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Ce ne stiamo accorgendo amaramente giorno dopo giorno: la drammatica crisi della grande finanza iniziata alla fine del 2008 colpisce duro. Sembra che i mercati riprendano, ma poi arrivano altre tempeste monetarie che infieriscono sull’occupazione e sui redditi delle famiglie. E la televisione ci esibisce quotidianamente questi dati in modo ansiogeno e tendenzialmente depressivo.
Per fortuna, ci sono controtendenze, per ora non ancora dominanti, ma avviate su una direzione interessante. Si tratta delle Green Economics, ossia quell’insieme di modi di inventare, produrre e vendere merci con criteri di rispetto dell’ambiente e con finalità di miglioramento della qualità della vita.
Il tema va al cuore del rapporto fra le generazioni: i padri e i nonni delle società moderne, quelli che hanno attraversato il secondo Novecento, hanno conquistato discreti (e talvolta esagerati) livelli di benessere anche tramite un’aggressione dell’ambiente che è diventato più impoverito e meno bello. Non dimentichiamoci mai che l’Italia, alla fine degli anni ’40, era ancora un paese a economia rurale e che solo nel 1961 il Censimento registrò l’inversione di tendenza, quando gli addetti all’industria superarono di gran lunga quelli dell’agricoltura.
Il rischio (anzi: senza azioni deterrenti, la certezza) è di consegnare ai figli e nipoti di questi padri e nonni un habitat più difficile, più ostile, più incapace di soddisfare i bisogni di sopravvivenza.
Investire intelligenze, saperi, tecniche, occupazione e progetti sulle Green Economics diventa un problema etico che al suo fondamento ha questa domanda: ci vogliamo assumere la responsabilità di dare futuro, nonostante il nostro passato?
Detto così può sembrare un tema lontano che riguarda solo le grandi scelte di macroeconomia. E invece l’economia verde ha a che fare con i comportamenti e con i nostri stili di vita. Voglio dire che siamo noi, singoli individui, che possiamo agire in base a quel principio di responsabilità di cui si è parlato.
I grandi capitoli delle Green Economics si imperniano sulle energie rinnovabili, le tecnologie ambientali e i consumi verdi. Ma vediamo più da vicino queste strategie, perché è il profondo legame fra le dimensioni globali e i comportamenti individuali quello che merita di essere analizzato e valutato.
Il nostro sistema di alimentazione crea problemi all’ambiente, chiede troppo alla natura e minaccia la biodiversità con gli allevamenti intensivi. Inoltre c’è grande spreco: in Italia ogni giorno si buttano via 4.000 tonnellate di cibo edibile.
Occorrerebbe tornare ad un rapporto più sano con le comunità di appartenenza.  È il grande progetto di Carlo Petrini (Terra Madre, Come non farci mangiare dal cibo, Giunti editore, 2009) che, dopo aver fondato nel 1990 Slow Food, ha promosso nel 2004 la rete mondiale di Terra Madre costituita da “tutti coloro che vogliono agire per preservare, incoraggiare e promuovere metodologie di produzione alimentare sostenibili, in armonia con la natura, il paesaggio, la tradizione”. Si tratta di ben 1.600 gruppi distribuiti in 153 Paesi che condividono il medesimo orizzonte culturale.  l’obiettivo è di ridurre le distanze fra contadini-produttori e consumatori, ottenendo vantaggi per entrambi e anche risparmi ecologici (eliminazione dei trasporti lunghi e delle costose refrigerazioni e degli imballaggi a perdere). I metodi individuati sono molto precisi: tornare a cibi prodotti a livello locale, ridare valore alla stagionalità di frutta e verdura, ridurre gli sprechi, recuperare la cucina degli avanzi.
Un altro bisogno fondamentale è quello della casa. È noto che  l’edilizia ha sempre avuto un forte ruolo sui rilanci dello sviluppo economico. Il patrimonio abitativo italiano è costituito da 10,9 milioni di edifici ad uso civile di cui il 19 % realizzati prima del 1919, il 62 % tra il 1919 e il 1982  e solo il 19 % successivamente. Qui il tema è il risparmio energetico, ossia le ristrutturazioni che possono incidere sui costi delle bollette. Il quadro normativo prevede una classificazione energetica degli edifici in otto classi che partono dalla migliore (A+) per scendere alla peggiore (G). La legge finanziaria del 2007 ha introdotto sconti fiscali per i miglioramenti degli edifici (coibentazione, installazione di pannelli solari termici, sostituzioni di caldaie). Tutto questo alimenta la ricerca e la produzione di nuovi materiali edilizi che riducano le emissioni di CO2: nuovi tipi di cemento, di piastrelle, di mattoni e di isolanti. E si scopre che la migliore innovazione è la tradizione: i mattoni artigianali di un paio di secoli fa, impastati ed essicati al sole, isolano molto meglio di quelli attuali.
c’è poi il problema della mobilità. I trasporti nell’Unione europea bruciano i due terzi del petrolio usato e le auto sono responsabili del 14 % del totale del gas serra. E l’Italia è uno dei primi paesi al mondo per densità di autoveicoli e il primo in Europa con i suoi 36 milioni di mezzi circolanti. Per invertire il trend occorre rendere sempre più convenienti le tecnologie verdi, imponendo tetti per la CO2 emesse dalle auto, ricercando biocombustibili e andando con decisione verso l’auto elettrica. Qui i comportamenti personali sono i diretti responsabili dell’inquinamento e della congestione: che senso ha portare e ritirare i figli dalle scuole con i Suv, adatti a viaggiare nelle strade sterrate e nei deserti?
Se si vuole bene a figli e nipoti bisognerebbe imparare a modificare i propri stili di vita. Nelle città italiane il 15% degli spostamenti sotto il chilometro e oltre il 40% di quelli fra uno e due chilometri avvengono in macchina o in moto e i mezzi pubblici sono usati solo al 25% per gli spostamenti all’interno delle città. Il 69,7% degli italiani usa l’auto per gli spostamenti casa-lavoro-casa.
Le alternative da sviluppare sono quelle di togliere spazio urbano alle auto e allargare quello per i pedoni e i ciclisti. Anche questi ultimi richiedono investimenti economici: marciapiedi ampi e protetti, pensiline e fermate comode per attendere i mezzi pubblici, sistemi per rallentare il traffico, parcheggi per biciclette vicine al centro e alle stazioni. Si dovrebbe mettere al primo posto delle priorità il trasporto pubblico e renderlo più flessibile: convenzioni con le compagnie di taxi, servizi di bus a chiamata, attivazione di servizi volontari o cofinanziati da aziende private per utenze particolari (anziani, disabili) o per esigenze dei dipendenti.
Quanto detto è solo un assaggio delle grandi potenzialità (anche occupazionali) delle Green Economics. La strada da percorrere era già stata indicata dal  saggio Lao-Tsu nel Tao-te-ching: “Non c’è colpa più grande che assecondare i desideri. Non c’è sventura più grande che non sapersi accontentare. Non c’è difetto più grande che la sete di guadagno. Perché chi sa che abbastanza è abbastanza ha sempre a sufficienza”
Per tornare al punto da cui siamo partiti: saranno disponibili i padri e i nonni a qualche rilevante cambio di direzione per dare futuro ai loro figli e nipoti?
Vi lascio con questa domanda: se ve la sentite, lasciateci la vostra risposta nello spazio commenti. Vi aspetto.

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