New Old Age, Gold Age, Nouvel age o Papy Boomers: negli ultimi tempi i neologismi internazionali per dare
un nuovo nome agli anziani del secondo millennio si stanno moltiplicando. Come mai? Facile: perché il mondo occidentale ha sempre più “teste argento” (per restare in tema di perifrasi sul fenomeno) con interessi e desideri diversi e diversificati.
Per esempio – scriveva
il Corriere della Sera qualche settimana fa - come bisognerà classificare
Bill Clinton, il presidente Usa-musicista, quando anche per lui arriverà il momento della terza età? In generale, potranno gli ex “baby boomers” (ossia i figli del boom economico degli anni Cinquanta) essere chiamati semplicemente
“vecchi” una volta che sia giunto anche per loro il momento della pensione? C'è chi risponde di sì, invitando anzi a finirla con espressioni troppo politicamente corrette; sempre il quotidiano milanese cita la pubblicitaria
Anna Maria Testa che nel suo recente libro
La trama lucente suggerisce di
sdoganare la parola “vecchiaia” per ridare “valore a un'età della vita”.
E c'è chi, come il gerontologo
Carlo Vergani (del quale pochi mesi fa abbiamo intervistato uno dei più stretti collaboratori,
Luigi Bergamaschini) conia una definizione molto suggestiva, quella di
“uomo inedito”. Se ne comprendiamo bene la visione, il professore dell'università di Milano propone di guardare alle potenzialità degli anziani, essere umani come gli altri, “normali”, tutt'al più un pochino più fragili di salute.
Se fosse davvero così, ci sentiamo di sottoscriverla pienamente, in più convinti dell'esistenza di un'altra caratteristica comune a tutti gli anziani di ieri, di oggi e di domani: l'essere
depositari della memoria del passato, prezioso bagaglio per la crescita delle generazioni più giovani, cioè della società intera.
Voi che cosa ne dite?
Vi viene in mente una definizione nuova di “anziano”? Che tipi di “anziani” siete o pensate di diventare? Diteci la vostra!