
Contro la società dell'usa e getta, ci si mette anche la nostra psiche: diversamente, non si spiegherebbe
come mai facciamo fatica a cestinare lettere ingiallite, pantofole logore, piatti scheggiati o i molti altri
oggetti del nostro passato. Questi ultimi diventano tanto più immortali quanto più si sono trasformati in
“cose”, parola di origine latina in cui entra in gioco anche il
cuore, quel muscolo che spesso ci fa prendere l'irrazionale decisione di tenere persino i foglietti racchiusi nei cioccolatini. Della differenza sulle due parole e di molto di più, parla
Luciana Quaia, nell'articolo pubblicato oggi nell'area
Magazine, settore
Psicologia.
L'esperta si sofferma sull'esperienza del trasloco o dello
sgombero della casa di un caro che non c'è più, momenti che possono caricarsi di estrema emotività per
il forte valore simbolico di quei luoghi nei nostri ricordi.
Eppure, precisa la psicologa, a ben guardare,
non bisogna aver paura del nostro istinto di conservazione: non è forse proprio grazie a quest'ultimo che
la storia, personale e sociale, si trasmette
di generazione in generazione?
Voi che cosa ne dite? Siete anche voi accumulatori di cose o vi accontentate di acquistare ogni tanto qualche vecchia cartolina ai mercatini dell'antiquariato?
Raccontateci la vostra esperienza, vi aspettiamo.
Leggi l'articolo di Luciana Quaia