
Dal
2005 se n'è accorto anche
lo Stato che ha deciso di
sancirlo in una festa ufficiale: nel mantenimento della pace in
famiglia, i
nonni italiani sono diventati essenziali; talmente essenziali, anzi,
da meritarsi una festa tutta per loro.
Il 2 ottobre ricorre infatti la festa dei nonni, diventata una celebrazione ufficiale con una
legge approvata dal nostro
Parlamento.
La necessità di donare un abito solenne ai
veri angeli dei focolari di un gran numero di famiglie italiane era avvertita già
da diversi anni: se non ci fossero i nonni, in molti casi,
chi andrebbe a riprendere i piccoli a scuola, chi si occuperebbe di farli mangiare o di
accompagnarli a ginnastica?Le leggi, in genere, arrivano sempre dopo che i
fenomeni si sono
consolidati. Ed è infatti
da almeno quindici anni che il cuore della vita domestica di gran parte delle famiglie italiane si regge sulla
presenza dei nonni.
Lo conferma indirettamente
Francesco Landi, medico dirigente del reparto di Geriatria e unità operativa per acuti del
Policlinico Gemelli presso l'
Università cattolica del Sacro Cuore di Roma, che
parla di un invecchiamento della popolazione molto evidente a partire
dagli anni Novanta e di un
contestuale abbassamento della natalità.
I
due fenomeni insieme sono noti come
“inversione anagrafica”, un andamento che oggi riguarda
buona parte dei paesi europei, solo che, precisa Landi: “Noi siamo stati
i primi al mondo a conoscerla, subito dopo il Giappone”.
Allo stato attuale, insomma,
nel nostro Paese gli anziani sono in numero maggiore dei giovani, il che vuol dire, concretamente, che
nelle famiglie sparse per lo Stivale è
facile trovare “un bambino solo con i quattro nonni e spesso anche con
due bisnonni”, riferisce ancora il medico.
Molti di questi
anziani, fortunatamente, sono
ancora in buone condizioni di salute, il che si traduce in un
formidabile paracadute sociale per i genitori lavoratori: “
Fare il nonno o la nonna significa svolgere un
lavoro a tempo pieno”, osserva Landi, “finché stanno bene si occupano quasi totalmente della
vita quotidiana dei nipoti, il che si traduce anche un grosso
arricchimento culturale per questi ultimi”.
I nonni di oggi, infatti, sono mediamente
più istruiti di un tempo, il che vuol dire che
lo scambio tra le vecchie e le nuove generazioni, fecondo anche quando ci si limitava a raccontarsi aneddoti di vita rurale, è
ancora più fruttuoso.
Tutto bene-tutto bello, quindi? Insomma: “Se i nonni si ammalano
il sistema va in tilt”, precisa il dirigente del Gemelli, “si cerca infatti
l'assistenza domiciliare, cioè spesso ci si affida alle
badanti”.
La cura prestata dalle
provvidenziali signore spesso di origine straniera non può però bastare a garantire
la giusta tutela di chi non è più in grado di muoversi in totale autonomia: “Oggi
l'età media delle donne è arrivata a 87 anni, quella degli
uomini a 79, ma il gap tra i due sessi va riducendosi”, dice Landi.
Per gestire una così alta presenza di “grandi vecchi”, insomma,
l'assistenza sanitaria da sola non basta: “Fondamentale è la
prevenzione di tipo secondario, ossia la riduzione dei problemi legati a una malattia già insorta; ma
occorre anche puntare sulla
prevenzione di terzo e quarto livello, ossia quella che mira a
ridare autonomia a persone che hanno subito
un trauma come una frattura ma che potrebbero tornare attive”, aggiunge ancora il dirigente.
In definitiva,
la cura dei nostri nonni spetta alla società tutta, non solo ai camici bianchi.
A questo scopo, già da qualche anno
l'Università cattolica del Sacro Cuore ha introdotto
il master per formare i “Case manager”, ossia figure professionali che sappiano mettere
al centro del proprio lavoro la persona con disabilità e non le cure materiali da somministrarle.
Un approccio del genere è del resto inevitabile
in una società in cui si vive sempre più a lungo (si pensi per esempio all'
aumento degli automobilisti anziani, una realtà che non può essere demonizzata, ma neanche sottovalutata).
L'obiettivo di interventi sullo stile del case manager è
restituire anche a chi ha una salute declinante “il maggior grado di autonomia”, aggiunge ancora il medico. Un obiettivo che fa bene al nonno, certo, ma che si traduce per
un vantaggio per tutta la società.
Come concludere? Ovvio:
auguri, nonni, e
cento di questi giorni!