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Cambiare casa è un’esperienza piuttosto intensa per tutti, ma lo è ancora di più se si è anziani. A quell’età, infatti, di solito si trasloca per trasferirsi in un’abitazione più piccola, magari perché si è rimasti soli e non si vuole o non si è in grado per motivi economici di mantenerne una troppo grande. Di fronte a una prospettiva del genere bisogna perciò selezionare gli oggetti da portare con sé, dal momento che nel nuovo ambiente non ci entrerebbero tutti. Come fare? Anzi, come scelgono gli anziani gli oggetti da salvare e quelli da buttare o regalare? A domande di questo tipo risponde una ricerca americana condotta dalla Wayne State University in collaborazione con il National Institute of ageing. Cominciata nel 2002, la prima fase dell’indagine si era conclusa nel 2006 con i risultati riguardanti un campione di trenta proprietari di case over 60 trasferitisi da un’abitazione a un’altra negli anni precedenti. Nel documento, scaricabile dal Web, ci si sofferma sulle ripercussioni psicologiche che il “downsizing”, ossia il trasloco verso un ambiente più piccolo, produce sul trasloco e sul diverso valore attribuito agli oggetti da parte degli anziani e dei parenti più giovani che hanno dato loro una mano. La fase attuale della ricerca prende spunto proprio dal senso di straniamento provato dalla maggior parte degli anziani intervistati una volta stabilitisi nella nuova dimora per dimostrare come il senso di proprietà abbia nella fase tardiva dell’esistenza un effetto paralizzante. Liberarsi degli oggetti di sempre, in altri termini, equivarrebbe a una sorta di menomazione della propria identità. La tesi è sostenuta in particolare da David J. Ekerdt, direttore del centro di gerontologia dell’Università del Kansas, autore di ricerche sull’invecchiamento da prospettive originali e che stavolta lavora in partnership con l’università del Wayne.
In attesa del nuovo report, per ora è possibile soffermarsi sui contenuti del 2006: interessanti sono soprattutto le risposte date dai familiari coinvolti nei traslochi. Per esempio, alla domanda su che cosa il proprio genitore non voleva proprio buttare, una figlia ha detto: “Non è stato tanto un problemi di oggetti, ma proprio del trasloco in sé. Era l’aspetto emotivo il più duro da gestire”.
Qualcun altro ha raccontato di come si sia puntato sulla redistribuzione tra parenti: solo in alcuni casi si è arrivati a venderli, in altri li si è dati in beneficenza, in altri ancora, invece, li si è accantonati in soffitte o garage in attesa di un futuro riutilizzo. Solo in pochissimi casi, infine, il destino della roba in esubero è stata la spazzatura, il che dà la misura del valore non solo affettivo attribuito agli oggetti della propria vita.
Nella scelta di quanto conservare e quanto accantonare non sono mancate, inoltre, discussioni, come racconta un’altra intervistata parlando della prozia: “Voleva tenere tutto, mentre io le ho indicato ciò che era superfluo, ma siccome per lei non lo era qualche volta abbiamo discusso”. Come evitare di andare ai ferri corti, quindi? Armandosi di molta pazienza, suggeriscono gli intervistati, lasciando soprattutto che siano gli stessi anziani in procinto di trasferirsi a compiere le scelte finali. Per capirlo, evidentemente, bisogna essere dotati di una dote aggiuntiva, più sottile, ossia la sensibilità: passare da una casa all’altra dopo che si è trascorsa una vita intera da qualche parte non è per nulla facile, bisogna sempre ricordarselo. A dirlo, sono stati diversi intervistati, ma per sapere se davvero ci sia anche un riscontro sociologico, ossia scientifico, per un’affermazione simile, bisognerà aspettare che la ricerca americana presenti le sue conclusioni ufficiali.