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diritto alla mobilitàQuante volte siamo stati costretti a rinunciare a utilizzare i mezzi di trasporto pubblico per il timore di non poterci salire a causa delle barriere architettoniche presenti? Quante volte abbiamo preferito non utilizzare alcune linee metropolitane per la mancanza di ascensori o per il timore di un loro inadeguato funzionamento? Le persone con problemi motori che di fatto rinunciano a muoversi e a godersi le bellezze della propria città a causa delle barriere architettoniche presenti sui mezzi pubblici e nelle fermate di bus e metro sono sempre di più. Una recentissima sentenza del Tribunale di Roma ha però ridato delle concrete speranze a quanti credono ancora che il diritto alla mobilità costituisca un diritto che non può essere in alcun modo violato. Vediamo come.

Il Tribunale di Roma – con un’ordinanza del 10 giugno 2014 – ha riconosciuto e accertato una discriminazione a danno di una persona in carrozzina che, a causa del mancato funzionamento degli ascensori della stazione della metropolitana, per superare le scale e uscire da una stazione, era stata costretta a chiamare il padre per essere sollevata di peso e portata faticosamente a braccia. Il giudice ha anche deciso di condannare il Comune di Roma e l’azienda di trasporti pubblici romana (Atac) alla cessazione immediata del comportamento discriminatorio, imponendo a questi enti di predisporre tutti gli accorgimenti necessari per garantire il corretto funzionamento degli ascensori e la presenza di personale sufficiente ad assicurare l’utilizzo del servizio di trasporto pubblico anche alle persone con problemi motori. L’autorità giudiziaria ha inoltre condannato gli enti pubblici responsabili e titolari del trasporto pubblico al risarcimento del danno subito dalla persona con disabilità nonché al rimborso delle spese legali sostenute per promuovere l’azione legale. Si tratta indubbiamente di una decisione molto importante che in realtà segue e conferma altre pronunce della magistratura che in altre occasioni aveva già riconosciuto una discriminazione vietata dalla legge nella impossibilità per le persone con disabilità motoria di accedere alla metropolitana e di fruire del servizio di trasporto pubblico.

A differenza però delle altre precedenti, questa volta giunge facilmente ed in modo lineare al riconoscimento di una discriminazione, dando praticamente per scontato che situazioni di questo tipo non siano in alcun modo ammesse dalla legge e diano pertanto diritto ad ottenere non solo l’eliminazione della situazione discriminatoria, ma anche un sostanzioso risarcimento. Si tratta insomma di una decisione che consolida un orientamento dei nostri giudici secondo cui tutti, senza differenze, hanno diritto a usufruire del servizio di trasporto pubblico, anche chi ha problemi motori.

Lo strumento legale utilizzato per garantire il diritto alla mobilità anche alle persone con difficoltà di deambulazione è la nuova tutela antidiscriminatoria introdotta nel nostro ordinamento giuridico con la Legge 67.2006. Questa normativa ha di fatto inserito nel nostro sistema giuridico un nuovo divieto: il divieto di discriminazione per motivi di disabilità. Attraverso questo nuovo divieto e grazie a un diverso approccio giuridico-culturale alla disabilità, è oggi possibile affrontare i problemi legati alla mobilità e alla presenza di barriere architettoniche in modo radicalmente diverso. Se una persona anziana o con disabilità non riesce a salire su un autobus, il motivo non è dovuto al fatto che questa persona ha delle limitazioni fisiche, ma sta nel fatto che è il sistema del trasporto pubblico a non tenere in considerazione tale condizione (ordinaria) umana. È quindi il sistema del trasporto che di fatto discrimina e mette alcune categorie di persone nelle condizioni di non potervi accedere e non viceversa.

Questo significa che le persone in carrozzina o con altri problemi motori oggi hanno finalmente uno strumento legale molto efficace per pretendere che il sistema dei trasporti pubblici non sia discriminante e inaccessibile.