai nonni di fare pressione per il matrimonio. Pensa che si tratti di una tendenza generale o solo italiana?
Senz'altro è generale ed è frutto di un'indagine che ho svolto tra i miei colleghi: il bambino ha bisogno di certezze e si identifica fortemente nella maggioranza. Perché si rovesci una tendenza del genere ci vorrebbe che nel mondo intero il 90% delle persone fossero conviventi, ma per ora non è così. Insomma, per invertire la rotta, bisognerebbe abolire il matrimonio, ma così si tornerebbe al pleistocene!
Su un altro versante, però, ha espresso una posizione “rivoluzionaria”, quando dice che è giusto dare ai nipotini il telefonino dai tre anni in poi: ma non si rischia di educarli troppo precocemente alle comodità?
Non lo credo: per me, la sofferenza e la solitudine non aiutano a crescere proprio per niente. A mio avviso, invece, per crescere bene ai nipoti serve il giusto ambiente, una buona dose di coccole e tutti i supporti possibili, telefonino compreso. Certamente, bisogna che imparino a usarlo con criterio, per esempio confrontando le tariffe e decidendo quando è indispensabile e quando non lo è.
Secondo lei, diventano autorevoli più facilmente i nonni di parte materna o paterna?
Rubando alla moda l'espressione “l'eleganza si compra, la classe no”, è chiaro che l'autorevolezza è spesso una una dote innata... poi, certo, la figlia ha un rapporto speciale con la madre già quand'è nel suo grembo, lo conferma anche la psicologia prenatale, e quel rapporto è destinato a mantenersi tutta la vita. Starà poi ai genitori coinvolgere anche i nonni paterni per non emarginarli.
Lei sostiene poi che i nonni debbano innanzitutto giocare con i nipoti: al museo, insomma, ce li portino i genitori. Non pensa che potrebbero trasmettere loro anche dei saperi anziché ostinarsi a “fare i giovani”?
Ogni nonno deve trasmettere quel che si sente di trasmettere. Basta dare il meglio di sé, senza rompere troppo il nipote con le proprie passioni! E del resto, non va neanche bene che si dedichino a giochi troppo fisici se non sono mai stati degli sportivi. L'importante è condividere il gioco, ricordandosi che ai ragazzi piacciono innanzitutto i giochi all'aperto e quelli da tavola. Sul “fare i giovani”, invece, penso che il look sportivo, dinamico, sia più adeguato ai tempi; poi certo c'è il limite del buongusto...
Secondo lei, si riconoscono gli adulti che hanno avuto un buon rapporto con i nonni?
Sì: perché hanno avuto un punto di riferimento affettivo in più, un pezzo di famiglia in più. Sono più ricchi, e lo saranno per se stessi e verso gli altri.
All'inizio e alla fine del volume ha inserito un quiz sull'identikit del nonno suggerendo ai lettori di rifarlo due volte... io l'ho sottoposto a mia madre, che però deve ancora leggerla, ed è risultata “nonna in formazione”. Mi pare che ci sia rimasta un po' male!
Vede, il quiz non vuole essere una verifica “del bravo nonno”, ma solo un metodo didattico che aiuti a fissare le problematiche affrontate dal libro. E comunque, se lei ha scelto la sua mamma per testare quanto sia autorevole, vuol dire che almeno come genitrice ha raggiunto il suo obiettivo. E di solito i genitori autorevoli poi diventano anche nonni autorevoli...
Dopo i genitori e nonni, pensa di dedicare un volume anche agli zii? In fondo sono figure celebrate anche dall'arte: pensi al successo della ristampa di “Zia Mame” dell'estate appena passata o alla canzone “Lo zio” di Paolo Conte... e poi io sono una zia!
Sicuramente gli zii sono molto importanti perché hanno tutto l'affetto dei nonni e tutta la giovinezza dei genitori. Esistono proprio dei casi in cui gli zii sono idolatrati dai nipoti. Anzi, mi ha fatto ricordare un episodio della mia infanzia: avrò avuto quattro anni e camminavo piano con mia nonna. Dovevamo prendere un treno, sicché lei mi disse: “Cammina veloce perché il treno non aspetta!”. Dato che avevo uno zio sportivo e aitante, le dissi: “Se il treno lo guidasse lo zio Franco, ci aspetterebbe?”. “E no che non ci aspetterebbe!”. Allora accelerai il passo... Sì, penso che farò anche dei manuali per gli zii e le zie, ma separati: perché il rapporto con la zia è sempre diverso da quello con lo zio!
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Cari lettori, "Muoversi Insieme" è lieta di farvi un regalo per la Befana, che speriamo gradirete. Pubblichiamo la nostra intervista al grande musicista astigiano alla vigilia del suo settantaduesimo compleanno: auguri, Maestro! E a voi buona lettura!
nel giorno in cui i Re Magi fecero visita a Gesù Bambino deve averlo condizionato, almeno un pochino. Perché Paolo Conte sembra proprio il tipo che dà peso alle coincidenze e alle date, non foss'altro per la sua passione enigmistica, più volte raccontata in canzoni e interviste. Che se poi consideriamo quanti sono gli anni da spuntare il prossimo sei gennaio, settantadue, e qual è la forma fisica che egregiamente ancora l'accompagna (dovevate vedere, un paio di mesi fa a Roma, come aggrottava ironicamente le sopracciglia mentre si faceva fotografare abbracciato ai fan inorgogliti di essere riusciti a incontrarlo dopo un'estenuante attesa dietro al pesante tendone del Teatro Sistina) possiamo capire ancora meglio che “Rebus” è la vita, come il titolo di un suo pezzo.
“Ho sentito dire che per le persone come me nate sotto il segno del capricorno e governate da Saturno, il rapporto con il tempo è difficile”, considera il Maestro,che non sa decidersi: “Certe volte, mentre vorrei avere tanto futurodavanti a me, paradossalmente, vorrei avere tanto passato alle miespalle”.
La sua incertezza è quasi rassicurante, anche perché, quando passa ad analizzare il problema del tempo inteso come pausa in musica,verrebbe da dirgli che è un bene che non abbia ancora sciolto l'enigma:“Musicalmente le pause – dice – il vuoto contro il pieno, persino leesitazioni ben dosate, rappresentano una capacità non solo di espressione, ma di costruzione stessa, su cui si dovrebbe lavorare e insistere molto di più di quanto si faccia abitualmente”.
Ed è probabile che l'avvocato ci stia lavorando: da buon segno di terra, non sembra proprio uno che si accontenta.
Per esempio, continua a negare di essere un poeta;certo, almeno ammette di costruire “frammenti e passaggi di poesia”, mapoi aggiunge: “In un'arte mista come quella della canzone devono esserepoetiche non solo le parole, ma anche, e forse di più, la musica e l'interpretazione”.
Il “Maestro” che “dentro all'anima resterà” lo precisa sempre, tuttavia per chi non lo sapesse è bene ricordarlo: lui scrive prima la musica e dopo le parole, ma l'equilibrio tra l'una e le altre ha del miracoloso, per questo poi i fan non riescono a credergli del tutto.
Però l'avvocato di Asti insiste e lo fa ancora di più quando gli si chiede se ha fatto finalmente pace con la sua voce, che non gli è mai piaciuta troppo. Sembra anzi che per imparare a interpretare si sia inventato tutte quelle smorfie “da orango” diventate ormai abituali nei suoi concerti; ma negli anni è sceso parecchio di tono, oggi è quasi roco (provate a sentire “Alle prese con una verde Milonga” nella versione live inaugurata nel concerto all'arena di Verona diventato un cd e un dvd nel 2005) e dà i brividi.
Che è successo? Secondo lui niente: “Ho semplicemente cantato in modo più controllato – risponde – ma i miei limiti vocali sono invariati e le smorfie sono rimaste”.
Insomma, alla vigilia dei suoi settantadue anni non c'è niente di nuovo, non c'è la notizia, quindi, cari cronisti, lasciate perdere. E invece no. Perché Paolo Conte parla poco, ma quello che dice pesa più del piombo.
Innanzitutto l'artista conferma una sensazione di chi lo segue da vent'anni, e cioè che “Elegia”, il penultimo album, e “Psiche”, l'ultimo, siano idealmente legati: “Condivido questa sensazione di continuità”, afferma, di qui il dubbio: che stia preparando una trilogia? Molto di più, sembrerebbe: “Vorrei spingermi anche oltre”.
In attesa di vedere che succederà, lo si può seguire nella prossima tappa italiana della sua tournée, il 26 e 27 gennaio a Bologna, e ascoltare almeno due delle magnifiche canzoni d'amore del nuovo lavoro: “L'amore che” e “Bella di giorno”, dolci e struggenti come mai un fan si sarebbe aspettato da lui.
Prima parlava di “frasi dell'amore sempre uguali”, “di stanze annoiate”, oggi scrive “ti amo tanto”.
Di nuovo, che sta succedendo?Solo (si fa per dire) questo: “Alcune delle musiche imploravano diessere coperte da parole d'amore, così le ho accontentate senzavergogna”, spiega l'avvocato. Un tempo pareva quasi che le donne lo spaventassero: da ragazzo le si poteva guardare solo da lontano, quindi sembravano misteriose e distanti, aveva raccontato nell'intervista a Vincenzo Mollica ospitata in “Parole e canzoni”, la collana di vhs e libri uscita per Einaudi Stile libero un po' di anni fa. Oggi dice: “Le donne si sono sempre sentite misteriose, ma non è detto che gli uomini non le sappiano capire. È questione di pigrizia”.
E Conte sembra proprio il classico pigro costretto all'attivismo: per esempio, a lui piace dipingere (come attestano le copertine dei suoi cd e il sublime e irrealizzato Razmataz), ma non ha il tempo per mettersi lì “lungo le strade a radunare di sé mille frammenti”, come i suoi “Pittori della domenica”. E per fortuna che non ama le tecnologie (“Non posseggo neanche il telefonino. Cos'è un blog?”, confessa), altrimenti le giornate gli si accorcerebbero ulteriormente.
Insomma, forse il tempo giusto da dedicare alle donne non l'ha ancora trovato, ma c'è un sentimento che preserva con gelosia: l'amicizia, per lui, è “preziosa e divina, particolarmente apprezzabile se si ha un'avventura da vivere insieme”. Non è un caso, quindi, che abbia dedicato ai suoi musicisti l'ultimo lavoro, chiamandoli “impareggiabili scudieri, dolci amici”.
Con altri amici, circa una sessantina d'anni fa, aveva messo su un'orchestrina dixie in cui tutti si presentavano con il soprannome (il suo era il “Canadese”). Di quegli anni parla il cd “Paolo Conte plays jazz”, uscito poco prima di “Psiche”, lo scorso settembre.
Sembrava logico pensare che l'avvocato avessedeciso di farsi conoscere meglio. Invece no,di nuovo: “Le vecchie registrazioni jazz – ricorda - sono state pubblicate senzail mio consenso.
Tuttavia, alla distanza le trovo in buona parte accettabili”.Niente tentazioni confessorie, insomma, solo una maggiore clemenza per ilPaolo della prima giovinezza. Che poi igiovani gli piacciono, almeno quelli che hanno scelto diseguirlo con “occhi pieni di curiosità”. Ma c'è da scommettere che senta piùaffinità con “le anziane signore tedesche e olandesi chebattono il piede al ritmo dello swing”, come racconta,anche perché il presente non è che lo faccia proprioimpazzire: “Consumismo ed eleganza non vanno d'accordo”, affermasecco. La seconda richiede fatica, un lusso per i contemporanei:“L'eleganza va cercata – continua – non subita, l'eleganza è individuale,non di massa. È unacreazione, non una copia”.
E creare richiede,analogamente, sofferenza,una condizione spesso invisa alla modernità. Poi, certo, mentre si crea, a un certo punto ci si comincia adivertire.
Quando? Ovvio (come no...): “Quandola sofferenza si trasforma in estasi”, conclude l'avvocato.
Cento di queste estasi, signor Conte
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