
Quando si perde qualcuno per sempre,
il tempo del lutto può durare più o meno a lungo. Di sicuro, cambiano i modi per
rielaborare la perdita, ma se per caso siamo capaci di esprimerci in modo creativo, utilizzare il talento personale per
raccontare il nostro doloroso vissuto potrebbe essere utile anche agli altri. È probabile che abbia provato una sensazione simile
Pietro Scarnera, disegnatore di origine torinese nato nel 1979, nell'ascoltare le reazioni dei lettori al suo
Diario di un addio, incentrato sugli
ultimi cinque anni di vita del padre, trascorsi in
coma vegetativo dopo un arresto cardiaco (
nella foto a sinistra, la copertina del libro).
Qualcuno potrebbe pensare che sia
strano un fumetto su un tema così difficile: oltretutto, il tratto di Scarnera è morbido, quasi infantile. Eppure, proprio il suo stile “giovane”, come del resto è ancora l'autore, costretto probabilmente a crescere all'improvviso proprio grazie a questa esperienza,
riesce a trasportarci nelle corsie degli ospedali che hanno accolto suo padre, a farci sentire il ronzio e i “bip” dei macchinari che l'hanno tenuto in vita e a farci vedere, vignetta dopo vignetta, anche la sua vita precedente, semplice e unica, come quelle di tutti.
Impossibile non commuoversi per
l'austera poesia rimandataci dagli oggetti che appartenevano al suo papà e non sentirsi più vicini ai parenti degli altri malati, ciascuno chiuso nei suoi pensieri, fino al momento in cui si decide di condividere il caffè della macchinetta, sciogliendosi pure in qualche
risata liberatoria. Perché, alla lunga, la vita ha il sopravvento, anche nei momenti più terribili. Ed è proprio questo il messaggio finale del libro di Scarnera, capace alla fine di
ritrovare suo padre, quello vero, quello destinato a rimanergli nel cuore per sempre.
Alla
festa del papà manca poco:
dedichiamo questo post a tutti i papà che non ci sono più, convinti, come l'autore, che da qualche parte siano ancora lì ad aspettarci.