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Parlare di “Hotel per tutti” è facile. Inoltre è anche, come si dice, politically correct. L’attenzione “al sociale” è importante, e a volte è d’immagine. Quindi presentazioni e pubblicazioni mostrano sempre una grande attenzione a questo tema, il rispetto della normativa, le soluzioni accessibili per i cosiddetti “diversamente abili”*.
Questa la “teoria”, il momento delle buone intenzioni, ma poi, per arrivare al sodo, per colpire il cliente, per fare più fatturato prevalgono le tendenze, le mode, il colpo di scena che crea impatto, l’estetica innovativa e accattivante.

La ricerca sempre più “estrema” di un design innovativo per l’Hotel (dalla definizione degli interni alla ideazione di nuove modalità di servizio) fatica a portare a risultati che, passata la novità dell’inaugurazione, la sensazionalità dell’evento, riescano a perdurare nel tempo e a lasciare nel cliente (persona/utente) una soddisfazione duratura.
A partire da osservazioni e considerazioni analoghe ha avuto inizio un lavoro di ricerca e confronto fra tre differenti progettisti: un docente universitario (della scuola di design del Politecnico di Milano),
un interior designer esperto del settore ricettivo, un architetto con competenze nel campo dell’accessibilità. Lavoro che, dopo tre lunghi anni di elaborazione, si è concretizzato in una pubblicazione, un manuale meta-progettuale: “Human Hotel Design“. Il testo, infatti suggerisce un approccio innovativo e spunti di riflessione/attenzione al progettista in modo che sia lui a trovare la soluzione giusta per il suo progetto, piuttosto che offrire “regolette” o soluzioni spicciole.

Il confronto, delle diverse esperienze e competenze, ha messo in luce, infatti, il bisogno di una nuova attenzione progettuale a trecentosessanta gradi, che non consideri in modo limitato le esigenze delle persone con disabilità (o degli anziani, o dei bambini) ma che riesca a fare un salto di qualità verso un’attenzione all’ “uomo” di impostazione più globale; da questo il senso del titolo “Human Hotel Design”.
Una lettura critica delle recenti esperienze di interior design nel settore alberghiero porta infatti a recuperare gli stimoli di una sorta di “umanesimo” attento alla persona. Per rinnovare quella cultura del progetto che mette al centro delle sue attenzioni, dei suoi disegni e delle sue realizzazioni l’uomo. Non si tratta chiaramente di proporre un “nuovo umanesimo”, ma al contrario suggerire concrete osservazioni sul progetto che, nel suo definire i diversi elementi dello spazio e dei servizi delle strutture alberghiere, si confronta necessariamente con il destinatario della sua opera: l’uomo, l’utente, l’ospite, il cliente. Sarà necessario quindi, come accade spesso nel corso della storia del progetto, di rileggere i bisogni dell’uomo nella contemporaneità, sapendo cogliere i cambiamenti e gli stimoli del momento presente.

Un’ulteriore riflessione – affrontata con attenzione – riguarda la dimensione normativa. Troppe volte, infatti, si considera la norma come unico punto di riferimento per ogni considerazione progettuale o di qualità del servizio, dimenticando che una norma tecnica (vecchia ormai di vent’anni) per quanto possa essere anche ben fatta, non è in grado di offrire un riferimento completo ed esaustivo. E’ importante quindi uscire dalla logica del “minimo di legge”: anche se la norma chiede che almeno due camere siano accessibili, questo non significa realizzare due camere speciali per disabili “a parte” (al di fuori del progetto) e dimenticare in tutta la progettazione dell’hotel ogni attenzione alle esigenze dell’utenza ampliata.
Da considerare inoltre, nel panorama italiano, le recenti disposizioni in materia di “Ordinamento e Mercato del Turismo che sottolineano su un piano antidiscriminatorio, più che tecnico i “Principi in tema di turismo accessibile” richiamando le indicazioni di Accessibilità della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità.
Sempre più necessario diventa allora un approccio globale, in grado di rispettare la norma, ma di superarne alcune visioni ristrette, per affrontare le dimensioni del progetto tenendo conto delle esigenze del cliente/utente.
Come può avvenire un cambiamento? Anzitutto con un approccio diverso, più attento alle esigenze delle persone – di tutte le persone – più critico e creativo nel trovare soluzioni.
Inoltre il testo propone un approccio nuovo: diversamente dal manuale tecnico che ragiona secondo le logiche del costruito (la hall, i corridoi, le camere, il bagno…),
il tema della fruibilità della struttura ricettiva viene affrontato considerando le azioni che la persona compie, distinguendo tra spazi comuni e spazi collettivi.

Si possono trovare, per esigenza di sintesi, della azioni basilari che vengono compiute sia nella parte comune dell’hotel, sia nello spazio privato e domestico della camera:
essere accolti
muoversi
mangiare
prendersi cura
lavorare
intrattenersi
Azioni basilari che segnano i diversi momenti della vita quotidiana. Azioni che devono essere considerate in funzione delle differenti abilità/disabilità della persona, considerando le difficoltà motorie e quelle sensoriali, ma anche tutte le altre dimensioni di “varietà” della realtà umana comprese le dimensioni psicologiche, le attitudini culturali, aspetti comportamentali e le particolari esigenze alimentari (allergie).
L’esperienza progettuale di chi in questi anni si è cimentato su questo tema ha dimostrato che è possibile progettare soluzioni accessibili e che si possono integrare (e non “nascondere”) le soluzioni specifiche. Si potranno realizzare soluzioni accessibili in tutti i contesti progettuali, per il maggior numero di persone, anche là dove, per vincoli o limitazioni, non si è obbligati al massimo grado di accessibilità (ad esempio nelle camere “non” per disabili) è sempre possibile definire soluzioni di qualità e fruibilità maggiori, per tutti.

Scheda Libro e Presentazione Autori
Il volume propone un approccio “globale” all’ambito della progettazione degli spazi interni alberghieri, incentrato sul ruolo dell’utente-ospite in tutte le sue declinazioni e particolarità. Non un manuale di tipo enciclopedico, ma un repertorio di attenzioni/indicazioni rivolte a un pubblico ampio: professionisti e studenti dell’ambito della progettazione, albergatori e operatori del settore alberghiero. Il libro nasce dalla necessità di dare alla progettazione alberghiera, una nuova consapevolezza in rapporto a un’area di ricerca divenuta sempre più importante: la progettazione attenta alle diverse caratteristiche dell’utenza (Utenza Ampliata).

Francesco Scullica, architetto, PhD in architettura degli interni, è ricercatore in disegno industriale presso il dipartimento Indaco del Politecnico di Milano. Svolge attività didattica, di ricerca e consulenza con particolare riferimento all’ospitalità. Dirige e coordina master e corsi post-universitari.
Giovanni Del Zanna, architetto, libero professionista, si occupa di progettazione accessibile per l’utenza ampliata. Svolge attività di progettazione in ambito sociale, anche con applicazioni di domotica. Autore di diverse pubblicazioni, collabora con varie università come docente e correlatore.
Maria Rosanna Fossati, designer di interni, si dedica fin dai suoi studi al Politecnico di Milano alla progettazione inclusiva, con riferimento all’ospitalità. Consulente di interior design e accessibilità, segue anche didattica sul tema. Diverse esperienze artistiche caratterizzano la sua ricerca sulla cultura della disabilità, come i suoi impegni nel sociale.

Link WEB presentazione del libro:

http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?CodiceLibro=84.21

*Piccola nota lessicale. Spesso i media, proprio nell’intento di “correre dietro” al politically correct, utilizzano il termine “diversamente abile“, un neologismo che da qualche anno sta prendendo piede. Interessante riscontrare, però, come nel “mondo della disabilità” questo termine non sia accettato e non venga utilizzato. Dicono che utilizzare il termine “diversamente abili” per parlare dei disabili equivale a dire che un calvo è un “diversamente pettinato” o un ladro un “diversamente onesto”. Pertanto, in linea con la terminologia della Convenzione ONU, è meglio utilizzare la forma “persona con disabilità“: anzitutto persona e, in secondo luogo, la caratteristica accessoria (importante per la persona, ma non totalizzante).