
Dopo un certo stadio,
l'Alzheimer rende chi ne è colpito un vero e proprio disabile mentale. Per questa ragione, è inutile insistere che mangi a una certa ora o vada a letto a un'altra: come ha scritto qualche giorno fa il
Corriere della Sera, dovrebbero essere le regole ad adattarsi al malato, non il contrario. Su un approccio del genere si basa
la “gentlecare”, un metodo di cura inventato da
Moyra Jones, terapeuta occupazionale canadese.
Il suo sistema mette
al centro la persona, nello specifico colei o colui con la memoria ormai a brandelli, creandole intorno un ambiente in cui si possa muovere senza cadere, possa svolgere attività quotidiane adeguate e soprattutto riesca a farsi accettare così com'è da chi lo assiste. Si tratta, in altri termini, di fornire
adeguate protesi, materiali e morali, a qualcuno che non è più in grado di badare a se stesso.
Il metodo Jones esiste già da qualche anno – riferisce sempre il quotidiano di Via Solferino – ma in
Italia fa fatica ad affermarsi. Esistono ovviamente
eccezioni positive, come il
Golgi di Abbiategrasso citato nell'articolo o strutture private come la cooperativa sociale
Itaca di Pordenone (per fare solo un altro esempio). Come mai così tanta resistenza alla
terapia della gentilezza e in generale all'uso di altri sistemi terapeutici che mettano il malato al centro?
Non è facile rispondere a una domanda del genere. Forse, c'è
un problema di formazione ad hoc di medici, infermieri e assistenti socio-sanitari che lavorano con i malati affetti dalle demenze.
Voi che cosa ne pensate?
Conoscete altre esperienze positive? Raccontatecele, vi aspettiamo.