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La “vecchiaia” difficile delle donne italiane

Quando non ci piace una cosa, cerchiamo di rimuoverla, persino con il linguaggio. Succede così alla parola “vecchiaia”, in Italia quasi impronunciabile: persino il titolo di un libro di Simone De Beauvoir, che in francese suona come “La Vieillesse”, da noi è diventatoLa terza età”. A dirlo, è Loredana Lipperini nella presentazione del suo Non è un paese per vecchie, uscito per Feltrinelli lo scorso settembre (nella foto a sinistra, la copertina del libro). Dopo essersi occupata delle bambine, un’altra categoria a suo giudizio piuttosto discriminata nella Penisola, la scrittrice e giornalista esamina la condizione riservata alle donne italiane una volta varcati i cinquant’anni. All’altra metà del cielo non è concesso mostrare le rughe né le valgono gli attributi di saggezza ed esperienza di solito associati alla fase matura dell’esistenza: solo i maschi anziani sono saggi, le donne tutt’al più sono nonne o velone. L’autrice, naturalmente, non si limita a lanciare aforismi provocatori, ma spiega quali sono le ragioni che renderebbero l’invecchiamento delle donne più duro di quello degli uomini. L’ispirazione originaria le è venuta notando un cartellone pubblicitario sulla metropolitana di Roma: come racconta sul suo già citato blog Lipperatura, si trattava di una campagna anti-burocrazia. Per raffigurarla, si era scelta la classica nonnina con gli occhiali a farfalla, cappellino rosa con veletta e labbra a cuore, le guance coperte da timbri e bolli e lo slogan “Ammazza la vecchia”. Al maschile una pubblicità del genere non esiste.
Eppure, ricorda la Lipperini, tocca proprio alle “vecchie”, dopo una vita passata ad accudire i figli (e, per chi ha potuto, a costruirsi una carriera),
occuparsi degli ancora più anziani genitori. Lo raccontano le statistiche, lo abbiamo scritto anche noi di Muoversi Insieme: il Welfare informale si regge in buona parte sulle loro spalle e a beneficiarne sono anche i figli, i cosiddetti bamboccioni, ai quali non di rado è permesso farsi una vita grazie alle risorse di mamma e papà, i “vecchi”. Tra questi ultimi, però, non tutti sono ricchi: anzi, per l’autrice l’esercito dei pensionati poveri nel nostro Paese è maggioritario. Ancora più grossa è la schiera delle pensionate non abbienti. Come la mettiamo, allora? Come restituire dignità a chi giovane non è più? Voi come la pensate? Avete letto il libro? Diteci la vostra, aiutateci a sfatare i luoghi comuni.

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