
Finiti gli anni “zero” del duemila, chissà che il 2010 davvero non porti alla più volte annunciata
riforma fiscale. Già da tempo, infatti, si parla della riduzione a
due sole aliquote (contro le quattro attualmente in vigore) sui prelievi Irpef, ma finora si è trattato di
teoria, così come è successo al dibattito sul
quoziente familiare che, se introdotto, muterebbe radicalmente il sistema tributario italiano.
Della necessità di passare a questa forma di tassazione sui redditi in vigore attualmente in Francia, ha parlato di recente il sindaco di Roma,
Gianni Alemanno, in qualità di presidente di una
fondazione che studia i mutamenti socio-economici della Penisola.
La ragione di fondo dei sostenitori del quoziente familiare (che non gravitano soltanto nell'area politica del primo cittadino della Capitale) è la migliore capacità attribuita alla medesima nel sostegno alle famiglie più numerose.
Tecnicamente, la materia è piuttosto complessa tanto da essere oggetto di studi universitari come quello redatto dall'
università di Pavia nel 2006.
L'ateneo lombardo ha confrontato la nostra tassazione individuale con quella familiare adottata in altri paesi. Quest'ultima si suddivide a sua volta tra chi procede per cumulo dei redditi dei due coniugi e chi applica a ciascuno dei due membri un coefficiente ottenuto secondo due differenti formule matematiche: uno è il cosiddetto
“splitting”, adottato in
Germania e in
Usa; l'altro è il quoziente familiare, utilizzato, come si diceva prima, in
Francia.
Nell'indagine si mettono quindi a confronto la tassazione italiana con quella francese giungendo alla conclusione – scrivono i relatori - che “il quoziente familiare è il sistema che maggiormente tiene conto dei bisogni crescenti al crescere del nucleo e che attribuisce il maggior vantaggio alle famiglie numerose”. Dall'altro lato, però, senza adeguati correttivi tributari (cioè senza prevedere fonti d'entrata alternative), se si passasse dall'Irpef al quoziente familiare, il gettito complessivo a favore dell'Erario subirebbe una riduzione. Per arrivare a questa conclusione, l'università di Pavia ha analizzato un campione di “8001 famiglie”, scelte tra quelle monoreddito, sposate/vedove con o senza figli e basandosi sulle dichiarazioni dei redditi del 2004.

L'ateneo ha infine messo in luce altri due aspetti che potrebbero scaturire da una riforma di questo genere: la maggior importanza dell'offerta al lavoro del coniuge inattivo e il peso senz'altro più gravoso della tassazione per chi vive da solo.
All'apparenza, insomma, il quoziente familiare favorirebbe la coesione tra generazioni, che solo se uniscono le forze, potrebbero far crescere il
Pil nazionale. La materia è difficile e le elezioni amministrative alle porte: parafrasando un celebre film, non ci resta che attendere.