Cari lettori,
"Muoversi Insieme" è lieta di farvi
un regalo per la Befana, che speriamo gradirete. Oggi e domani pubblichiamo
la nostra intervista al grande musicista astigiano alla vigilia del suo settantaduesimo compleanno: auguri, Maestro! E a voi buona lettura!
Essere nato nel giorno in cui i
Re Magi fecero visita a Gesù Bambino deve averlo condizionato, almeno un pochino. Perché
Paolo Conte sembra proprio il tipo che dà peso alle coincidenze e alle date, non foss'altro per la sua
passione enigmistica, più volte raccontata in canzoni e interviste. Che se poi consideriamo
quanti sono gli anni da spuntare il prossimo sei gennaio, settantadue, e qual è la
forma fisica che egregiamente ancora l'accompagna (dovevate vedere,
un paio di mesi fa a Roma, come aggrottava ironicamente le sopracciglia mentre
si faceva fotografare abbracciato ai fan inorgogliti di essere riusciti a incontrarlo dopo un'estenuante attesa dietro al pesante tendone del
Teatro Sistina) possiamo capire ancora meglio
che “Rebus” è la vita, come il
titolo di un suo pezzo.

“Ho sentito dire che
per le persone come me nate sotto il segno del capricorno e governate da Saturno, il rapporto con il tempo è difficile”,
considera il Maestro, che non sa decidersi: “Certe volte, mentre vorrei avere tanto futuro davanti a me, paradossalmente, vorrei avere tanto passato alle mie spalle”.
La sua incertezza è quasi rassicurante, anche perché, quando passa ad analizzare
il problema del tempo inteso come pausa in musica, verrebbe da dirgli che è un bene che non abbia ancora sciolto l'enigma: “Musicalmente le pause – dice – il vuoto contro il pieno, persino le esitazioni ben dosate, rappresentano una
capacità non solo di espressione, ma di costruzione stessa, su cui si dovrebbe lavorare e
insistere molto di più di quanto si faccia abitualmente”.
Ed è probabile che l'avvocato ci stia lavorando:
da buon segno di terra, non sembra proprio uno che si accontenta.
Per esempio,
continua a negare di essere un poeta; certo, almeno ammette di costruire “frammenti e passaggi di poesia”, ma poi aggiunge: “In un'arte mista come quella della canzone devono essere poetiche non solo le parole, ma anche, e forse di più,
la musica e l'interpretazione”.
Il
“Maestro” che “dentro all'anima resterà” lo precisa sempre, tuttavia per chi non lo sapesse è bene ricordarlo: lui
scrive prima la musica e dopo le parole, ma l'equilibrio tra l'una e le altre ha del
miracoloso, per questo poi i fan non riescono a credergli del tutto.
Però
l'avvocato di Asti insiste e lo fa ancora di più quando gli si chiede se ha fatto finalmente pace con
la sua voce, che
non gli è mai piaciuta troppo. Sembra anzi che per imparare a interpretare si sia inventato
tutte quelle smorfie “da orango” diventate ormai abituali nei suoi concerti; ma negli anni
è sceso parecchio di tono, oggi è quasi roco (
provate a sentire “Alle prese con una verde Milonga” nella versione
live inaugurata nel concerto
all'arena di Verona diventato un cd e un dvd nel 2005) e dà i brividi.
Che è successo? Secondo lui niente: “Ho semplicemente cantato in modo più controllato – risponde – ma
i miei limiti vocali sono invariati e le smorfie sono rimaste”.
Insomma,
alla vigilia dei suoi settantadue anni non c'è niente di nuovo, non c'è la notizia, quindi, cari cronisti, lasciate perdere.
E invece no. Perché Paolo Conte parla poco, ma
quello che dice pesa più del piombo.
Fine prima parte
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