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Più volte su queste pagine ci siamo intrattenuti sul tema della potenza delle storie e delle narrazioni, sia riferendoci all’uso delle fiabe per risolvere i conflitti del bambino, sia al racconto autobiografico nei diversi passaggi dei cicli di vita, sia come possibilità di rispecchiamento e di identificazione in momenti cruciali della propria esistenza, quando diventa urgente ridefinire visioni, convinzioni e strategie operative per il futuro.
Proprio su questo tema il sociologo Paolo Ferrario, per introdurre il concetto di resilienza, ha utilizzato l’espediente cinematografico, ed è a partire da questo stimolo che qui di seguito si parlerà della funzione di cura rappresentata dal grande schermo.
Il cinema, con le sue innumerevoli storie, riproduce e continua a mettere in scena tutte le potenzialità dell’essere vivente e le sue modalità di esprimerle, permettendo allo spettatore, in una durata limitata di tempo, di rivivere nella storia raccontata la propria vicenda umana.
Il meccanismo della proiezione è il termine che rende assimilabili cinema e psicanalisi (nati entrambi nel 1895). Così come il contenuto della pellicola viene proiettato sul telo gigante, le profondità più nascoste dell’Io di fronte a quelle immagini si mettono in moto, e proiettano sui personaggi della finzione le proprie paure, le passioni, le emozioni, le aspirazioni, i sogni. Nel luogo dove tempo e luce restano sospesi, le personali proiezioni dei partecipanti sul reale-virtuale rendono possibile la percezione e la costruzione di altri significati e altri mondi.
Entrare in una sala cinematografica e lasciarsi immergere nel silenzio che scende quando le luci si spengono, mentre lo sguardo viene catturato dalle prime immagini in movimento e la potenza musicale avvolge l’udito, equivale
ad entrare in un’altra dimensione, quasi a sperimentare uno stato di alterazione della coscienza, o, per dirla con lo psichiatra Paolo Pancheri, una condizione di veglia sognante: “La polarizzazione dell’attenzione su di un tema dominante (la storia),
la scarsa possibilità di interferenza da parte di stimoli interni, l’identificazione carica di emozioni con il personaggio e la passività sembrano essere le caratteristiche soggettive dell’esperienza cinematografica che accomunano questi stati di coscienza. La veglia sognante indotta dal cinema è dunque il terzo fisiologico stato di coscienza accanto a quello di veglia e del sonno sognante …”
In questo stadio modificato della consapevolezza possono anche subentrare delle alterazioni fisiologiche di intensità variabile, a seconda del grado di partecipazione emotiva che la visione del film sa indurre e la ricettività consentita dallo stesso spettatore-percipiente (alterazione del battito cardiaco, del ritmo respiratorio e del tono muscolare, variazione dell’intensità emozionale, percezione alterata del senso del tempo e dello spazio, modificazione della velocità del pensiero, senso di identità o di ruolo insoliti).
In questo “andare altrove” offerto dal tempo della durata del film accadono delle cose: a fronte di esperienze artificiali (suoni, inquadrature, immagini, colori pensati e scelti dal regista) le immagini ci formano e ci trasformano perché esplorano, con storie verosimili e personaggi realistici,  la totalità dell’esperienza del vivente e della sua perenne ricerca del senso della vita.
Il film, dunque, non è solo visione di sequenze di fotogrammi, ma diretta esperienza del rapporto esistente tra la nostra storia personale e la storia che ci viene raccontata.
La proiezione sullo schermo incarna così la nostra stessa identità, suscita emozioni, produce reazioni, crea collegamenti tra immaginario e reale.
La fusione che avviene tra realtà dello spettatore e realtà filmica, l’ingresso nel mondo dell’immaginario, la risonanza emozionale, il rispecchiamento nelle vicende dei protagonisti, i comportamenti messi in scena sono tutti fattori che possono influenzare il modo di pensare e di sentire dello spettatore, inducendo anche all’adozione di nuovi modelli comportamentali e riformulazione dei propri schemi mentali.
E’ alla base di questa possibilità che si aggancia l’uso della proiezione di film in ambienti terapeutici. La potenza posseduta dall’immagine filmica nel far emergere elementi inconsci, può, nelle mani dello psicoterapeuta, accelerare alcune prese di coscienza di comportamenti poco funzionali, aiutando a un loro migliore controllo e superamento. l’utilizzo psicoterapeutico del film consente precise funzioni cognitive, ovvero il monitoraggio delle proprie emozioni in relazione ad elementi che ne sono la causa, la capacità di distinguere fra finzione e realtà, la possibilità di integrare i propri contradditori schemi mentali con altre modalità di funzionamento e la capacità di analisi e soluzione di problemi.
Chiaramente un processo di questo tipo deve essere condotto da un professionista che sappia trasformare la finzione cinematografica in strumento utile per lavorare sugli stati mentali della persona in difficoltà, ma questo non deve essere letto come fattore limitativo delle possibilità di autocura e di formazione che la visione di un film sa innescare.
Infatti prima o poi esiste per tutti un momento magico in cui il film che scorre sul telone pare corrispondere perfettamente al film della propria vita, soprattutto se siamo nella seconda metà del tempo che mediamente ci è dato da vivere e ci siamo già cimentati nelle grandi prove che sollevano le domande fondamentali dell’esistenza.
Lo psicologo spagnolo Jean-Francois Vézina nel libro “Il film della propria vita” invita ad esplorare i sentieri del cinema per scoprire la sincronicità esistente tra la visione di un certo film e un particolare accadimento nella storia personale, influenzandone positivamente il decorso, come se quell’incontro fosse arrivato al momento giusto per meglio capire se stesso. Secondo Vézina si tratta di film che lasciano il segno, “che creano dei prima e dei dopo nel nostro romanzo personale”, e che proprio per questo contribuiscono a iniziarci a qualcosa di nuovo ed invitarci al cambiamento.
Questo indubbiamente è molto consolatorio, soprattutto se la pellicola visionata suscita interrogativi introspettivi: “Che cosa sta accadendo nella mia vita in questa fase? Può essere che il film mi aiuti a sbloccare questa particolare situazione? Quali affinità presenta l’episodio visto con l’esperienza personale vissuta? In quali azioni è visibile il cambiamento finale del protagonista? Corrisponde a ciò che avrei fatto io?”.
Questo percorso individuativo non necessariamente richiede accompagnamento, anche se la possibilità di potersi raccontare all’interno di un gruppo (sia pur di discussione al termine della proiezione) produce miglior scambio e sviluppo personale.
c’è anche chi ha messo a frutto il suo impegno di psicoterapeuta nella preparazione di materiale documentale assai prezioso per orientare nella scelta dei film che potrebbero diventare pietre miliari nella conoscenza di sé.
Lo psichiatra Vincenzo Mastronardi, per esempio, ha elaborato un ricco repertorio filmografico nella sua opera “Filmtherapy I film che ti aiutano a stare meglio”. Qui le pellicole vengono catalogate in base a problematiche  tipiche del ciclo di vita e utilizzate come strumento di riflessione e autoformazione  nelle funzioni genitoriali; nelle dinamiche di coppia; nell’accettazione della disabilità, della malattia, della vecchiaia e della morte; nei problemi professionali e stress lavorativo e molti altri settori inerenti i momenti di passaggio da un’età all’altra.
un’ulteriore opera è quella predisposta dallo psichiatra Ignazio Senatore, che in “Curare con il cinema” analizza un vasto elenco di film  a contenuto psichiatrico sia relativi alla psicopatologia, sia riferiti a specifiche modalità di relazione  tra psichiatra e utente. Sempre dello stesso autore, in “Cinema mente e corpo” si possono trovare oltre 500 trame di film che riguardano i temi più profondi suscitati dalla psicopatologia e le questioni legate al corpo e alle malattie, dal cancro all’AIDS, dall’handicap alla demenza, alle scelte di fine vita. Queste accurate filmografie inoltre possono anche essere di estrema utilità nei processi formativi di chi si accosta alla professione di aiuto.
“Tanto è solo un film”, possono essere le parole che liquidano le impressioni emotive suscitate dalla storia e dai personaggi che l’hanno animata, ma quando quel luogo immaginario ci trascina in sua balia e ci trasporta in un altrove dove ciò che si credeva personale diventa patrimonio di un destino condiviso, allora,  siamone certi, è lì che si ritrova la cura, come sempre accade quando qualcosa dall’esterno rispecchia la propria visione interiore.