
“Le piace questa cravatta?”. All'appuntamento
Mario Dondero, il fotogiornalista più blasé d'Italia, arriva con un leggero ritardo. Ma arriva e “il ciak si gira” scatta in un lampo. Voleva essere elegante per l'appuntamento, dice, perciò si è messo quella cravatta, che sì, è di un bel verde oliva. Mario dice che l'ha pagata pochi euro, ma chissà se è vero, considerato quel che scrivono di lui i numerosi amici di questo
signore della fotografia in bianco e nero, assolutamente (anche se non per pregiudizio ideologico, come poi preciserà) analogica,
nato a Milano (ma genovese nell'essenza, com'era suo padre)
il 6 maggio del 1928. Molti di loro fanno i giornalisti e gli scrittori, di qui i
ritratti sempre molto letterari apparsi sui media. Due anni fa, per esempio, gli è stato dedicato
un libro intitolato
Dondero 4 20, per i suoi ottant'anni o anzi, per meglio dire,
per i suoi vent'anni ripetuti quattro volte. Perché Mario non si sente proprio vecchio, anche se ha accettato di buon grado di incontrare
Muoversi Insieme, forse per uno scopo più alto. Al fotografo interessato principalmente all'umanità dei soggetti immortalati nella sua lunghissima
carriera piuttosto che alla qualità estetica dell'inquadratura adottata, preme parlare di
generazioni, di memoria e di speranza, legati da
fili fragilissimi che rischiano di spezzarsi, come racconta nell'intervista che segue. Buona lettura.
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