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Il cinema e i film accompagnano le nostre esistenze da più di un secolo, ormai. Il fatto è che ci piace ascoltare delle storie: piace ai bambini, che si addormentano solo se sentono ripetere per l’ennesima volta la loro fiaba della sicurezza, perché li aiuta a risolvere conflitti e paure. Piace agli adulti, che comprendono attraverso di esse come le loro personalissime vicende siano universali. Piace ai “pre-vecchi”, che sul crinale fra il tempo passato e quello che resta diventano più saggi contemplando gli altrui destini e confrontandoli con il proprio.
Rammentiamo che i miti erano delle storie trasmesse prima in forma orale e poi scritta. E i miti vengono prima delle filosofie. Tuttavia, dopo qualche millennio non è più possibile contenere i significati della vicenda umana dentro poche decine di narrazioni. Oggi noi, persone moderne che abbiamo affinato le nostre individualità, abbiamo a disposizione il cinema che è una grande e variegata tecnologia artistica impegnata a inventare e costruire storie attingendo ispirazione dalla vita e trasferendo ad essa ulteriori effetti di senso.
Nei decenni recenti è avvenuto un vorticoso cambiamento dei modi di entrare in rapporto con i film: dalla situazione – anche di vicinanza fisica – della sala che si fa buia mentre ci si rilassa e tante teste nere si fanno attente ai titoli di testa, siamo passati a quella delle cassette Vhs e poi ai Dvd e poi ancora alle tracce in formato Avi e agli streaming.
“Nuovo cinema Paradiso” (1988) ci ricorda in forma biografico-poetica quello che si è perduto. Oggi nelle nostre case possiamo anche vedere due film ogni sera (o registrarli per rivederli): non c’è quasi più la socialità rituale che si ricrea in una platea, anche se possiamo accedere a tantissima produzione cinematografica. Abbiamo di più e di meno nello stesso tempo.
E’ interessante riflettere sul fatto che la parola “proiezione” è la stessa sia per la psicanalisi (processo mentale con cui un soggetto espelle da sé e localizza in qualcosa di esterno i propri sentimenti, desideri, pregiudizi),
sia per il cinema (immagini trasmesse su uno schermo bianco). Dunque sul grande schermo e su quello piccolo delle televisioni si proiettano vicende e narrazioni che si riverberano dentro di noi. Per certi aspetti un film può essere visto come un sogno, purché lo facciamo vibrare all’interno della nostra personalità.
Che il cinema sia un potente attrattore di riflessione affettiva e culturale lo dimostra per esempio un programma radiofonico come Hollywood Party, su Radiotre, e La Rosa Purpurea su Radio 24; infine il blog amatoriale e professionale Abbracci e pop corn. Gli autori di quest’ultimo dicono di sé: “E’ il cinema visto da spettatori che nei film che amano sono entrati a piè pari perché quei film, in quei giorni particolari in cui li hanno visti per la prima volta, hanno detto loro qualcosa che volevano sentirsi dire, magari senza saperlo”.
Il regista, gli sceneggiatori, gli attori e l’ancora più ampio gruppo di coloro che cooperano alla produzione di un film (basta soffermarsi agli elenchi dei nomi che scorrono dopo il “The End”) mettono in scena i cicli della vita, le sfide cruciali dei momenti di passaggio, le situazioni problematiche, le soluzioni possibili e gli esiti infausti, i successi e le sconfitte, le cadute e le risalite. Con le loro narrazioni contribuiscono a dare o ridare qualche pezzetto di identità a ciascuno di noi: in un film si ricrea nello spazio temporale di due ore quel rapporto individuo e società che è così necessario per tenere assieme le nostre vite.
Sono davvero tanti i temi che sono stati elaborati nella cinematografia e che ci possono toccare in profondità. Penso alle grandi questioni morali trattate da Krzysztof Kieslowski nel suo Decalogo o alle apparentemente piccole vite di coppia raccontate da Eric Rohmer, recentemente scomparso.
Per il momento rimaniamo più vicini alla questione dei cicli di vita e concentriamo l’attenzione sulla questione cruciale della crescita.
In “Stand By Me – Ricordo di una estate” (1986) uno scrittore ricorda i giorni della sua giovinezza, quando con un gruppo di amici si mise alla ricerca del corpo di un ragazzo scomparso in un bosco. Qui ad affiorare e a prenderci è il tema dell’amicizia fra adolescenti, la scoperta del senso della morte e il processo di passaggio ad un’altra fase della propria evoluzione personale.
I sentimenti della paternità culturale (contrapposta a quella biologica) si rivelano nella trama di “About a Boy” (2002): un solitario e immaturo trentottenne prima si finge padre per tentare una seduzione sessuale, ma incontra il figlio di una ragazza madre e attraverso questa relazione con il piccolo amico “diventa grande”.
Nello splendido bianco e nero di “Il buio oltre la siepe” (1962) un avvocato bianco progressista nell’America degli Stati del Sud educa i figli al rispetto degli altri in un ambiente difficile: qui si apprende l’autostima e ci si emoziona nel vedere che la figura temuta e spaventosa è in realtà il salvatore dalla violenza brutale.
“Eroi di tutti i giorni” (1995) racconta di un bambino di 12 anni che per sfuggire alla tristezza delle relazioni familiare si rifugia dagli zii divertenti ed eccentrici: e così si impara che si può gioire delle proprie fantasie e attraverso uno sguardo ottimistico uscire da una situazione imprigionante.
In “Un giorno per caso” (1996) due single reduci da precedenti rapporti affettivi fallimentari e con figli da accudire riescono a sottrarsi dal ritmo convulso della vita lavorativa e a recuperare la possibilità di nuovi rapporti che conciliano genitorialità e sentimenti.
Abbiamo scelto un tema ed estratto un piccolissimo campionario dalla gamma davvero molto estesa di prodotti visivi che questa prodigiosa macchina dell’immaginario costruisce nel corso del tempo. In ognuno dei film appena ricordati ci sono gli elementi strutturali di questa forma artistica: una storia che ci riguarda, una situazione problematica da affrontare, una trama che si dipana, pensieri e sentimenti rappresentati attraverso immagini. Naturalmente saranno molto diversi i modi di elaborare tali ingredienti: e questo fa distinguere fra un buon film e uno mediocre.
In tutti i casi è presente un apprendimento: si impara qualcosa dalla vita degli altri. Ecco perché dovremmo affinare la nostra attenzione e da spettatori passivi provare, nella convivialità, diventare soggetti attivi. Possiamo davvero migliorare la nostra qualità esistenziale se ci sprofondiamo con il cuore e la mente in queste storie e, dopo, all’uscita dalla sala cinematografica dire “mi è piaciuto perché …” , “lei mi ha ricordato …”, “hai visto che si può …”, “mi sono commosso tanto in quella scena …, “mi ha fatto pensare …”
Dirle queste cose. O scriverle da qualche parte, sperando che qualcuno le legga.

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