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Dimensioni razionali e irrazionali sono dentro di noi. A parole siamo tutti per la sicurezza e la prevenzione, ma nel profondo, in una dimensione più inconscia, ci scopriamo un po’ superstiziosi e scaramantici.
La ricerca nel campo dell’Accessibilità dell’ambiente costruito porta inevitabilmente ad un  confronto sui temi della “disabilità” che, in termini più ampi, vanno a coinvolgere tutte le possibili evenienze della vita dell’uomo. Un tema esistenziale, potremmo dire, di fronte al quale le reazioni possono essere differenti. La maggior parte delle persone – che non vivono direttamente a contatto con esperienze di questo tipo – preferiscono “non pensarci”, sperando che mai accada loro qualcosa di simile. Altri, invece, affrontano la questione in modo pietistico, con un compatimento (spesso più formale che sostanziale) che porta all’esclusione, non ad un reale riconoscimento della persona nelle condizioni in cui è.
Nella “società dell’informazione” pensiamo di riuscire a prevedere tutto, ci illudiamo che con la tecnologia si possa risolvere ogni problema (fino ad arrivare a pensare di manipolare le dimensioni  inafferrabili dell’uomo come il nascere e il morire). Pensiamo di essere maturi, intelligenti, esseri razionali pensanti che lasciano poco spazio all’insensato. Eppure spesso facciamo come gli struzzi, preferiamo mettere la testa sotto la sabbia e non affrontare in modo serio e razionale le problematiche che abbiamo davanti agli occhi.
Riportando il discorso al tema dell’Accessibilità, senza addentrarci in ambiti troppo vasti, ci accorgiamo di come questo approccio si riscontra a livello individuale e collettivo. La nostra società sta invecchiando sempre più, i dati demografici che ci presentano chiaramente il problema di una popolazione sempre più anziana (con problematiche di acciacchi, salute e disabilità). Eppure affrontiamo i temi dell’Accessibilità con una visione limitata, spesso ridotta sola ad un’applicazione della norma in modo stereotipato e limitativo, senza cogliere l’importanza di un ambiente più fruibile e sicuro.
Allo stesso modo a livello individuale, come persone singole, quando gli anni avanzano, si preferisce “tener duro“, arrangiarsi, senza cercare soluzioni che ci possono aiutare a vivere meglio. Sono “anziano non disabile”, questa l’espressione che spesso viene detta, o sottintesa. Così prevenzione e sicurezza sono concetti che passano in secondo piano, fino a che un evento negativo penalizza ancora di più le nostre capacità e ci mette davanti alla realtà della nostra condizione.
Su questo ci sarebbero molte riflessioni da fare. A partire da una errata e superata considerazione della “disabilità” vista come condizione emarginante, che porta l’anziano ad un rifiuto di tutto ciò che lo richiama a quella dimensione. Dall’altro una società che, anche da parte sua, porta avanti questa visione “emarginante” della disabilità per cui gli oggetti che possono essere di aiuto (gli ausili) sono proposti in una dimensione sanitarizzata, che sottolinea la dimensione di “disgrazia” di chi li deve usare.
 Per togliere la testa dalla sabbia dovremmo anzitutto riuscire – grazie alla nostra intelligenza – ad avere una visione più aperta e disincantata della disabilità. Dovremmo cogliere che tutti, bene o male, abbiamo delle “minori-abilità” (dopotutto è questo il concetto di dis-abilità!) e che gli oggetti e le soluzioni che esistono servono per farci vivere meglio. Se vogliamo cogliere il senso dell’atteggiamento irrazionale che abbiamo nei confronti degli ausili basta pensare alla distinzione, insensata, che facciamo tra utensili e ausili: chi di noi si vergogna di usare un cacciavite (utensile) perché non è “abile” a girare le viti con le dita! Eppure non consideriamo il cacciavite un ausilio, anche se ci è di aiuto.
Utilizzare un bastone o un corrimano per rendere sicuro il nostro cammino. Montare un maniglione per effettuare gli spostamenti in bagno con maggiore sicurezza. Installare una poltroncina montascale per salire le scale senza sforzo e prevenire il rischio di una caduta. Realizzare una cucina che sia bella, ma al tempo stesso comoda e priva di pericoli, dotata anche di un minimo di tecnologia per la sicurezza.
Quante le soluzioni che, prima di supportare una situazione di disabilità grave possono aiutarci a vivere meglio, in modo più sicuro proprio per permetterci di godere di una migliore qualità della vita e, al tempo stesso, come diretta conseguenza, ridurre le possibili occasioni di incidente.
Eppure non facciamo così, non affrontiamo la vecchiaia (la disabilità degli anni) con ragionevolezza e attenzione. Preferiamo andare avanti come sempre si è fatto, nella speranza (scaramantica) che non ci accada nulla di grave.
 Per questo dobbiamo imparare direttamente dalle persone che vivono una condizione di disabilità (perché ci sono nate o perché accaduta nel corso della vita) che, non senza fatica e difficoltà, hanno imparato a vivere con normalità, facendo conto con i propri limiti.
Ovviamente non possiamo vivere pensando continuamente a tutto ciò che di negativo potrebbe accadere, non ci resterebbe tempo per vivere tranquilli. Ma allo stesso tempo non ha senso fare come gli struzzi e “mettere la testa sotto la sabbia” o, peggio, essere superstiziosi e scaramantici.
Se Abitare significa anche “prendersi cura di sé”, gli interventi di ristrutturazione sapranno tenere in considerazione anche gli aspetti di sicurezza e prevenzione. A partire dagli interventi più generali alla cura del piccolo dettaglio con un minimo di intelligenza e consapevolezza si possono mettere in atto molte soluzioni che permettono di rendere più sicura e fruibile la nostra casa.